WAVES / pop
Fiel Garvie
Caught laughing * CD Ghost Records / Audioglobe * 9t 38:54
Norwich non confina propriamente con la Scozia ma ascoltando i Fiel Garvie tutto potrebbe farlo parere: una soffice coperta malleabile in cui la dimensione umana viene avvolta, e consente di emergere alla voce leggiadra di Anne Reekie che caratterizza l’intero disco. Certo, dietro il vetro c’è Geoff Allan ed è un nome che dalle parti di Glasgow significa molto per la musica europea; ma piace far notare la versatilità del progetto in sé, che accanto a formidabili singalong di sapore irish (All of you) trova lo spazio per effettistica vintage foriera di dilatazione, come in Daylight e Airsong. Infonde curiosità Shy away, intrigante per-versione indie di qualche hit dei tempi che furono… Mercury Rev e Cocteau Twins stanno a guardare, compiaciuti. Un gran bel sentire. (7) e qualcosa di più. Enrico Veronese
posted by Enver 3:06 PM
WAVES / songwriter
Totò Zingaro contro Mungo
La grande discesa * CD L’Amico Immaginario/Audioglobe * 11t 52:22
La bizzarra unione fra Gigio Bonizio, nome storico dell’hc torinese, e lo scrittore Domenico Mungo partorisce un’antologia schierata ad appuntarsi la geografia –una Torino neorealista e marginale- e la cronaca, attraverso una versione retorica dei fatti di Genova 2001 che, temperata dall’ottimo incalzare ritmico, evidenzia il sadismo dei tutori ma anche la malintesa ‘resistenza’. Specie se messa in parallelo con gli accadimenti di Quella vera, esposta efficacemente da Saturnina… Altrove rimane una portata narrativa a pronta presa, con le orazioni beat di Mungo a esplorare ‘a night in Murazzi’ (Trecentolire) e a farsi toccanti nel rievocare minuziosamente la perdita del padre (Ti mancherò). Se Piccolo buio gode di un’intro sonica à la Massimo Volume, il testamento spirituale del disco è una interpolazione urbana di Up patriots to arms… Promossa a pieni voti la lettura, convince ben meno la parte cantata, per vocalità e skills: ci si chiede perché non siano rimasti ottimi racconti. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:05 PM
POP / songwriter
The Moore Brothers
Murdered by the Moore Brothers * CD Plain Recordings/Goodfellas * 14t 40:37
Primavera=ritorni, vale anche per i due fratelli californiani Greg e Thom Moore, due voci e due chitarre, rigorosamente acustiche. Rientrate le escursioni (Thom con Nedelle si era ritagliato ulteriore circuito) ripercorrono le piste dei Sodastream, ma soprattutto –emerge in The face- rivendicano con qualche argomento l’eredità sixties di Simon & Garfunkel. D’altronde, la provenienza da Sunshineland non è cancellabile manco a colpi di reagente chimico: fa presto a tramontare il sole che quasi non ci si accorge di aver trascorso del tempo con queste canzoni, data la levità che i Thrills non hanno mai avuto manco in pènnica estiva. Wilsoniani fino al midollo, contendono coi Dios(Malos) la rappresentanza ‘giudiziale’ nella suddetta causa di immissione nel patrimonio, dove i tempi vuoti (Bury me under the kissing teens) non sono tempi morti. Manca poco così ed è folk, manca poco così –chissà, nella diversificazione- e prende appieno. (6/7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:03 PM
POP
Numero6
Dovessi mai svegliarmi * CD Eclectic Circus/V2 * 12t 49:14
Per discorrere di questo nuovo, pregevole disco italiano, si può partire dagli scatti di scena: i due musicisti, Michele Bitossi e Stefano Piccardo, immersi nella neve in strani costumi gentilizi. E’ stata infatti una traversata lunga oltre due anni, quella dei Numero6, con rinunce e acquisizioni; sempre tenendo ferma la barra su un discorso indie pop non convenzionale, fatto di arrangiamenti pret-à-porter -Ora però credimi- e soprattutto liriche di grana fina incatenate al senso della propria realtà; anche per questo si abbina al booklet l’inclusione di brevi racconti opera dei nuovi ottimati della letteratura italica. E’ il disco dei trent’anni… Se rispetto al fortunato “Iononsono” appare più fievole il ricorso alle tastiere e all’elettronica, “Dovessi mai svegliarmi” guadagna in quadratura –entro la cornice si stagliano momenti di spessore come Verso casa, Spara se vuoi e Da piccolissimi pezzi- e vis comunicativa, in enjambement con quanto avvenuto per En Roco a riprova del vigore 2006 della scena genovese. E’ loro metafora: un progetto che ‘verticalizza e va al sodo’, mai però a scapito del bel gioco (lo certifica il singolo Automatici). Come i premoderni Baresi, Scirea, Signorini, uomini liberi di costruire. Quelli col numero sei. (7/8) Enrico Veronese
posted by Enver 3:02 PM
ETNO-WORLD
Serif’s
Have you ever seen a slack Gallinaceo on the highway? * CD autoprodotto * 12t 42:03
Bella sorpresa il ritorno, un po’ in sordina, del nutrito combo lombardo con l’anima jugo. Le positive accoglienze per i due precedenti non sono valse a Miki, Erman & Co. il contratto agognato, circostanza che non ha frustrato l’intento di contaminare con le forme occidentali e segnatamente un surf-rock sbrecciato e disonesto, il che acuisce la prossimità alla No Smoking Band e, per restare dalle nostre parti, ai segnalati East Rodeo. Il pollastro fiacco evoca lampi tuoni e vampiri, e rasserena immediatamente con gighe roteanti (Brand new uaz, Napoleon), mantenendosi qualcosa più che una curiosità postbellica. Con Bill Clinton si sorride, dentro tutto il disco si rimane in contatto con un’identità mutante, una sinistra patchanka redditizia soprattutto dal vivo. Bella lì, opa! (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:00 PM
POP / songwriter
Non Voglio Che Clara
s/t * CD Aiuola/Self * 10t 36:06
Dovrebbe essere arduo accingersi a scrivere questa recensione dopo le innumeri sterzate all’equilibrio sferrate da “Non voglio che Clara” a ogni ascolto. E invece torna comodo e lussuoso, avocando a sé per esempio il concetto di musica ‘magonica’ caro a Lella Costa e al suo mentore Fossati, quello de Il battito…
Se prima (BU#81) erano grandi, i bellunesi si scoprono grandissimi, al punto che la dimensione indie è già riduttiva, specie se intesa come audience gene-razionale. La scrittura di De Min possiede le frecce di Cupido, che a qualsiasi età aspetta un metodico esegeta coi guanti, cui affidarsi per divampare inarrestabile… vale davvero la pena di innamorarsi, e sforzarsi di non chiudere una storia anche solo per venire travolti sul vivo -L’oriundo- da questi sonetti accorati. Aznavour, Bindi e Ciampi (Piero, che affiora in L’avaro) si uniscono a Tenco ed Endrigo nella galleria dei tutelari, ma ormai si può parlare tranquillamente di stile-Clara senza urtare alcuno. Un nome da signora, In un giorno come questo. Chi ha a cuore la Canzone Italiana si aggrappi a loro come a uno scoglio, domandandosi se sia ancora il caso di parlare di musica ‘leggera’; il gradevole rischio è imbattersi in un futuro classico, come Cary Grant, worship da fazzoletto: “e non so immaginare altra via che non sia la tua scia”. …E poi via, portati dagli archi… Tre metri sopra la realtà da strapazzo, dalla quale le distanze si marcano soltanto ponendo paletti. Come fa –mi sbilancio- il disco italoindie più emozionante degli Anni Duemila. (8/9). Enrico Veronese
posted by Enver 2:58 PM
Mogli & Buoi #95 – aprile 2006
di Enrico Veronese
Si diceva, un paio di numeri orsono, dell’importanza dei canali. Se la tv è ancora volutamente indietro, eccetto quella gustosa nicchia che va in ‘Larsen’ su RaiFutura, diverso è il discorso per il web, col restyling di Rockit ad aprire una nuova stagione e nomi come Tender To Lucy che timidamente si fanno strada; ma soprattutto per la radio, che quando diventa ‘network inconsapevole’ e la si mette in mano a chi ha coscienza del momento, succede un Magazzeno Bis: l’ormai ‘catartica’ esperienza che esce dagli studios-sala prove-cucinino della Trovarobato in Bologna per riverberarsi ogni settimana in un circuito di ventiquattro emittenti nazionali toccando anche la storica Capodistria.
Alla cura del Magazzeno provvedono i Mariposa, aprendo le porte a gruppi e avventori nel segno di quell’altruismo indie di cui parleremo anche poco sotto: un’ora di musica dal vivo, spesso con versioni B, e poi folies e intemperanze come le recensioni puntute di Bruce degli Esposti, una volta udite le quali potremo tutti chiudere baracca. Il quanto chez la sapiente conduzione di Michele Orvieti, tastiere della band e impeccabile Daniele Piombi delle onde medie underground: l’etica vola dove i piccioni non arrivano, e càpita di osservare Max Collini che sgranocchia per la prima volta un tatranky sul palco, tanto in radio non si vede…
Accennavo a un sentore condivisorio, di messa a disposizione dei propri spazi e occasioni anche a istanze ‘fuori etichetta’: è un concetto che in Italia portano avanti da anni due label owners come Frederico f. Zanatta di Madcap e Tiziano Sgarbi di Fooltribe, i quali sono accomunati in questo frangente dal bizzarro ma non inedito esporsi in prima persona.
Il giovane trevigiano, sulla breccia come instancabile factotum, si rende protagonista di una gustosa e casalinga messa (in scena) con Chiara Lee e l’ubiquo Vittorio DeMarin sotto le insegne sacrestiali di Father Murphy: là dove ogni cosa accade all’oscuro, i paraventi e paramenti sacri vedono/non vedono l’acido temperamento di uno psychofolk che è semiseria lettura naturale della Creazione. Reiterando ad alto quoziente alcoolico domeniche campagnole dell’inventarsi il tempo, come nel lungo accomiatarsi di God speed you my nurse, il trio e il suo doppio riscrivono una Bibbia apocrifa, da preti gaudenti che celebrano superstiti riti negromantici finché qualcuno nella provincia non li guarda male. “Six musicians getting unknown”, recensito in #89, sciorina versioni di sé ogni volta diverse, cresce gran bene col tempo senza apparire transitorio e perfettibile, ma anzi positivo per varietà di materiale da costruzione, di corde sollecitate. Millhouse ad esempio si scopre più ‘pop’ e scanzonata di quanto vorrebbe nonostante una casa nel bosco (Police): il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?
Bonnie Prince Tizio veste invece una barba distintiva che lo ascrive subito al novero dei folksinger del perduto amore: il successo ‘umano’ dei festival Musica Nelle Valli cui ha presieduto appena sotto al Po è affiancato dai suoi dischetti artigianali con lo pseudonimo di Bob Corn. Se nel primo “Sad punk and pasta for breakfast” voce e chitarra acustica bastavano e avanzavano a dipingere intenti di Iron&Lambrusco, scarno come fleurs maladives dopo una sessione di defoliante, il recente “Songs from the spiders house” (BU#94) si avvale dell’assistenza al quadro di Giulio Ragno Favero, che suona ogni altra cosa presente, con evidenza nella liquida You are my island. “Ho usato le stesse parole e gli stessi accordi dell’altro, ma sono nuove canzoni, ancora scritte pensando a ragazze…”, dice, e strappa il cuore la sua prima composizione -qua presentata come First song (comes at the end)- quando sospira ‘Time for food and wine, now it’s noon / but you babe, you are cooking for another one’. Nota di merito per le sempre particolari scelte di packaging, con copertina e fotografie struggenti ed evocative, lucide e istantanee al modo delle liriche: ‘if there is a way, please, stay’… è tutti noi.
Pure anglofono il napoletano Pietro De Cristofaro -dalla pronuncia all’altezza, va detto perché succede di rado- che col moniker Songs For Ulan incide per Stout la sua opera seconda, “You must stay out” (nel #94). Un disco che arriva al cuore della musica anche grazie alla produzione di Cesare Basile, che suona qua e là al pari di Hugo Race, e di Tazio Iacobacci e Francesco Cantone dei Tellaro. Bastano questi soli appigli a riferire l’opera al cosmo del cantautorato scuro, serio, disperante e allentato, dai tanti numi tutelari: Mark Lanegan, credo lui lo conosca… L’uomo si pone ora come credibile alter ego dei Decemberists nei tre tempi campestri di A present, ora come pedina della scuderia di Howe Gelb (non ci si stupirebbe se accadesse) dentro la sofferenza roots di Julie e della title track. Spicca e convince l’unica cover, una versione rustica e dylan/poguesiana di Secret fires dei Gun Club, evocati nel breve periodo anche dal Circo Fantasma. Pronto per l’estero.
Chiudiamo con le vibrazioni che sanno essere tremende degli Appaloosa, bomba ad alto potenziale calorico da far dirompere di sicuro in concerto. Ripescati da Urtovox dopo alterne esperienze, i quattro livornesi profondono in “Non posso stare senza di te” -trattazione in Blow Up #92- una spericolata tendenza al crossover fra chitarre rampanti ed elettronica navigata, sotto l’occhio del su nominato Giulio Favero. Il risultato è poderoso specie se il volume viene lasciato libero di cavalcare: esercizi di rumore (Brigidino e La Roby) reduci da scorze math 90, Jeff ovvero il paradiso in un cocktail di bevande scadute con l’organo al potere, e microclimi saturi dove legioni di mutanti combattono sui surf (Victor and Angel, i Ventures a Chernobyl); dal terrorismo sonico si estrania la fluorescente Ap(p)ache, commento poliziottesco da giocarsi come asso nei dj set più contamina(n)ti. Senza alcuno spleen, ma con tanta analogia. Com’è? Ce n’è.
www.maledetto.it
www.fooltribe.com
www.songsforulan.com
www.appaloosarock.com
posted by Enver 2:56 PM
WAVES
Victor Young
s/t * CD (myspace.com/youngvictor) * 5t 26:26
Echi di contemporaneità americana da dancefloor “off” per questo trio veneto imperniato sul ritmo e sui synth, debitore tanto di El Guapo/Supersystem quanto delle spezie strumentali di casa DFA. Risalta l’apertura Il tetris di Michele sull’ondanomala di !!! e Rapture (Spaccafibra), ma hanno solidi argomenti a loro pro anche la post-analogica Vanessa P.I. e l’ipnotica Melodie protest of time, che pascola in grandi spazi aperti e vagamente freejazzy. Gli umori maghreb di Disco Tangeri compiono il quadro: carino e con visibili margini di miglioramento. (6/7) Enrico Veronese
posted by Enver 2:55 PM
WAVES
Three In One Gentleman Suit
Some new strategies * CD Black Candy/Audioglobe * 11t 34:12
Mai rinunciare a voler capire un disco. I TIOGS giacevano da qualche mese dopo essere stati accantonati in attesa di tempi migliori per l’ascolto immersivo, in fin dei conti anche il recensore è un uomo, e per questo soggetto a sbalzi d’umore nei quali la musica affrontata gioca un ruolo importante. E sbagliavo certo a non accordare da subito la dovuta considerazione all’opera seconda di questi tre emiliani, splendidamente anacronisti nel loro ossuto e secco mathrock di scuola chicagoana, nel quale ciascuno degli elementi si fonde quasi in jazzistico interplay, che crea mutevoli cerchi nell’aria come visualizzazioni di media player. Il looping di chitarra (Maths rule the squadrons, Approach/Arrival), la batteria che si nasconde e resta spazzolata sottotraccia, il basso che sa come troncare e sopire, la voce monocorde li fanno così poco italiani, e comunque tanto refrattari a un nichilismo asfissiante spesso vellicato nel genere. Rara avis. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 2:53 PM
LOUNGE / pop
Studio Davoli
Decibel for dummies * CD Recordkicks/Audioglobe * 13t 53:08
Due anni fa stupirono con “Metropolis”, frizzante armonia di hammond pop, gusto retrò e misurate dosi di groove al servizio della suadente ugola di Matilde de Rubertis. Il ritorno, forse per lo svanire dell’effetto sorpresa (anche se col nome di ‘Valvole’ erano già ‘spacciati’ nell’underground prima della release ufficiale), non è così dirompente; mancano le escursioni nei glitch che furono di Gate must be negative transition, pure la scelta del singolo -l’ottima Kiss, di cui si è parlato nel numero scorso- depone a favore di un andamento più liquido e dreamy, meno impattante che non il precedente e smashing Superpartner. Un disco leggermente uniforme e all’apparenza più ‘corale’ nella costruzione del suono laddove prima si ergevano le tastiere di Gianluca, qua alle prese anche col canto in due melodie romantiche profumate dal vicino Populous. Tenendo conto anche del boogaloo 60s di Optical love, l’opera alfine risulta piacevole e fruttata, soprattutto per i fan del genere, e in City dweller cova un opportuno asso da remix. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 2:52 PM
WAVES
Feldmann
Watering trees * CD Stoutmusic/Audioglobe * 11t 39:38
La buona annata per la fiorentina Stout, evidenziata dall’exploit di Songs For Ulan, viene confermata dal referenziato duo composto da Massimo Ferrarotto già Loma e Puertorico, più Tazio Iacobacci dei quotati Tellaro; anche l’equipe di produzione è condivisa, con Cesare Basile a ‘controllare’ e partecipare. Le undici tracce rivelano notevole capacità autoriale e pieno inserimento nella stilistica indipendente internazionale, con l’aperitiva A cup of tea, tenue bozzetto guitar pop, che a lungo andare si pone come momento migliore. La sostanziale predilezione per i toni acustici e le penombre (Come closer sfiora David Kitt) non fa rinunciare a contraccolpi waitsiani in Bloos 354. Una ostentata lentezza rischia di quando in quando di cedere alla noia, ma tutto sommato è fra le migliori cose italiane di quello che chiamavano NAM. (6/7) Enrico Veronese
posted by Enver 2:50 PM
ROCK
Satellite Inn
In the land of the sun * CD Urtovox/Audioglobe * 12t-43:07
Tocca ripetersi: il processo di assimilazione e introiezione delle radici alt.country nelle band indipendenti italiane conosce livelli elevati, in tutto assimilabili alle formazioni del sottobosco statunitense doc. D’altra parte i Satellite Inn, che sono in giro da dieci anni e hanno suonato anche al SXSW nel 2001, offrono una interpretazione ordinata e chitarrosa del loro essere figli di Neil Young, imbarcando effettistica che abbonda di tremolo (Look at the stars, they’re bright), e spingendosi in composizioni di short stories che delineano un concept dichiaratamente notturno, aromatico, fra pace e tensione come nella bellissima e cinematica Intro. Il tremendo generatore direbbe: “una colonna sonora alternativa per Brokeback Mountain”… Niente di cool e aggiornato nel modo di rapportarsi al folk -dati i mezzi si poteva osare qualcosa di più laterale- ma si fa apprezzare la tanta onestà. (6) Enrico Veronese
posted by Enver 1:16 PM
ROCK
Mr. Henry
& The Hot Rats * CD Suiteside/Pulver & Asche/Goodfellas * 11t-31:05
Non ci si sorprende più di come virgulti italici in tutto si ritrovino a suonare, con proprietà ed eclettismo, in contesti musicali prettamente USA: è successo coi Franklin Delano, poi i Midwest, e adesso è la volta del varesotto Enrico Mangione, già assemblatore per Ghost di una all-star delle sue parti, approdato a Suiteside che licenzia la sua seconda fatica. Corre agli occhi l’assenza di titoli, sostituiti dalla parola ‘No-Sense’ addizionata di numeri tutt’altro che progressivi, a balzano suggello di un disco storto e umorale, che vede una falsa partenza col blues turning garage delle prime due tracce, poi provvidenzialmente si assesta là dove sta di casa Tom Waits (rondò à la Mackie Messer in #91276, crooner minimale nel #479 cugino della soundtrack waitsiana per Benigni). Henry si disimpegna bene alle prese col valzer spettrale, ultimo, siglato #69, e scende in città col fazzoletto da redneck al collo del #1258. Chiude un vero e proprio take onirico, col capo mandria a bofonchiare uno sleepcore ventrale che toglie i peccati del mondo. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 1:14 PM
POP / songwriter
LeLe Battista
Le ombre * CD Mescal/Sony * 11t-48:05
Cosa sono sette anni nella vita di un ragazzo? Tanto è trascorso da “L’eroe romantico”, folgorante debutto per una band, La Sintesi, persasi poi col secondo e ultimo: rubricabile come passo falso, non avesse preservato il talento e le visioni del sempre giovane Lele Battista. Il Nostro ora vuole recuperare il tempo perduto e dopo un certo travaglio realizza col fido chitarrista Giorgio Mastrocola, con Megahertz e Sergio Carnevale ex Bluvertigo un album degno di lui, che sa essere raffinato e sottile nella albeggiante Tutto strappato (‘è tutto così nuovo che mi sembra quasi di non avere un passato’: inserisce gli archi per sbancare Sanremo, servisse a qualcosa) quanto elegantemente vigoroso col singolo La voglia di stare con te. Brandelli e spiriti della Sintesi si ritrovano, felicemente, nella L’odio virata c|o|d e in Quando mi mento, lenta e string-ata, praticamente eroiromantica. E se l’intonazione della titletrack rimanda al miglior Mario Venuti, è la toccante Trieste a sbancare con un ‘abbraccio’ dal lievito fossatiano. “Le ombre” sancisce così il bentornato memoriale di uno che l’amore lo sa cantare davvero, e ancora. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 1:13 PM
WAVES / songwriter
Marco Parente
Neve ridens (ridens) * CD Mescal/Sony * 10t-40:40
Non si è ancora spenta l’eco di “Neve ridens” capitolo primo –nelle radio indie circola ancora Il posto delle fragole- e già Mescal dà alla luce la seconda sezione del complesso lavorio del partenopeo di Firenze. Nessuna rivoluzione a colpi di grazie, ora, semmai una sedimentazione a strati successivi di quanto coerentemente affermato in precedenza: l’autore coltiva la vertigine, sotto traccia mostrandosi iniziatico e (eufemismo) poco user-friendly, e improntando ogni passaggio a palestra per le sue malleabili corde vocali, altro in questo dalla maggioranza dei colleghi. Per la prima volta fissa in supporto due materie provate spesso ‘in allenamento’, la cover di Michelangelo Antonioni, in origine appartenente a Veloso, e Ascensore inferno piano terra; ma anche in queste l’attenzione richiede le piccole dosi, centellinate per entrare appieno in sintonia con segmenti oltre il cantautorato –Trilogia del sorriso animale- e incisi disarmanti (‘mi basta solo sapere che anche tu hai freddo all’inferno’). Dal mood si discosta il per-suadente singolo omonimo, partecipato da Manuel Agnelli e Goodmorningboy. Aleggiano aerei minimi sospetti sulla tensione all’artefatto piuttosto che al concettoso, se teatrale o affettato: li risolva il lettore, sulla scorta della conoscenza dell’ingente processo creativo. Un (7/8) che meglio sarebbe stato scomponibile nei singoli giudizi alla produzione, alla parola, all’idea. Enrico Veronese
posted by Enver 1:11 PM
FOLK / pop
George
A week of kindness * CD Pickled Egg (pickled-egg.co.uk) * 15t-53:25
Vivessimo anni meno sguaiati forse questo disco passerebbe quasi inosservato. Invece tocca chiamare a sé per conforto, come un capolavoro classico, l’opera seconda di un duo britannico -ancora senza distribuzione in Italia- in grado di risalire controcorrente il tempo che passa per scrostare la polvere dalla parola ‘tradizione’ e dai suoi strumenti. Suzie Mangion e Michael Varity scrivono ed eseguono canzoni di Natale fuori stagione, nelle quali il lirismo sgorga per niente tronfio e barocco, quanto familiare, rassicurante: Spend my time rievoca i toni delle preghiere recitate negli stati del Sud prima di ogni pasto, Sunday painter è un tennessee waltz, Song of degrees stava sulla bocca della venditrice di becchime in ‘Mary Poppins’… Ci si para davanti un mondo incantato, dove il disuso è valore e non scoglio, blande marcette a cappella come My fear keeps God a-hiding celebrano il ritorno e la pace, anziché la partenza e le armi; e quando un organo suona (Fabula, Vanishing sounds of Britain) è per sposare non per seppellire. Universo parallelo del rimpianto, quello dei George, bolla d’aria dove il Duemila non è arrivato ma i Devics apparentemente sì, per unirsi dentro Older too come timido coro di una nuova Agnetha Faltskog: thank you for the music! (8) Enrico Veronese
posted by Enver 1:10 PM
WAVES
Libra
Il viaggio di Zebra * CD Macaco/Audioglobe * 10t-45:10
Sono cresciuti, i mestrini Libra: dagli esordi grungey nei pieni Novanta a un faticoso lavoro di ricerca fino all’attuale approdo (definitivo?) a una forma pop-rock per certi versi difficile da inquadrare, di certo evoluta. In rapporto osmotico coi fratelli di etichetta Grimoon, la band di Alberto Stevanato scambia musicisti e pezzi (Due di notte, meglio con Solenn) sotto l’occhio vigile di Geoff Turner dietro la plancia, e addivengono a risultati qua e là lusinghieri, su tutte surreale TV retrofutura, orecchiabile Io resto qui ed epica Tu non vedi niente. Probabilmente il limite più arduo da superare, l’ultimo, è quello di una scrittura da tarare, datosi che i suoni liquidi e dilatati –notevole l’inserto delle calde tastiere di Claudio Favretto- paiono già regolati a dovere. La direzione è quella che promette: ma si può ancora limitarsi a promettere, dopo anni? (6/7)
WAVES
Marcho’s
…Ed ovviamente il tempo passa… * CD Macaco/Audioglobe * 10t-35:29
Minore pedigree ha il progetto Marcho’s, già elogiato col singolo Mal di testa (BU#88): la distanza prolungata solleva perplessità sulla portata ‘carnosa’ del duo -con Marco Mossuto c’è l’indieclerk Alberto Cozzi dei Travolta- il cui soundsystem punta più sulla strumentazione scrausa che su effettivi conati di solida canzone elettropop. L’Inizio/comizio che campiona il film Paz! la dice lunga sull’etica para-antagonista dei pezzi, che prosegue pedissequa in Sbattiti, mancato inno da scuola okkupata solo per questioni di crono; piace invece Assistente sociale, strapparisate e veritiera (‘io non scendo in campo come voi, non sono in guerra come voi: io compilo solo dei coupon, crocetta x o ypsilon’), possibile secondo singolo dopo l’anthem enoico in levare conosciuto in estate. Bell’esperimento, immediato e di strada, però non riesce sempre a evitare di mostrare la corda. (6) Enrico Veronese
posted by Enver 1:08 PM
LOUNGE / pop
Studio Davoli
Kiss * CDs Recordkicks/Audioglobe * 2t-7:43
Un bacio lungo quattro minuti: sulle ali mai moleste dello swing tornano gli ottimi Studio Davoli, col brano avvisaglia del prossimo “Decibels for dummies”. La voce di Matilde, opportunamente sostenuta nel ritornello da quella morbidamente virile del fratello Gianluca, è puro erotismo convenzionale da cinema in bianco e nero, frase in loop al servizio dell’immortale seduzione canora. Accompagna All the things, un monoblocco in cui la musica leggera mette d’accordo strumenti vintage e modernità acontemporanea. Datemi uno spriz, per favore, fin che aspetto l’album... (7) Enrico Veronese
posted by Enver 1:06 PM
HIP HOP / pop
Macromeo
s/t * CD Aiuola * 6t-15:54
“Tutto è così semplice”: parafrasando un suo pezzo, Michele Stefani a.k.a. Macromeo è uno di quei rapper buoni, di quelli che non mettono paura alle vecchine, portatore di buoni sentimenti e perennemente appena alzato. Sarà perché è bolognese… Lontano da ogni sussulto riot e dagli stili del ghetto che in Italia, e in italiano, farebbero carnevale (oltre che maniera), il Nostro è invece penna positiva e ombelicale, e da quando fa comunella artistica coi ritocchi degli Amari può giocarsi una partita quanto mai aperta. Lettere da sparo che vanno giù dritte, sia quando indulgono alla citazione da Smemoranda –Gommarosa, ottima già prima del restyling- che nel loro candido offrire una rosa appena l’amante apre la porta: “se mi commuovo piovo”, da Tutto inutile, crepitante in agrodolce come Alias+Acher. Cherubini, fatti un giro nel quartiere, vieni a vedere. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 1:05 PM
Apriamo una etichetta indipendente. Eh? Sì, dai. Un ramo nel quale i cinesi ancora non sono ancora arrivati… Beh -fa l’altro- sempre meglio che emigrare in qualche capitale del sottoturismo per aprire un ristorante seriale. E’ tutta una faccenda di distretti industriali, ad un comparto per la ceramica, segue uno dedicatosi al vino, e ci può stare anche quello specializzato nell’indie folk rock…
“I matti fan così”, al giorno d’oggi. Si destano con una idea in capo, quantunque amicale e allo stadio di diletto, e la mettono in pratica con entusiasmo, metodo, e coscienza incosciente. Tanto da essere riconoscibili nel contesto più grosso e dispersivo del comunque asfittico sistema nazionale: la via di Snowdonia, di Aiuola, marchi di fabbrica, contenitori prima ancora che ottimi contenuti.
Tafuzzy esiste, e prolifica, in un territorio assai circoscritto e periferico, la Romagna dell’entroterra per altri vacanziero: che forse negli States le label più in vista sono metropolitane o non invece sperse fra Omaha, Olympia, il Midwest?
Lungi dall’infliggersi bottigliate, dalle parti di Riccione piantano la loro bandierina sul suolo lunatico facendo la loro cosa in una casa sempre più grande per poter contenere tutti, in un modello concentrico aperto secondo il quale si coopera, si subentra, ci si estrae per progetti bi, ci e di. Da cosa nasce sempre cosa, affari di uova e galline, e non è detto che presto o tardi il paziente artigianato sviluppi connessioni più urbane e socialmente diffuse -avvisaglia ne è l’imminente distribuzione Audioglobe per l’ultimo parto di Mr.Brace; ma intanto il ménage procede con la disinibita scioltezza di chi non ha urgenze, memore della differenza tra il pollame ruspante e l’allevamento in batteria…
Questi appigli all’humus territoriale non suonano a caso, in contesti condizionati da clima torrido in estate e foschie salienti gli altri mesi: tutti e sei, anzi sette progetti che vi insistono sfruttano l’immaginario e gli influssi della provincia(lità), per trasformarli in umori, incidenti e diete, quando non storie compiute. Tipico di chi vive la normalità di situazioni eccezionali, come l’inverno in luoghi bramati da altri nel resto dell’anno…
Il capofila è il Brace. Una doppietta di dischi per marcare il terreno, orientativi, voce limpida nella pianura fin dove si perde. Un menestrello che gira di borgo in borgo con la chitarra a tracolla, e si ferma sotto agli alberi in cerca di refrigerio, grilli e cicale intorno (Pollollo), lontana la chiamata a raccolta (Capisco poco, le campane): ‘ieri mi mancavi anche se c’eri, eri più coi tuoi pensieri che con me, ieri’, canta Davide Rastelli col piglio di un Fortis e le liriche come se le avesse appuntate Guido Catalano prima di volare via. Stralunati, ingenui, naif, i cinque condensano il country folk nelle prose tristanzuole di Salame & caffè, da campagna che ancora conosce il dì di festa: l’apologo nel maturo “Salvate il mio maglione dalle tarme” che potrebbe bellamente schiudere un varco nella visibilità oltre il Rubicone…
Non si discosta dall’idea di cantautorato folk neppure Ra2f, impegnato pure nel masticare rime in seno al collettivo TesteStese (la qual cosa emerge chiara in Perché devi stare zitto, che gode del cameo del fratello Umbo): il giovine osservatore ha in mente i massimi sistemi, filosofeggia nasale col serafico pacifismo di chi non sa ancora resistere al rigurgito punkpop liceale di Dario, e si è industriato alla confezione di un packaging apprezzabile per via del diluvio torrenziale della presentazione e di uno dei titoli… ‘L’invenzione l’ho già inventata’, dice, araldo dell’atarassia contadina di chi è sano e va piano ma lontano. Degno di nota lo scazzo american-pie di Spalle strette, fra le vette di un disco, “Conforme a sé”, così ispido per sua natura(lità) eppure sincero come il Sangiovese: what you see is what you get, niente di artificiale dietro a ‘un pezzo di anima strozzata dal cappio della società’. Eremita, ma autocrate solo nelle priorità…
Trabicolo invece è il suggestivo nickname dietro cui si cela Bart, cantante dei Cosmetic –altro veloce ed agro-essivo concept dentro Tafuzzy- che rimanda agli episodi migliori del Babalot prima e seconda versione, pure questi armoniosamente spalmato su un paio di uscite. In nuce “Trabicolo” possiede i crismi del signor autore, con una discreta gamma di soluzioni e schemi, siano monito enofiliaco (Contro tutte le droghe), stranissime litanie post-Ferretti due toni più sotto –Un giorno in città pensarono tutti la stessa cosa- oppure inni di folk autistico in romagnolo insidioso, che concede la madrelingua al solo titolo Lascia stare. A sentire peraltro la nuova imminente release, i temi si diversificano ancora di più, vistando il beffardo passaporto indiepop con la clapping Bigno, una Robe serie che rievoca Battisti e l’acronima i.m.b.a.d.f.a.s. ovvero blues & pastorizia.
Strade perpendicolari calpestano in “Superficie” i Fitness Pump, amici dell’elettronica analogica in quanto fattrice, predisposta alla monta da parte di distorsioni e (Ta)fuzz(y), un pattern abbastanza fisso risveglio->esplosione. La costante di pezzi che prima carezzano poi graffiano (Reazione, La santa verità) è esaltata nella nodale Guanti sterili, dove la dormiente Valentina viene alfine svegliata, e sola Od esce dall’alveo familiare per riaversi in una meno che marziale promenade fra i glìtch-ini in fiore. Da segnalare che Swim il vocalist dei Fitness si è concesso una nicchia privata al fine di esporre convincenti calligrafie come Radio 1990.
Questa è Tafuzzy, la parte e il tutto, orgoglio di zona e finestra sul mondo, e va a concludere il cerchio con l’ingresso di Inserire Floppino (!), talentuoso essere a metà via tra il chee-fi del guitto e il C6 della battaglia navale di tutti i giorni fuori scena (quando ad esempio si sottraggono ore ai ripassi più ammorbanti per registrarsi sboccati in camera coi fedelissimi: Credi?). “Silvio Mancini” è un commerciante di Riccione e il titolo del disco, le cui teatrali tastiere giocattolo performano nello spazio tra la semiseria E se… e ill delirio comunicativo di Cardiaco, trovandosi spesso fuori fase come nel sample da sala giochi di Martello -notevole il doom d’un temps a sparare in un roleplay silente- anticamera su valvole random del finale più crasso e triviale per noi di quegli anni, ovvero la comparsa del Grillo Parlante Clementoni a richiedere di scrivere e controllare la parola: uscita.
www.tafuzzy.com
www.alternativoallanoia.com
www.panca.org
posted by Enver 1:01 PM
AA.VV.
Songs To Break God's Heart - vol.1 * CD Acuarela/Ghost Records * 19t-74:31
La quotata compagnia spagnola non è così adusa a sfornare compilazioni, privilegiando il massimo impegno nella cura di album compiuti; stavolta vi ricorre per cucire in unico supporto artisti di punta (The Zephyrs, Xiu Xiu) e future cooptazioni, con ospitate prestigiose e soprattutto pezzi inediti, cogliendo il titolo dal debutto degli Hefner e ponendosi come showroom del clima dimesso e accorato, dominante nella tradizione della label. L’eccellenza dei nomi non sempre si accompagna alla prova dei fatti, così se Matt ‘santo subito’ Elliott si lascia un po’ andare in Lost (version pour Elise) e scivola quasi jungle, salgono altresì alla ribalta nomi meno frontali come P:Ano, con una notevole versione di Hiroshima mon amour in hammond e fiati; per degli Early Day Miners che non escono dal seminato (Lux Perpetua), ci sta la sorpresa nazionale Aroah eterea nel perdersi fra i Sessanta di casa e l’alt.folk più femminile dell’arpeggiata Otro triste final. Comme d’habitude per le raccolte, questa è fra quelle da consegnare agli alieni se mai sbarcassero e chiedessero lo stato dell’indie nel 2005. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:09 PM
SJ Esau
Wrong faced cat feed collapse * CD Fooltribe * 13t-37:34
Credevamo di aver ascoltato molto, in quanto a collaborazioni fra i generi. E invece la periferica Fooltribe vola a Bristol(!) a recuperare questa stramba figura di folkster in anticipo sul futuro, già s/oggetto delle interferenze del neotrendy Why? e d’alt(r)o notabilato indie internazionale. Che sia diverso non ci piove: Cat track (he has no balls) è discorso-attacco-liberazione, almeno tre canzoni in una come non se ne sentivano da tempo, e la prima reincarna ex vivo un Badly Drawn Boy ancora più schiavo di umori alcoolici. Sam Wisternoff si nutre di benefiche oscillazioni (Queezy beliefs) e povera elettronica: il suo Esaù è cittadino del mondo e dei recessi più frastagliati di questo tempo, cammina sempre sul filo e lo trovi sempre dove non pensi possa essere, fra gli effetti che divampano in Geography (donkey dancing in the bath), paradigmatica per com’è costruita; dentro alla coralità storta di All agog o non piuttosto nella lisergica Wears the control. Se un videogioco va in tilt nel medioevo e nessun alchimista soccorre, si ha un’idea approssimata di quanta balzana bellezza ci sia in questo apparente miracolato. (7/8) Enrico Veronese
posted by Enver 3:08 PM
Gionata
Si può essere un’alba * CD Nenieritmiche (www.gionata.net) * 10t-40:13
La concreta lettura di questo disco ispira tante domande, la prima delle quali porta a chiedersi dove si sia nascosto finora questo giovanotto ticinese, che ha avuto il primo disco prodotto da Maroccolo nel 2001, poi altri tre semiclandestini. A sezionare la produzione italoindie di fine 90, pare la risposta plausibile, facendoci guidare dalla vocalità lacrusiana e dalle romantiche melodie dei La Sintesi nell’humus di Esploderei per te. L’autore è sopraffino e spiazza (Per Milla è scura come insegna Martin Gore), il musicista ammicca fashion e obliquo alle onde medie –Niente di giovane dietro una droga- ben più di tanta roba che ci passa in mezzo. Giocare col concetto di avanguardia pop o ritenersi tale (‘del resto mica siamo in tanti ad esser sempre avanti’): psicodramma o psicoreato, insomma. E se fosse lui la next big thing? (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:07 PM
Belle And Sebastian
The life pursuit * CD Rough Trade / Self * 13t-49:21
Il percorso di avvicinamento delle popstar-loro-malgrado a questo lavoro è stato di sicuro meno accidentato rispetto al precedente –che seguì al disimpegno di Isobel verso esperienze soliste- ma non privo di esplorazioni formali e sostanziali, riverberatesi nella pratica. Le prime note di Act of the apostle già disvelano la nuova allocazione soleggiata che viene riservata ai canoni sixties soul, elemento sempre presente nel fondo dell’opera sebastiana, ma emerso dall’ombra nell’ep “Books”; a tale cucina si attinge non poco in “The life pursuit” (Song for sunshine, For the price of a cup of tea), restringendo gli spazi e il numero delle ballate acustiche ma confermando la supremazia twee di futuri classici, a nome Dress up in you e Another sunny day, aneddoti che valgono da soli in un campo dove gli scozzesi hanno ben pochi rivali. La sgargiante We are the sleepyheads, poi, fa parte di quel mondo tutto racchiuso fra avvocati e borghesia in pasto... Stuart Murdoch goes smart beat, ma con juicio: la scuola che un bel giorno aprirà non faticherà a trovare allievi, qualsiasi sia il programma. Per buttarla in politica, non facciamo il tifo, ma questo disco ci vuole ingaggiati. (8) Enrico Veronese
posted by Enver 3:06 PM
Gomo
Best of * CD Homesleep / Santeria Audioglobe * 12t-50:09
La storia narra di tre disc jockey radiofonici portoghesi che non si sono potuti esimere dal mandare in onda un paio di brani lo-fi pervenuti quasi anonimi, tale il loro appeal immediato e irresistibile. L’autore, Paulo Gouveia in arte Gomo, esce ora in Italia col suo fintamente apologetico “Best of”, che fa seguito a un video, quello per Feeling alive, dalla trama meta-discorsiva tanto cheap quanto efficace. Nel paese di Gomo è sempre mattina, il sole è appena velato dall’arcobaleno e da qualche nuvola (You never came, Caught), i colori e i profumi esplodono giovani e urgenti nella ballatona I wonder. Si atteggia a Beck e gli riesce in parte, la più recente di Hansen, per poi folleggiare sulle ali ironiche dell’organo vintage, sfornando singoli virali come Proud to be bald che per prima gli valse il patrio hype: non pareva vero a Lisbona di festeggiare un’altra vittoria sulla favella britannica, dopo gli eurorigori… Nato per l’indie pop, ecco cosa. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:05 PM
Mogli & Buoi #93 – febbraio 2006
di Enrico Veronese
Qui e ora. La coesione del mondo indipendente italiano, l’implementazione per mezzo delle più recenti promesse, il sostegno reciproco nella comunicazione e nell’esperienza passano come mai prima attraverso una serie scoordinata ma non scollegata di circuiti virtuosi, locali con una briciola di coraggio in più, radio popolari, sale prova e studi d’incisione condivisi, e soprattutto una visibilità su internet. Sta principalmente agli agit-prop della rete la paternità più effettiva e primaziale nell’espansione di un movimento dato per torpido: non solo i blog ma anche le webzine, le emittenti interattive in streaming, i portali generalisti e settoriali sono veicoli immediati di sviluppo e promozione, decisivi nel monitorare in tempo reale il gradimento di una uscita e lo stato di salute del coté territoriale e musicale che la coinvolge. A queste modalità d’intervento è d’uopo rapportarsi quando si sorvola ipoteticamente la penisola, e ci si accorge che per esempio a Genova sta (ri)nascendo qualcosa di grande.
Città balorda e salsa, spalancata quantunque arroccata sulle sue, vede da qualche tempo le proprie pietre nuovamente testimoni dello spirito di cui sopra, corollari del quale sono il creare in proprio, l’aprirsi di strutture, la mutua disponibilità e vivaddio l’emersione nazionale. Non può essere una fortuita circostanza il livello raggiunto dai Numero6 (in uscita a marzo con l’opera seconda), la crescita di nomi come Ex-Otago e Denize, tutta l’attività che da anni ruota attorno a Disorder Drama e Matteo Casari –prima con Lo-Fi Sucks! ora con Blown Paper Bags- la scelta di Suiteside di trasferirsi alla Lanterna, per giungere così alla fondazione, da parte dei Meganoidi, di quella Green Fog Records che ora licenzia “Occhi chiusi” di En Roco (in BU#92), senza dubbio fra i migliori dischi pop in italiano degli ultimi anni.
Prodotto, registrato e missato interamente a Genova, nello studio ‘di casa’ ad opera di Mattia Cominotto, l’album prende le distanze dai modelli antecedenti senza sterzare troppo da alcuno, connotando in maniera personale il sound e la scrittura: così certo folk delle praterie traspare nel violino di Le promesse facili, ma solo quel tanto che basta per riportare tutto a casa, al quotidiano, alle domestiche perturbazioni; quasi madrigalista la tessitura Sarah in La salita che evoca i meno pomposi fra i libri di cui si pascevano Morrissey e Neil Hannon; e una quale indolenza acustica è utile alla voce di Enrico Bosio per sferzare “mi trovo immobile, fragile, contro quelle regole / la tv, le sue idee, gli artifici in genere” (Non di questa età). Come facilmente si evince, imprescindibile punto di forza è un impianto testuale rigoglioso, ultimativo, ostentatamente altro dalla massa, soprattutto notevole per contorsioni sintattiche stilate sempre facendo ricorso alla dotazione di una terminologia piana e d’uso comune: anche il portato storico della scuola cantautorale ligure rivive pertanto in questa compagine sognante, miscela sapiente e bilanciata di classico e moderno, riuscita in autoctonia dopo il passaggio di consegne da Fosbury a proporre un disco senza alcun riempitivo o caduta.
Dall’aria del golfo a quella del Salento, per considerare l’esordio ufficiale di Tuma (all’anagrafe Giorgio, pure su BU#92), retrò singer folgorato sulla strada della Space Age Bachelor Pad Music. Gli eterni ritorni tipici della produzione Stereolab si ritrovano nelle composizioni del giovane leccese, fin dai demo scaldato in ambiente propizio: gli sono contigui quegli Studio Davoli la cui voce Matilde coopera per Gilles joia. Ogni elemento jazzy e cinematografico in “Uncolored (swing’n’pop around rose)” costituisce la forma=sostanza che perpetua una delle più luminose tradizioni italiane, quella easy listening verace oggi confinata all’ora dell’aperitivo. Nel materiale passato per le mani dell’Amico Immaginario –ennesimo colpo a buon segno, by the way- la vocalità di Giorgio è ulteriore strumento di fascino per coprire di spolverini ogni nota, sfuggente e sottile come tacchi d’haute couture. La miglior definizione di questo moog-mood la concede egli stesso, nell’esplicazione della title track come Sad kaleidoscope. Disco che ha tutto per mettere d’accordo le generazioni, neopop, senza tempo…
Risaliamo lo stivale pop e a Bologna troviamo, per niente glam, l’ep di Macromeo, un virgulto di freschezza e songwriting facile come pochi ne siamo abituati ad ascoltare. L’omonima release per Aiuola svela un autore già alle prime avulso da ogni ardita costruzione, che rap-presenta groove e immaginario, linee hip hop e tocco stralunato, maglia in felpa ed eclettismo nerdish. Sorvegliato da una produzione doc a cura dei prezzemolini Amari, Michele Stefani mette nel pacchetto cinque bubblegum -chissà se al cinnamon…- fatti sì di Gommarosa, “il collante speciale che tiene unita la canzone”, ma anche di tanto candore e cuore in mano (le mille verità di Tutto inutile)… forse Jovanotti dovrebbe ascoltarlo, e farsene una ragione, se non un arrangiamento…
Chiudiamo il giro nell’Italia dei colori proprio in Friuli, con il bizzarro patchwork dei The Erotics, contagiosa iperbole twee che a dispetto dell’attitudine volutamente poco seria e dei piccoli difetti disseminati qua e là, offre con “To be played at maximum volume” (BU#82) un quadro composito rispettivamente per il karaoke e l’affratellamento, sfiniti, sulla pista (I’m only a fat clown, notevole l’inserto traviato di Little Tony), tenendosi per mano, come nel discogirotondo di Sexy diva, a piangere errori di gioventù dentro She’s everything I need e rimembrare Matteo Agostinelli e i suoi Yuppie Flu con I love animals.
Maledizione, questa stagione dell’italpop attrae come l’analcolico moro. E per fortuna nessun supergiovane soccorre a portarcelo via.
www.enroco.com
www.tumamusic.com
www.aiuola.it
www.theerotics.com
posted by Enver 3:03 PM
Casper
The friendly ghost * CD Recycled Music * 9t-18:44
La minuscola label parmigiana si ripresenta dopo Vancouver e Skinny Legs (#82) con l’esordio di Casper, altri non è che Stefano Poletti dei Pecksniff. Il prolifico frontman ha assemblato un duo di avvenenti fanciulle a coadiuvarlo negli strumenti di un’improbabile orchestrina all’insegna del lo-fi più assoluto, del buona-la-prima, spifferi fra gli strumenti ed esecuzioni interrotte. Nel florilegio appena delirante di umori da carosello –l’iniziale Britney Spears- e onomatopee feline (‘87Gap’88, ascrivibile alla casa madre giocattolona), aleggia perfino Edoardo Vianello architetto a Helsinki… Cheese, che altro se no? Naif per amatori del genere, ma diverte. (6/7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:32 PM
My Education
Italian * CD Thirty Ghosts Records * 9t-64:16
Ormai da anni il post rock spaziale ha smesso di stupire, è stato socialmente accettato, integrato, e nessuno fra i rockers storce più il naso davanti a esericizi di stile o lunghissime code strumentali. Tuttavia c’è ancora la possibilità di prodursi in uno sforzo onesto, che recuperi parte del materiale superato e lo fonda al caldissimo del pentolone post-: soccorre il caso dei texani My Education, al secondo dopo “Five popes” datato 2000, che sviluppano i loro crescendo a partire dalla pastoralità arcuata dei Dirty Three per scoppiare GY!BE appena si presenta l’occasione. Plans A trough B è un po’ il manifesto di questo disco che stranamente ci tributa, pezzone da scioglimento dei ghiacciai con docce scozzesi. Nihil sub sole novi, ma se dovessero aspettare solo le novità assolute staremmo chini sui fogli bianchi per molto, molto tempo. (7) Enrico Veronese
posted by Enver 3:32 PM
Tuma
Uncolored (Swing’n’pop around Rose) * CD L’Amico Immaginario / Audioglobe * 10t-34:02
C’era un buco visibile, nell’Italia dei Piccioni e degli Umiliani: il trovarsi scoperta nel fianco più ‘posato’ dell’esplosione neolounge, lasciando il pallino del gioco alle eleganti produzioni europee. Fino a che il terreno non è stato smosso dagli Studio Davoli e ora da Giorgio Tuma, salentino come loro, qualcosa meno e qualcosa più di uno spin off delle “Valvole”, che esce in opera prima dopo anni di demo-gavetta. Se Matilde De Rubertis (che lavora al disco) è Laetitia Sadier, Tuma è Tim Gane: impossibile non riferirsi al mondo Stereolab, e da là ostentare italianità classica di Sottsass e spider alfa. Happiness is a stupid song è rivelatrice di allegria da aperitivo almeno quanto RV (Rose) deferisce cortese il verso ai Kings Of Convenience; The Stockholm rollercoaster (tributo ai Koop?) è leggermente più groovy -pure le star del newjazz vengono da quelle parti- e Hey Alice si declina in bossa carioca. L’uso di organini killer per le cellule cerebrali, nessun timore reverenziale verso chi ha fatto la storia, l’apporto di Populous e tanta, tanta melassa: così si ricostruisce in vitro, fedele e saporito, un miracolo d’altri tempi. (7)
posted by Enver 3:31 PM
En Roco
Occhi chiusi * CD Green Fog / Venus * 13t-36:24
Potere alla parola. Discriminante, esaustiva, sciolta e ri-legata. Che quando si incontra “ad occhi chiusi” con modulazioni sonore affatto banali genera il secondo disco di En Roco. A Genova stanno vivendo una stagione bella e promettente, e molti dei meriti vanno a questi ragazzi cresciuti col cantautorato locale, il folk americano e il posato pop inglese. La crescita rispetto al precedente sta tutta nell’abito musicale scelto, più corposo e comunicativo: tredici sezioni che accreditano En Roco ai vertici della canzone indie, tributando Morrissey (Non dormo mai, La salita), il vecchio amore B&S (La denuncia) e scoprendo nuove strade personali (Dialogo tra Galileo e un comune pensatore). Su tutto spicca la botta iniziale di La notte si avvicina, catchy e sbarazzina nel precedere l’abbandoni; e il forte traino in L’attore si è perso, triste metafora teatrale della decadenza dei tempi. Baustelle e Perturbazione non sono più soli: se si tende l’orecchio a questa favola per intero c’è da vivere di rendita per molto. (7/8) Enrico Veronese
posted by Enver 3:30 PM
Mogli & Buoi #92 – gennaio 2006
di Enrico Veronese
Reduci dall’ennesima edizione del Meeting delle Etichette Indipendenti, che nonostante astensioni polemiche, locazioni dispersive, nonsenses e regole allegre si è confermato uno dei pochissimi luoghi deputati all’incontro, ove (ci) si conosce, senza preclusioni, si mettono in cantiere collaborazioni e alfine si edifica quella che amiamo chiamare Scena. Certo, non è come negli anni gloriosi del calciomercato all’Hotel Gallia, dove non veniva concluso alcun affare sostanzioso ma si faceva frivola passerella; però niente toglie dalla testa che nello stesso weekend, magari in uno sperduto garage o ermetica cameretta, qualcuno forse dava alla luce qualche nuova gemma acerba, un bitter fruit a totale insaputa della kermesse faentina…
Se da qualche parte è scritto che l’indipendenza salverà la qualità musicale, facile che in prima fila ci siano o saranno le donne, quando succederà. Paola dei Dilaila, per esempio, è all’oggi la più bella voce femminile dell’italoindie. Modulata e fievole, arrampicata e calda, caratterizza da sola “Musica per robot” (BU#90). Dischi ne escono troppi, tanti si perdono e meno ancora rimangono: lo scarto è prerogativa di doti proprie, aprioristiche, e chi crede nell’innatismo non fatica a trovare in questo ensemble lombardo i crismi della natura. A non voler essere iperbolici si può omettere che si aspettava un tale sentore dai tempi dell’improvvido ‘rompete le righe’ degli Scisma, e comunque non è esagerato evocarli, a fronte della sottile psichedelia di suoni che sì, potevano osare di più, ma certo si rivelano funzionali al tattile sprigionarsi delle doti della chanteuse e al potere di testi immediati ed efficaci (‘Sì, lavorerò, invecchierò, impazzirò / Ma per l'ora del tè io ci sarò’)… Pure il concomitante ep relativo al singolo Moderna, distribuito online, non fa che confermare questa affascinante realtà fra le cose più convincenti ascoltate quest’anno in Italia: se possibile catapultando ancora di più l’ascoltatore in una dimensione retrospettiva, si intravedono i primi Matia Bazar, l’infanzia (Reverse), un occhio al quotidiano uno allo spazio… E’ la scommessa, vinta, di una band approdata troppo presto alle ribalte tv ha saputo costruire se stessa, darsi un’identità pop sfocata e in divenire, lasciarsi andare ai flutti incontrati stranamente propizi. Altro che robot, umana troppo umana è la resa della sofferenza. Cantassero in inglese, sarebbero gli …A Toys Orchestra del 2005: io posso anche ‘provare a dire no’, ma il lettore cd decide di bloccarsi…
Altri spiriti bazzicano il lavoro dei Blume, trio toscano che, dopo la “Insolita Compilation”, dà lo start alle produzioni di Pippola Music, label fondata da Paolo Favati attenta alle sensibilità elettroniche nelle nuove generazioni di artisti italiani. Blume “in tedesco vuol dire fiore” (recensione nel presente numero), e allo stesso modo si fa forte di una tenue voce muliebre per dispiegare la sua collezione. Francesca, Matteo e Dario hanno i piedi ben piantati nel seminato degli Anni Duemila, la loro pansé è annaffiata da un’acqua nordica (il diversivo, leggermente sfasata nel rifarsi a dei caserecci Lali Puna, come dire “da poco tempo fuori moda”) e si nutre di italico fertilizzante, là dove c’erano -e ci sono ancora!- nomi come Dr.Livingstone e Delta V… La decina di pezzi, calibrati ma forse eccedenti nella complessiva unica tonalità, conosce i propri apici proprio in capo e in coda, nella felpata Piove piano e in Ninna nanna alla regina, ove se la voce scattasse darebbe una marcia in più proprio in chiusura. Rimestando le culture trip-hop (Prenditi cura di me gode di un’intro cine-ambientale) e shoegaze (il fuzz e i delay di Mura di gomma), i ragazzi toscani portano a compimento un’opera sofisticata con pochi referenti nel passato nazionale: i margini di incremento sono a vista d’occhio e oltre, verso ulteriori territori inesplorati e non derivativi…
Il testimone della voce gentile che sa colpire nel segno passa idealmente a un’altra Francesca, la giovane interprete dei romagnoli Amycanbe. La loro autoproduzione, di cui pure trattiamo in questo numero, ci accoglie da un packaging twee quintessenziale, giallino e fiorito, un font da lettera da minuta inglese, ed echeggia dallo stereo sotto forma di cinque bozzetti delicati e minimali, pallidi eppure sostenuti, infantili e malinconici ma per niente trasandati. Il pensiero più facile corre a quanto Isobel Campbell ha creato di fianco e fuori ai Belle And Sebastian, aggiungendo semmai il piglio delle girly band francesi degli anni Sessanta e una robusta cultura musicale di fondo. Francesca usa timbri particolari da folksinger smaliziata, come se le sue corde fossero strumento al pari dell’acustica; attorno a lei si agitano sommessamente gli strumenti più classici e pure una tromba che accentua la direttrice glasgowiana. Una Suzanne Vega precoce avrebbe potuto tranquillamente scrivere Matthew and Mark, e ciò suona di merito ai compositori: scrivere per una donna ‘sentendo’ come lei non è facile, e loro ci riescono. Tanto della recente ondata svedese in Don’t remember who I am, tanto di omogeneo nelle altre tracce: si lavora in ‘togliere’, non ci sono accostamenti bruschi, il paesaggio è nitido e ogni fuoco estivo potrà così beneficiare di ludiche canzoncine comitali che permangono fresche ad ogni ascolto. Decisamente, la fiducia nel presente è donna.
www.dilaila.it
www.blume.it
posted by Enver 3:28 PM
French Teen Idol
s/t * CD Nishi * 8t-44:39
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Il web veicola questo interessante progetto poggiato a piedi pari sul pianoforte e sui campioni (la telecronaca calcistica che affiora in Shouting can have different meanings, trionfale come gli ultimi M83), esternandosi in lunghe suites che guadano il comodo torrente fra postrock ed elettronica minimale. Andrea De Carlo ha trovato nella netlabel canadese Nishi l’alveo dove deporre le sue onde poco disturbate, perennemente in fieri, che esplorano Roma con occhi fuggenti all’estremo artico: per l’Italia, almeno, ciò è ancora quasi una novità. (7)
posted by Enver 1:19 PM
La Guardia
Quinacridone rose * CD Les disques de l’artisan/Chronowax * 16t-62:03
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Davanti alla scoperta di una band del genere viene proprio voglia di fare un namedropping in piena regola: indiepop nervoso e malato, cieli aperti, francesi identitari, aria pura delle vette, Marc Huygens e Afterhours (assieme per L’usage du monde), Sébastien Schuller e Morose, Daniel Darc e “Nuovo Cinema Acher” (Ms. hide away), concitazione (Je suis un arbre), brezza di rive gauche, raffinata corsetteria, America citata e distante, ozio, nudità. Ogni primigenia influenza indé qua è passata tramite uno spettro che la restituisce scomposta, talmente frullata da risultare estranea. Quando cerchi un suono per una vita, e te lo porgono Emmanuel Tellier e Luc Durand: ché i francesi in musica viaggiano sempre in due (annata fortunata oltralpe, il 2005)… La materia prima del pop come vorremmo che fosse, come agli inizi della musica: una esemplare rivelazione, nel senso mistico del termine. (7/8)
posted by Enver 1:19 PM
Gomma Workshop (feat. Vittorio Demarin)
Cantina Tapes * CD Madcap/Snowdonia/Audioglobe * 10t-45:47
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Cose grosse: due delle più eterodosse etichette italiane assieme per esprimere musica ‘ubicata nella testa di Vittorio Demarin’. Il geniale compositore torna dopo “Almanacco Moderno” a sfarfalleggiare tra i generi e i tempi, guidando un collettivo sotto forma di workshop alla interazione con immagini congrue. Non tutto è riuscito col buco, va detto, ma cioè che spicca è folgorante: il pastone china-glitch di Pijama o’Rama, parto di un ‘motoremangianastri’ che si è incantato su Pizzicato Five e Stereolab; arie prewar di FantaJma e interferenze in libera uscita dentro goLO80se; le vergini suicide in Woodhood, ma soprattutto un cinezibaldone a nome Clownsclan: Amélie e Gelsomina svampite a spasso in un film dolceamaro di Chaplin. Demarin rovista nel già consumato dei popoli, offrendo musica fotostatica cui difetta l’irriverenza degli Avalanches o il beat del miglior Dj Shadow per assurgere al rango di star internazionale. Divertente, schizoide, forse irripetibile nell’epoca della ‘piena riproducibilità tecnica’. Nonostante le perplessità (7)
posted by Enver 1:18 PM
Fake P
Pigeons * CD autoprodotto * 10t-47:37
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
La periferia italica sforna next things che è un piacere. Multimediali e iperattivi (vedi Capuano sul contemporaneo doppio cd in BU#88), i quattro della Bassa soffocano di intrusioni digitali alla buona istintive canzoni indiepop, come fa la panna con certi piatti del luogo, sorprendendo per energia –l’impersonale Qwerty “rubata” ai Postal Service- e candore (Happy end, tautologica, è Bosvelt remixato da Domotic). Menzione a parte per The sea as la mar, nebbioso concilio col proprio malessere, camuffi ed effetti a go-go, planet Earth is blue. Chiude con stile Exeunt, composita e astrale. Quattro pezzi ben sopra il (7), il resto appena sotto.
posted by Enver 1:18 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 91 – dicembre 2005)
Uno dei primi dilemmi che una band neonata si trova a voler affrontare è quello della lingua, del cantato. E quasi sempre la scelta è fra l’italiano dei padri e l’angloamericano dei miti. Muovendo a fattori la facilità, una minor considerazione del lavoro sui testi, anche la stessa emulazione, non di rado viene scelto l’idioma straniero, l’idioma del mondo. Negli ultimi tempi, ad affiancarsi alle riportate motivazioni, si è invalsa anche la possibilità di far breccia fuori degli ascolti nazionali, complici qualità, promozione e un po’ di fortuna. Inutile dire che il ruolo di internet è fondamentale per farsi conoscere fuori dal circuito un po’ stagnante e autoassolvente di radio indipendenti, riviste specializzate, festival per un pubblico di soliti noti e che non pare destinato a crescere troppo. Fortunatamente alcuni esempi (quelli emersi nell’articolo dal quale prendiamo le mosse, pubblicato in BU#84) consentono di vedere ridotte le distanze col resto del continente: Yuppie Flu, Giardini di Mirò, …A Toys Orchestra, Jennifer Gentle. Se si aggiunge che il successo internazionale da anni arride a compagini anglofone provenienti, ad esempio, da luoghi evoluti come Svezia o Belgio, si comprende quanti da queste parti affinino la loro familiarità con Albione, essendo l’Italia tutto meno che figlia di un dio minore. E quando si va a suonare all’estero, si ottiene a stretto giro di posta la riprova di come consensi e attenzione si siano repentinamente moltiplicati: in estate è accaduto proprio in Svezia (al festival di Emmaboda, dalla crescente considerazione globale) ai Le Man Avec Les Lunettes (BU#79), che per l’occasione hanno rieditato il loro ep “Saturate it, then reverse” con l’aggiunta di due tracce di freschezza indiepop…
Accreditati in questo senso paiono essere i Canadians (trattati in BU#90), formazione di recente lignaggio ma con ascendenze quotate a cavallo del Garda (gli Slumber in primis, complesso che avrebbe avuto ancora qualcosa da dire), uscita per l’etichetta di famiglia Hoboken. La ricetta è semplice e frizzante come l’indispensabile acqua: pop californiano con un occhio alle school bands dei Sessanta e l’altro schizoide ai Grandaddy che abitano appena l’interno, a sufficienza per non confondersi con la folla spiaggiaiola. L’ep “The north side of summer” è un frullatore di buoni sentimenti, chitarre fuzzy e coretti sognanti, roba da sciogliere perfino il giovane Holden. Per niente riempitiva la traccia centrale senza nome, clone dei barbuti di Modesto, a fronte di un clima energetico in A long lethargy e piacevolmente yuppiefluiano nelle tracce d’apertura e chiusura: Brenda Walsh e Dylan McKay avrebbero potuto benissimo baciarsi sulle note di Find out your 60s oppure di The north side of summer… Il formato e l’alta concentrazione di potenziali radio songs da cui estrarre singoli può sicuramente attrarre un’ampia fascia di elettorato passivo. Stay cool!
Questo frangente segna anche il ritorno alla grande degli Elle, pregevole realtà non ancora esplosa appieno secondo il proprio valore dopo la separazione con Marco Iacampo / Goodmorningboy. E dire che sia nel periodo art-belga (col crooner di cui sopra in formazione), sia nel “nuovo esordio” orientato alla space age e al riscoprirsi (tardo)beatlesiani più che mai, i numeri per contare nella penisola e fuori c’erano tutti. La conferma si ha, gradita e foriera di ulteriori considerazioni, col nuovo “Be strong” (recensione nel presente numero) in uscita imminente per Urtovox. Fin dalle prime note di Come on (10 up & 5 under) promana un sentore di pacata reviviscenza affidata a un circùito virtuoso fra le tastiere di Nicola Mestriner e le voci di Matteo Caroncini e sua. E poco importa se il ritornello ‘sitting in the morning sun’ diventerà per assonanza sonora e lessicale, oltre che per inveterata abitudine, ‘save it til the morning after’… Predominano i toni felpati (How does it feel?) in questo lavoro complesso e affascinante, del cui precedente viene un poco persa la vena groovy -che permane giusto nelle tirate FAQ e …and you?, senza eccedere in deviazioni- ma che guadagna una piena consapevolezza, per non dire maturità. L’etimologia spacey Flaming Lips dell’ensemble mestrino non evapora neanche con l’introduzione in Human grace di una chitarra che piacerebbe a Massimo Zamboni, e se per il disco c’è un paragone calzante oggi è con gli Arab Strap vecchi e nuovi (paradigmatica What’s new?), grazie al calibrato ma informante utilizzo di elettronica umanistica. E’ davvero pop d’altri tempi: i prossimi…
Specie da quest’ultimo punto di vista, percorrono strade in parte convergenti i romani Turnpike Glow: “Rush home” ha qualche mese di vita (se n’è parlato in BU#88) e ha tutte le credenziali per il formato esportazione: anche qua l’inglese incornicia al meglio le melodie non prevedibili del gruppo, con scariche Hal nella convincente Chopin (wears your best gown) e riduzioni oniriche alle misure della canzone, ben poco italiane al tatto (Falling at the whistle). Muoversi fra campioni e valvole ormai è più familiare che violentare uno strumento tradizionale, per queste generazioni di popsters, ma sta di fatto che un disco così ‘sospeso’ comunica appieno la sua essenza proprio insediandosi in tali determinati punti di forza anche quando contaminano il pezzullo prescolare (Dirty rain). D’altronde, chiamare una traccia Mainstream e poi svolgerla con canoni opposti quanto può essere beffardo, e quanto situazionista?
www.canadiansmusic.it
www.urtovox.it/elle_bio
www.turnpikeglow.com
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posted by Enver 1:17 PM
THE DESERT ISLAND RECORDS - MOMUS (traduzione mia; in Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Nick Currie a Venezia per la seconda volta in poco più di un mese: dopo un workshop sulle arti visive, e proficui contatti per collaborazioni italiane, la sua prima volta su un palco nazionale dopo due decadi di carriera. Come durante l’esibizione live (report in Visti E Sentiti di questo numero), anche a tavolino Momus spiazza non poco, declinando la sua folktronica™ a fusione fredda di Rinascimento e Giappone, cultura generale invidiabile e microsuoni. Le scelte per l’isola (dei famosi a modo loro) sono come una firma apposta in calce al suo immaginario, e a quello che ricaviamo noi di lui: un uomo a suo agio nel passato anche remoto, nel presente da outsider, nel futuro anche solo immaginato.
Enrico Veronese
MAMORU FUJIEDA
Patterns of plants (Tzadik)
Nel 2000, quando vivevo in un piccolo appartamento a Chinatown, accendendo la radio ho sentito questo disco. Lo speaker disse che era una musica composta dai modelli di crescita delle piante, trascritta da Fujieda per liuto e shamisen. Il risultato era piacevole, ricordava i pezzi per piano elaborati da John Cage, come Daughters of the lonesome isle. E il parallelo fra i suoni medievali europei e l’amore per la natura dello scintoismo giapponese si adattava perfettamente con alcuni dei miei lavori.
NICO
Desertshore (Reprise)
Nel 2001 mi spostai a Tokyo. Ogni settimana salivo la ripida collina dal fiume Meguro fino ai giardini di Ebisu e noleggiavo videotapes da Tsutaya. Parevano avere un’offerta molto più eclettica rispetto ad ogni negozio occidentale io abbia mai visto. Uno dei nastri che ho trovato era il film “La cicatrice interiore”, di Philippe Garrel, che è fondamentalmente un’estensione video dell’album “Desertshore” di Nico. Ero completamente catturato dalle canzoni misteriose e incombenti di Nico, molte di queste piene d’amore per suo figlio Ari, che appare nel film come un ragazzino, una sorta di piccolo principe del deserto. Scrissi un pezzo ispirato a questo album, e due anni dopo lo stesso Ari presenziò a uno spettacolo che tenni a Parigi. Gli ho cantato la canzone, ispirata da sua madre, e dall’indimenticabile film di Garrel.
BRIAN ENO
On land (EG)
Ai miei vent’anni caddi in uno stato di depressione solitaria e piuttosto mistica, circa nel periodo in cui formai la mia prima band, The Happy Family. Penso che “On land” di Eno sia stato il disco che suonavo di più all’epoca, sebbene amassi anche guitar bands come Josef K, Birthday Party, Velvet Underground. Ora quando ascolto questo disco mi ricordo che sedevo ad Edimburgo, guardando alcuni bellissimi giardini verso l’estuario e le colline di Fife. Feci una cassetta a mio padre, e anche lui l’ha amato. Penso che tutti i suoni naturali in questo disco gli ricordassero le gite per andare a pesca in estate!
LAURIE ANDERSON
Big science (WEA)
Una casa editrice mi ha recentemente chiesto di scrivere una cartella su di un solo album. Ho scelto questo, perché ricordo quanto paresse sorprendentemente originale nel 1982. Laurie Anderson figurava capace, solo con un violino, un proiettore e un po’ di aggeggi elettronici, di creare questo mondo futuristico ma anche sciamanico, di gettare i suoi ascoltatori in uno stato onirico, in trance, di mostrare loro un mondo al contempo sofisticato e semplice. In qualche modo, lei portò la teoria e le idee del mondo dell’arte dalla scuola minimalista di New York dentro un formato pop e (almeno in Inghilterra) ottenne come conseguenza la vetta delle classifiche pop!
BLACK DICE
Broken ear record (DFA)
I Black Dice sono i miei preferiti fra le nuove band americane. Riescono a mescolare musica elettronica ed etnica in maniera tanto calda quanto terrificante. Una volta mi sono addormentato ascoltando “Mixing It”, il programma sperimentale della BBC, e svegliandomi al suono di Treetops dei Black Dice. Sono riuscito a dormire attraverso tutta l’altra musica, ma questa era così differente (…e terrificante) che mi ha svegliato. Il nuovo album del gruppo suona perfino più originale. Mi ricorda il saccheggio della sezione antropologica della biblioteca universitaria di Aberdeen, cercando registrazioni etno-musicologiche africane, e trovando materiale suonato da stregoni servendosi di corni, oppure canti tribali complessi e sinistri. Questi hipsters di Brooklyn sono estremisti, espandendo la grammatica del pop. Vorrei ascoltare pop che diventa sempre più strano, perché c’è troppo zucchero in esso, troppa abitudine e ripetizione.
HOLGER HILLER
Oben im Eck (Mute)
Questo è il mio album preferito di uno dei miei artisti preferiti, un uomo che portò la tecnologia del campionamento degli anni Ottanta a un punto molto più interessante rispetto ai suoi contemporanei. Ad Amburgo era studente di un allievo di Paul Hindemith, quindi divenne il cantante del gruppo new-wave Palais Schaumburg, infine si trasferì a Londra come solista. Come al solito, ai giapponesi piaceva cosa stava facendo, ma nessun altro pareva accoglierlo. C’è una sorta di violenza maniaca nel suo usare samples di musica classica del XX secolo, ma anche un’assurda spiritualità germanica in pezzi come Oben im Eck, il mio preferito.
DAVID BOWIE
Images (Decca)
David Bowie ebbe un enorme impatto su di me quando ero teenager, e certamente gran parte dei sui dischi degli anni Settanta sono dei classici. Ma alla fine mi sento più affascinato dai lavori strani, molto dimenticati, ‘fallimentari’, che realizzò negli anni Sessanta per Decca. Pare che il suo manager, Ken Pitt, volesse fare di lui un cantante veramente “a metà strada” –ha perfino partecipato a Sanremo un po’ di volte! Ma nei personaggi e nelle brevi storie presentate qua con arrangiamenti ingannevolmente easy listening, c’è tuttavia un carattere bizzarro e una oscurità che avrebbero germogliato più tardi con fiori neri come The man who sold the world. I personaggi sono bambini, pierrot, oppure uomini di mezza età disadattati e incompresi, come Uncle Arthur o The Little Bombardier. Qualcosa circa la combinazione di mistero e briosa musica rilassata mi fa andare con la mente alle cose che sta facendo adesso Adam Green.
ATRIUM MUSICAE DE MADRID
Musique arabo-andalouse (Harmonia Mundi)
Ah, quanto amo questo disco! Lo suono un sacco, tantissimo! E’ una ricostruzione del periodo in cui la musica spagnola di corte è stata massicciamente influenzata da quella araba, la stagione antecedente la ‘reconquista’. E’ repressa e normalizzata, ma tuttavia selvaggia ed evocativa, e mentre ascolti puoi immaginare te stesso in palazzi ricoperti di piastrelle in ceramica, o camminare attraverso giardini di piacere all’interno di un chiostro.
HYPO
Random veneziano (Active Suspension)
Hypo è un musicista parigino, uno della promettente generazione che include O.Lamm, My Jazzy Child, Konki Duet ed altri inseriti nelle etichette Active Suspension e Clapping Music. Hypo suona un pazzo tipo di pop influenzato dagli anni Ottanta, appiccicaticcio. Come i New Order alle prese con la Casio SK-1, con ragazze giapponesi che cantano sullo sfondo. Veramente, un’altra cosa alla quale mi ricollega è il mobile Memphis di Ettore Sottsass: quei tozzi mobili postmoderni in plastica, con angoli insensati e motivi a macchie applicati. Meraviglioso!
THE YORK WAITS
The punk’s delight (Hunt’s Up Records)
Così è come avrebbero suonato i Pogues, fossero stati nel Cinquecento; è ispida musica medievale da fiera in città, suonata con tromboni, viole e cromorni. Amo questi strumenti grezzi e male temprati, precursori dell’odierna e troppo borghese famiglia orchestrale. Condividono con la prima elettronica una qualità ruvida e lamentosa, le onde sinusoidali dei synth analogici.
posted by Enver 1:16 PM
OKKERVIL RIVER
Il Covo, Bologna, 6 ottobre 2005
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
La riapertura stagionale del munifico club bolognese avviene in una sera di forte pioggia, che ne limita la capienza alla metà. E quasi per empatia i tedofori chiamati ad accendere il cero, i maestosi Okkervil River, si ritrovano con la tastiera vintage inabile all’uso e conseguente stravolgimento, anche spirituale, del loro act. Poco male, sale in cattedra la voce un po’ nasale dell’istrione Will Sheff -a tratti ricorda il Conor Oberst acerbo- a declamare “I know that it’s not too much” per una captatio benevolentiae non necessaria, tale la visceralità del tutto. La sua compagnia di giro ostenta pelli bianchicce, spuntano protagonisti il banjo e la tromba mariachi, in un crescendo emotivo che ha il suo apice in For real, uno degli inni del 2005, parafrasando qualcuno “io non t’ho sentita, t’ho vissuta”. Arriva che si spezzano anche le corde della sua acustica, e lui imperterrito e stoico, nel rinnovare la favola bella dei Violent Femmes e allucinarla all’America attuale: con “Black Sheep Boy” il folk come lo conoscevamo si fa post-folk, imbarcando detriti e sedimentazioni dagli ambienti attraversati, alla stregua del Mississippi. Song of our so-called friend crea l’euforia, al pari dell’accelerata It ends with a fall; dopo un’affettuosa cover dei Big Star, affidano la chiusa alla tautologica Okkervil river song: in riva al fiume, portate dalla fisarmonica, odo parole più nuove, che parlano gocciole e foglie. Guardo i muscoli allentati del capitano, all’uscita c’è un po’ di nebbia che annuncia il sole: andiamo avanti tranquillamente…
posted by Enver 1:15 PM
Viarosa
Where The Killers Run * CD Pronoia/Foreign Affairs * 11t-46:49
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Quasi eretico nel deviare dalle ultime strafottenze fast di casa propria (UK), antistorico e “moralista” quando ripiega su cronache feudali da tabarin: Richard Neuberg trova posto sul crinale scuro e velvettiano delle fortune vocali di tanti predecessori, con membri di Willard Grant Conspiracy e Cornershop si dà alle corde pizzicate del banjo e del mandolino -la lotta di classe in Poor man’s prayer- e qualche dispersione strascicata non evita un’impressione positiva. Là dove ‘popolare’ significa ancora qualcosa di diverso da ‘classifica’ e ‘suoneria’. (6/7)
posted by Enver 1:14 PM
Dilaila
Musica per robot * CD Ilrenonsidiverte/Audioglobe * 10t-42:21
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
E chi se l’aspettava di pescare nella marea una rivelazione del genere… A partire dai testi originali di Claudio Cicolin, passando per la fascinosa ed evocativa voce di Paola, quasi tutto in “Musica per robot” è talentato, curato a puntino, distante miglia dalla sciatteria e finta urgenza tipiche di questo tempo. Sensibili reminiscenze Scisma ne L’apice e a sbalzi nel rebours, ambientazione metropolitana (il singolo Moderna) e negli interni (L’ora del tè), l’esatto contrario dello scenario paventato nella visionaria titletrack (‘Voce asettica, ritmo isterico, melodia che non comunica’), contribuiscono a definire nei lombardi Dilaila una presenza sobria e convincente, da monitorare attentamente a venire. Perfezionare la veste sonora è lo step successivo, naturale e suggerito, verso l’affermazione nell’italica eccellenza del genere; dal momento che già ora un pezzo come l’apriscatole L’insetto giustifica pienamente il pensiero che un altro pop, dopo qualche anno dagli ultimi esordi-smash, sia finalmente ancora possibile, a portata di mano. (7)
posted by Enver 1:13 PM
Canadians
The North Side Of Summer * EP Hoboken Records * 6t-19:22
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Al termine della vicenda Slumber in tanti temevano di perderne l’aroma. Invece, con l’aiuto di un ex-Marian e di una voce grandaddyana, Fiorio e Baldo assemblano tale qualitativa pop crew che di scaligero mantiene l’ubi consistam e il soffice del pandoro: di contro l’attitudine è così cosmopolita da poter ambire (Venus) alla sigla di un serial per tardoadolescenti globali. L’ep di debutto (indovinati formato e copertina) fa dei Canadians il disimpegno borghese, anglofono, di magna accessibilità, che –esenti i soli Yuppie Flu- mancava all’Italia indie. Teen spirit! (7)
posted by Enver 1:13 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 90 – novembre 2005)
Un uomo solo al comando. La sua maglia è colorata, o coperta da una giacca, da una camicia boscaiola o da un piumino nordico. Il suo ruolo è cantAutore, artista solitario esposto in prima persona, sovente creativo a bassa fedeltà fra le mura domestiche –ah, i prodìgi della tecnica moderna- altre volte immerso metaforicamente nella natura. Uno che si guarda allo specchio, o che scatta fotografie, tratteggia teneri schizzi e ogni tanto come le formiche s’incazza; meno di un tempo, a giudicare dal numero fattosi esiguo degli “impegnati” (da non trascurare fra essi Luca Bassanese). Figura prettamente italica, quella della prima persona singolare, che tale rimane anche quando si appoggia a una struttura collettiva consolidata o assemblata su misura: l’affermazione particolarmente connazionale del genere cessa di essere minaccia incombente di paragone e diventa, nei casi più qualitativi, speranza di continuità per una tradizione sì… autore-vole.
A questi criteri risponde Alessandro Grazian, uscito a nome proprio per una syndication Macaco/Trovarobato (“Caduto”, recensione in #89), offrendo la consapevolezza di avere al suo arco diverse frecce per colpire già al debutto: un uso calibrato di doti vocali non comuni, ad esempio, che lo avvicinano agli svolazzi di Marco Parente; l’amore viscerale per la parola e le sue mille possibili torsioni, la rima trobadorica e la padronanza dell’effetto roboante; l’autoreferenza eloquente in ogni testo, introspettivo e brillante, pomposo e lucido, oppure secco e dolente. Temi che ricorrono, le ferite (‘dove gli altri osavano troppo io venivo colliso, nella mia piccola e dolce assenza mi sono dato alla mia differenza’), il confronto (‘voi non vi spezzate mai però siete sempre più chini’, sempre dall’accorata La differenza), una qual compiaciuta impellenza decadente di chi si sente male-stare e in fondo pensa che sia ciò che si merita (Ammenda). Eppure Alessandro sa anche giocare, alla francese, come in Novizio, sfoderare le armi del coro e cantare serenate da passator cortese, giovandosi della robusta sezione d’archi imperniata sul violoncello di Giambattista Tornielli, e del clarinetto di Enrico Gabrielli in escursione dai Mariposa. Note d’altri tempi e sicurezza del trasporto: l’idem sentire col mondo dei Non Voglio Che Clara sta dando feedback apprezzabili, soprattutto se declinati al futuro.
C’è invece chi sprofonda nel pop più profumato e floreale, ed è il caso di Jacopo Gobber, instancabile attivista per diverse esperienze (Marian prima, Daphne poi), arrangiatore, compositore e autore con privata ditta, factotum con le idee piuttosto chiare sul cosa-e-come esprimere: art pop è definizione che gli si attaglia, sincero nell’allineare gli spiriti affini –Morgan, Tricarico, Blur, Syd Barrett…- a cavallo delle decadi, e perfino estensore di una guida della genesi di tutti i suoi pezzi… Il giovane veronese sa indubbiamente il fatto suo e pur fra acide e forzate confusioni stilistiche, comunque non frequenti e mai declassate ad accozzaglia, partorisce bozzetti asimmetrici (Papaveri gialli) e ironici (Pisciarsi sulle scarpe) che acquisiscono maggior credito in base alla cura ‘professionale’ di toni e incastri: quello indiepop è il terreno naturale per favole di uccellini e ragazzi immaginari -la poesiola Non c’entra niente per far addormentare il neonato e poi svegliarlo di chitarre- che arrivano a volare alto con la difficile Polistirolo, intubata torch song anaerobica. Nel suo di-spiegarsi, “Metamorfosi” è un promettente e già lusinghiero punto di partenza…
Altri umori, altre radici, altro linguaggio: Lorenzo Bracaloni alias The Child Of A Creek sceglie l’inglese degli Stati Uniti, il folk riportato a lustro da Iron And Wine, l’estate in campagna, l’odore di fieno. “Once upon a time the light through the trees” è un album nato e realizzato in breve tempo, processando le singole partiture strumentali (chitarre acustiche, flauto, armonica, organo, piano, percussioni, electronics…) e avvalendosi di un artwork coerente, tattile e suggestivo, fra l’avorio e il sepia che non passano inosservati; la summa si presenta incredibilmente sincera nei loop elettroacustici, nel cantato indolente e nella varietà omogenea di soluzioni messe a disposizione dai suonini: elegie à la Kings Of Convenience (Two beautiful horses are dancing the descendent snow), countrysmi intellettuali in stile Beck (The secret of silver wood), esercizi personali come in Songs for domestics. Sulla scia Midwest, di cui potrebbe figurarsi progetto parallelo; ma soprattutto canzoni spontanee come frutti di bosco selvatici, da raccogliere con attenzione e gusto ripagato…
All’antipodo del calore ancestrale e romantico della prateria sta l’algido meteo di Helsinki e della tastiera analogica. Giacomo Bottà che nella capitale finnica vive e lavora ha dato alla luce col moniker Interflug un’operina lo-fi molto interessante, registrata in various bedrooms, con la quale fa il verso a Owen Ashworth in quanto all’uso di micro-onde, ma non dimentica di essere stato metà degli Skoda –anche se ora compone in inglese- quando si affida all’attitudine umana, pigra e casalinga. Le sei tracce contenute in “My casio scripts” non sono divertissements o esperimenti, ma androidi che sognano pecore elettriche: la forma e la preponderanza dell’elemento-autore (riscontrabili rimandi a Conor Oberst ed Erlend Oye) risentono del clima plumbeo nella misura in cui Google è una space-bossa urbana modello Testbild, e Northern light piange amore non più e non meno di tutti i cant’autori della storia d’Italia.
www.alessandrograzian.it
www.jacopogobber.tk
interflug.blogspot.com
posted by Enver 1:12 PM
JOSEPHINE FOSTER + MI AND L’AU
Teatro Alle Maddalene, Padova, 26 settembre
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Il TAM è un piccolo cubo nero nel cuore della vecchia Padova, che grazie all’organizzazione di Pulse e Basemental ospita nell’autunno appena cominciato nomi di rispetto come Animal Collective e Akron/Family. Intanto uno strano lunedì di performance ha saputo ricreare gli anni e il mood del Folkstudio attorno a Mi And L’au e Joséphine Foster, tra i nomi più accreditati -c’era perfino MTV Svezia a seguire in tour i due angioletti- della gentile ondata che per convenzione chiamiamo prewar: che i suoi standard siano già diventati marchio di fabbrica?
Il duo franco-finlandese (spot on BU#89) appare a una certa ora dall’oscurità di un chiostro esterno, messo a nudo con le sole chitarre a far scenografia, e anche se giocoforza certi suoni accoglienti –archi e banjo su tutti- vengono a perdersi, come nell’ouverture They marry (sì, gli altri due si sposano e sono felici: il massimo della commiserazione), considerevole rimane l’impatto sulle anime raccoltesi in religioso silenzio: si percepisce nitidamente il discreto fremere delle note, le chitarre non si sovrastano ma cooperano lentissime a punteggiare le dolenti nenie dei due, monologhi più che colloqui, complementari come sono agli spazi lasciati bianchi. Al termine ri-escono al buio, appartati, e noi si resta a invidiare lo splendido isolamento di questi Lady And Bird dei boschi…
Se Mi And L’au fotografano il devendrismo molto da distante, la Foster se ne appropria sullo sfondo, nell’accezione meno ortodossa… pare accendere la puntina di un grammofono, questa monotòna chansonniera d’America, e invece è proprio la sua voce cocorosia a modulare all’osso il ridotto costrutto sonoro. Gorgheggia che è un piacere, lontana dal microfono per non invadere l’aria; “unico” limite è non avvertire distintamente il distacco fra un pezzo e l’altro. Fa andare con la mente pure a Veronique Chalot, agli anni settanta defilati, alle scuole di tradizione e recupero, addirittura al folk conservatore inglese: ma giurerei che almeno quello, se non le altre scene citate, fosse più vivace…
La ‘gara’, se c’era, la vincono gli europei, più toccanti e magnetici, meno passibili di accademia; a Joséphine l’onore di una proposta difficile, da premio all’intransigenza sotto forma di puntini di sospensione………
posted by Enver 1:11 PM
AMARI
Grand Master Mogol – CD Riotmaker – 13t 48:07
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
L’hip hop italiano non è più un lattante: al guado di metà decennio sveste i panni della militanza o della faciloneria emulativa dei petti villosi, per assumere quelli disincantati e Amari. Svanite le posse, confinati al bambinismo i prodotti commerciali, è il trio udinese di casa Riotmaker a candidarsi campione del canto libero con una raccolta squisita e pop, leggera se non easy, minimale eppure pregna di messaggi dal quotidiano–più che di triti contenuti astratti- come da tempo non accadeva di sentire. Pasta, Dariella e Cero spingono a nuove provvisorie conseguenze l’attitudine bastard della propria consapevolezza: la loro generazione ‘pensa le rivoluzioni sul divano’ ma se riesce a tendere le orecchie, oltre a muovere la testa e il piedino, può essere sorprendentemente pronta a seguire (e seguirsi) questo specchio pastichato e un po’ subdolo, solo all’apparenza rassicurante. Un Campo minato, un dito puntato: ma in maniera molto, molto differente, e verso se stessi. ‘Eternamente giovani, tremendamente belli’, tremendamente A(a)mari. (7/8)
posted by Enver 1:10 PM
FATHER MURPHY
Six musicians getting unknown – CD Madcap – 13t 48:07
STOP THE WHEEL
Morning – CD Madcap records – 10t 32:48
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Quanto mi piacciono gli ossimori. Indisponente attrazione, infinito frammento, e via così. Ossimoro in se stesso è Frederico f. Zanatta, figuro inappuntabile dietro le produzioni Madcap e scienziato pazzo della rivelazione di padre Murphy: con Vittorio DeMarin, Chiara Lee e due Franklin Delano imbastisce un concept immerso nel weird folk che bazzica coi Midwest (Police) come nel beat psicotropo da Jennifer Gentle all’oratorio. Brass band sotto grappa/cesello slowcore, ululati nel buio/funerali sotto la luna (Millhouse). E con Indie labels il pretacchione si prende in giro che è un piacere. Ogni volta pare di ascoltare un disco diverso, e questo è bene. (7)
La casereccia confraternita trevigiana dà contemporaneamente alla luce un gemello a nome Stop The Wheel, mutuato dalla cassette label Best Kept Secret. Trattasi di operina semplice semplice, che sfrutta anche registrazioni ambientali per confezionare un’onesta goccia nell’oceano indiepop (l’inglesissima Home alone, in Bastard he was pare di sentire Professor Pez) o rustica come patatine da osteria (Air guitar) Sincero e carino, ma non esattamente indispensabile. (6)
posted by Enver 1:10 PM
ALESSANDRO GRAZIAN
Caduto – CD Macaco Records / Trovarobato / Audioglobe – 12t 35:51
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Cerca(va)si cant’autore. Capace compositore, abile burattinaio di parole, sufficientemente versatile, amante delle radici, possibilmente di bell’aspetto per spezzare sospiri alle ragazz(in)e. Manco a farlo apposta, Alessandro “viso d’angelo” Grazian è tutto questo e un po’ di più. Il ventottenne padovano debutta con testi tanto sofferti quanto studiati, che incontrano archi e frenesie, dolcezza e arrangiamenti sopraffini. Parecchi fattori: Marco Parente, la scuola dei Dischi del Sole, un poco il Branduardi giocoso in Novizio, anche stranieri come i Pearlfishers e i “francescani” Polyphonic Spree nella medievale Via; ma nessun filamento di dna immediatamente riconducibile in questo forbito chitarrista acustico e nel duo che lo sostiene (Enrico Gabrielli, wurlitzer e fiati; Giambattista Tornielli, il puntuale cello). Desta dimenticato scalpore l’uso del linguaggio logo-musicale, che per quanto episodicamente melodrammatico (Ammenda, Ottima, Vado a Canossa) sa anche essere asciutto e stringente (il valzerino Serenata e soprattutto La differenza, riuscitissima), nel trattare le ferite come gentili prove di vita. Forse è ancora presto per essere un crack di portata sbilanciante, ma il futuro è suo, se continuerà a suonare col fuoco dietro le spalle. (7)
posted by Enver 1:09 PM
PICASTRO
Metal cares – CD Monotreme/Goodfellas – 10t 38:19
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Come una forma di resistenza alla velocità, al cibo spazzatura, ai riflettori eteroguidati. Come difesa e controffensiva. Così suona Picastro, ennesima conferma della bontà di quel Canada che suona lento, incedente e per niente ottimista. Sommatoria per difetto che consta di addendi quali l’automatico struggimento della strumentazione folky, il set and setting da incenso sparso col turibolo (Blue fire conclude la celebrazione), una raffinata confezione da taccuino in rilievo, trasparente e vetroso, e il frontestare di una Liz Hysen la cui voce è fatta di seta straziata. L’ensemble di Toronto giunge dopo tre anni a confortare di nuovo i ‘protervi collezionisti di morte’ [cit.] persistendo in elegie che arrivano dritte a bersaglio senza remore di troppo verso la buona salute degli arnesi da lavoro; esposti anzi a ogni usura negli accordi ripetuti (l’iniziale e meravigliosa No contest), nelle repentine dissonanze di Skinnies e nei crescendo temporaleschi. Il sovrapporsi dei diversi mood, rabbioso, schizoide, placato -Ah Nyeh Nyeh piange mentre monta di nuovo l’acredine- è costante, fluido e appare volutamente naturale: se Dirty Three parlassero, se la Vajagic fosse meno Galas, assieme sarebbero questa autunnale foglia secca, queste venature, lo scricchiolìo seducente al tatto, di ciò che sta per arrivare alla fine. (8)
posted by Enver 1:08 PM
FREQUENZE DISTURBATE
Urbino, Fortezza Albornoz – 7 agosto 2005 - terza e ultima giornata
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Dopo un anno di doloroso vuoto torna la rassegna più consolidata dell’estate indie italiana, quella che al di là del programma (quasi)sempre all’altezza consente ai frammenti dell’arcipelago di ricomporsi e confrontarsi. La città e la fortezza sono sempre magnificenti, il cartellone ha altresì conosciuto una leggera, inedita stanchezza, assegnando però alla terza e conclusiva data, quella di domenica, un evento atteso in lungo e in largo come il ritorno di Ira Kaplan e compagni.
A funestare per larghi tratti gli eventi serali, un dispettoso acquazzone a più riprese, che non ha certo fatto desistere il numeroso pubblico dall’accalcarsi e disperdersi per il prato. La pioggia stranamente si è concentrata nella sua portata più intensa durante l’esibizione dei Blonde Redhead, che hanno messo a tacere le serpeggianti voci di crisi con una prestazione empatica, quadrata, lancinante, e ovviamente stoica. Saccheggiati gli ultimi due dischi, su tutte memorabile Doll is mine, che ha scatenato i fans al pestare gli zoccoli sul pantano delle prime file. Prima del trio italo-nippo-americano, il palco è stato appannaggio prima della coppia Morgenstern/Lippok e poi delle evoluzioni di Four Tet. Se i musicisti tedeschi hanno confermato l’eleganza del recente “Tesri” con un set aperitivo fondato sui sintetizzatori tipicamente Monika, pure Kieran Hebden ha assecondato live il suo accantonamento di una panoramica lightronica in favore di linee acide rifratte in mille direzioni, invero apprezzate dagli astanti.
Il gran finale della serata, ormai in parte asciugatasi, e dell’intero festival è affidato a Yo La Tengo e al suo condensato di artigianato indie, eclettico e sincero. L’atto inizia con i venti minuti della stordente Night falls in Hoboken, tirata al punto estremo di quanto può offrire dal vivo; da là in poi l’alternanza tra folk ballads e distorsioni quasi rumoriste è costante e senza soluzione di continuità, comprensiva di cover eccellenti (Little Honda dei Beach Boys, Speeding motorcycle dell’assente Daniel Johnston) e capatina fra il pubblico a inscenare la marcia ruffiana di chi ha mestiere da vendere. E sfollarono tutti, umidi, felici e contenti.
posted by Enver 1:08 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 89 – ottobre 2005)
A ben guardare nel panorama nazionale manca un po’ il concetto di ‘etichetta guida’, che all’estero anglofono va per la maggiore in quanto qualificativo di un genere, di un modo, di una prospettiva condivisa. Per dire, nomi radicati come Constellation, Matador, Saddle Creek, 4AD, Labrador e via discorrendo identificano a priori perfino la tipologia di ascoltatore, i “recommended if you like”, quando non la ripartizione territoriale (oggi che la musica è fatta dappertutto e accessibile a tutti non è più possibile).
Ecco, in Italia questo ruolo è da sempre vacante. Tante, davvero ottime realtà qualitative –e non è il caso di fare nomi: è sufficiente scorrere nei mesi le rubriche, gli articoli e le recensioni di questa rivista- ma a parere di chi scrive nessuna così impattante, per sèguito e tentativi di emulazione, specialità nella quale spesso sappiamo distinguerci, ahinoi.
Eppure, se anche latita un “traino” (e non è detto sia un male, anzi), si può tranquillamente affermare che di stagione in stagione si susseguono serie di progetti, modi di imporli, che alfine fanno propendere verso una qualche significanza maggiore di alcuni rispetto ad altri.
Sarà l’uscita quasi contemporanea, sarà il milieu sonoro e iconografico nel quale prosperano, o altri fattori imponderabili, ma l’estate 2005 ha portato finalmente alla ribalta l’udinese Riotmaker che come Cornelia, la madre dei Gracchi, esibisce i suoi gioielli, Amari e Fare $oldi.
E l’impressione è ancora più evidente se si assomma il clamore suscitato in primavera, quando dai laboratori friulani usciva Scuola Furano (spot on BU#80), folgorante avvisaglia, electrico fuoco d’artificio da non stare mai fermi…
L’etichetta nasce nel 1999, forgiando nel brodo di coltura dei consumi di massa svariate microrealtà alcune esistenti, le altre originatesi a seguire l’una dall’altra (Riccio Bianco, Roundpear, Misha, Poncharello+Poncharello) constando dello stesso nucleo se non sempre degli stessi elementi.
Comuni denominatori, neanche tanto minimi, fra tutte le estensioni Riotmaker: l’attitudine Do It Yourself spinta alle massime conseguenze (“me is my indie label”, cfr. Father Murphy); una rinnovata attenzione al movimento, a generare Intelligent Dance Music; il rapportare le edizioni a un concept grafico unificante, peculiare, per certi versi geniale.
Santana Pasta e Luka Carnifull sono Fare $oldi. Nel 2002 incisero una raccolta omonima che rispettava taluni cànoni dell’indietronica in massima auge nel periodo, stravolgendone altri grazie all’uso di strumenti analogici, del vocoder e quindi della parola sovrapposta, effettata o frammista ai bleep: il tutto sotto le lenti schermate dell’ironia galoppante, a partire dai titoli. Colonne sonore domotiche del meriggiare pallido e assorto ancorché consapevole davanti ai quiz di Italia1, che avrebbero meritato maggior fortuna, soprattutto fra il popolo degli scratch. Niente nel debutto lasciava presagire cosa si stesse allestendo nei sotterranei delle Motoseghe Incrociate per l’episodio successivo: i due ribaldi si mettono a cavallo dei bpm, sterzano sui binari easygoing dell’elettronica da club, e annunciandosi con un booklet-manifesto pazzesco e affollato, scodellano dodici tracce impregnate di spirito di gioventù. “One nation under a grande cassa” (recensione in BU#86/87) solletica i bassi umori del mediamente-trentenne come lo vorrebbero i sociologi, grazie a un sapiente e miscelato interplay fra il groove -una versione intellettualoide di Scuola Furano- il sampling brillante e quello di cui usualmente ci si vergogna (i claims da discoteca commerciale anni Novanta, i cut-up delle pubblicità radiofoniche minori, la quotidianità adolescenziale di Primi baffi), infine i battiti elettrorock sempre in voga con i Daft Punk e i Beastie Boys. Ma non è tutto qua, e sarebbe già comunque parecchio: pure il farsi beffe del ‘revival a tavolino’ con Go go disco music! e il synth di Militari che gridano rientra pienamente nel gioco a incastri, che porta a iniziare Oratorio faster come una bossa del phuturo (‘take me to the worst party in town, put your finger in my martini’) decolorandola in poltiglia french touch per sfigurarla nel refrain che ogni produttore dance vorrebbe escogitare: every night come on, and it’s a miracle…
Il Pasta, con Dariella e Cero, è anche fra gli animatori degli Amari, progetto ormai quasi decennale nel destrutturare l’hip hop. Se un’operazione siffatta è possibile negli USA, e l’hype raggiunto recentemente da tanto rap bianco lo testimonia, non si vede perché non lo possa essere alla periferia dell’impero, dove meno rigorose sono le tradizioni importate e quindi più facile ‘toccarle’ senza tumulti di piazza o di ghetto. L’ibridazione con la forma indie avviene molto presto, così da consentire un successo ad Arezzo Wave 2000 e le prime releases per Riotmaker: le chitarre defenestrate dai più b-boys riappaiono dalla porta, senza per questo andare a scapito di testi come fucilate (Lettere da sparo, in “Gamera” del 2003, l’esempio più evocativo) e del mantenere un tenore casual e antifrastico, ben poco melodico -leggi: rime sempre sbilenche e asimmetriche, quando esistenti- e saporitamente schizzato. Non pare fuori luogo coniare la definizione di post-hiphop: quella degli Amari è canzone parlata, suonata e registrata, dotata di personale comunicativa. Tutte doti che si ritrovano con maggior vigore nel nuovo “Grand Master Mogol” (recensione nel presente numero), dove il trio non si schiera fra il mezzo e il messaggio, fra l’esperienza, la narrazione e la percezione esterna di esse. Quando il microfono in output rivela che ‘posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano (…) scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo’ (Bolognina revolution) oppure si guarda allo specchio per pronunciarsi: ‘siamo così tremendamente belli (…) eternamente giovani, eternamente tristi, sorridenti, finti tristi, finti giovani’, non si può far finta di niente. In quel momento si buca lo schermo, si coglie nel segno, si spostano più in là determinati confini. Come quelli dell’eterno pop indipendente, come quelli dell’autocoscienza. Che ciò stia succedendo in Italia, e senza tirarsela poi tanto, fa solo tanto piacere.
www.riotmaker.net
www.farraginoso.com
posted by Enver 1:07 PM
“L’INSOLITA COMPILATION”
CD Pippola Music / Goodfellas – 13t 51:28 (Blow Up # 88 - settembre 2005)
Salutiamo la nascita di una ambiziosa quanto promettente etichetta -tronica dei paesi nostri, originata da una collaborazione fra nomi storici come Paolo Favati e l’ubiquo Gianni Maroccolo. La presente prima release collaziona alcune brillanti realtà del sottobosco toscano, tra sperimentazione gentile e concetto premiante (la fruizione nell’arco di una intera giornata). Gli stessi promoter suonano qua e là nel disco. Emergono il trip pop in forma canzone dei Blume (Piove piano, Ninna nanna alla regina) e Cpt.Nice (Linea di Venere), il synth + vocoder kraftwerkiano di AM Boys (Nouvelle cuisine), mentre notevole è la cover lunare e collettiva del tema di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Come partenza è positiva, soprattutto perché lascia intravedere un futuro importante. (7)
posted by Enver 1:06 PM
LULE KAINE
s/t – CD Waste Isolation Rec. – 6t 33:26
(Blow Up # 88 - settembre 2005)
Dalla sempre più fertile scena di Torino queste interessanti sei tracce in noir, dove la prima chitarra parte al secondo minuto del secondo pezzo e il manierismo non è poi così pedissequo. “Lule Kaine” ci dà dentro con recrudescenze del più scontato postrock (Shine den), però sciorina anche inseguimenti e ‘andar di notte’ (Mr.Papillon), di-mostrando padronanza dell’enciclopedia mogwaiana e refoli di personalità. Almeno non escono da una sala prove dopo circa tre sessioni, convinti di essere imprescindibili… (argh). Già sentito, sì, ma ben fatto. Ben fatto, sì, ma già sentito. (6/7)
posted by Enver 1:05 PM
KRAFTWERK
Ferrara, Piazza Castello – 6 luglio 2005 (Blow Up 88 - settembre 2005)
La voluttà comincia là dove si esaurisce il tempo-zero di verificare nessuna crepa nel meccanismo e nel soma del monolite più quadrato della storia. Vestiti in grisaglia replicante, come direttori di una filiale molto importante della Banca della Musica, Ralf Hutter e i suoi hanno concesso due smaglianti ore di Storia, Presente e Futuro dell’electro. Praticamente tutto il repertorio più notorio, così come riprodotto in “Minimum Maximum” (Blow Up #86/87): con in più frequenti e prolungate derive nel dancefloor urbano, acide e industrial, fra Cocoricò annata ’91 e Chemical Brothers (“Carneade…”). Dai laptop diversificati sgorga rigore inscalfibile, musica binaria sui binari dell’Autobahn, Tour De France diluito nella città delle biciclette (così appare Ferrara nei cartelli stradali). Video magistrali e sincronizzati, numeri random e piccoli calcolatori italiani, robot andromorfi e tutine retrofuture. Su tutto, l’eterna modernità di pezzi come The man machine (machine, machine, machine,machine) e Radioactivity entusiasmante per resa e concettualità. Fantascienza alla nascita, avanguardia negli 80, paragone nei 90, siderali ora. Come i signorini attuali delle macchine, ahiloro, non saranno mai.
posted by Enver 1:05 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 88 – settembre 2005)
Aggiornare e contaminare le tradizioni non è mai operazione facile: si rischia sempre di perdere quello che si ha e di non arrivare ad alcun risultato credibile, scontentando i puristi e finendo col non acquisire a sé propri referenti peculiari ed interessati.
Logicamente questo discorso vale in maniera immediata se ci si rivolge al contesto della musica popolare o etnica, che in epoca di divulgazione globale raggiunge gli ambienti più disparati rispetto al luogo che la origina.
Con East Rodeo, singolare combo riunitosi in Padova dagli incontri di un albanese, due croati e un italiano, la questione si capovolge: come i Dresden Dolls hanno agito usando il teatro-café brechtiano, così in “Kolo” (#82) sono gli elementi non usuali né ‘convenzionali’ del filmico balcan sound a essere introdotti nel corpo del rock e del jazz. “Sono convinto –dice il tastierista Niki Laca- che il meticciato possa rappresentare una via importante allo “svecchiamento” della musica europea. L'impressione è che ultimamente le nuove produzioni siano come dire, un po' ripetitive e sterili. Siamo in una fase in cui c'è molto bisogno di stimoli nuovi nel vecchio continente e perché no, alcuni potrebbero venire da Est”. C’è la strada e c’è il deragliamento: accanto a chi percorre le ortodossie di matrimoni e funerali su di giri (i veneziani Rummellai, i baresi Municipale Balcanica, i romani Titubanda e tantissimi altri), East Rodeo –senza dimenticare i lodigiani Serif’s, anche loro in dirittura d’arrivo con l’ultima fatica- si integra ai codici universali, stravagando dal jazz in via di fusion(e) di Gjashte a quello fumoso di Ne znam plesat, da Istrodeo che si qualifica come Zeitgeist del complesso alla corvina Apparentemente, sberleffo allegorico giocato sui colpi, che fa pensare ad anni di ascolti radio clandestini… Disco incostante e scostante, che incoccia picchi irresistibili negli andamenti indo-lenti (con accelerazioni allucinate) di Partigiana e Rumbalkan, minimi comuni denominatori balcanici, e che mostra il suo portato tragico di fuga dalle fiamme nella conclusiva Uvatime, educata spiegazione della guerra e della migrazione ai riluttanti nuovi vicini di casa. I continui interscambi col teatro -la band nasce in seno al TAM di Padova- offrono una ulteriore chiave di lettura, per questa No Smoking ‘indie’ Orchestra che esce dallo schermo e si fa vita reale. Inevitabile quantunque…
A chiamarsi Amore aveva provveduto solo Arthur Lee: è così facile pensarci e altrettanto impegnativo deciderlo… tutte cose note al quartetto toscano, un vero e proprio supergruppo comprendente Alessandro Fiori dei Mariposa, Massimo Fantoni (Otto’P’Notri), Gionni Dall’Orto (nelle backing band di Parente e Benvegnù), e l’ex batterista dei Baustelle Samuele Bucelli. “I tendaggi del primo semestre” è il loro parto autoprodotto, primi a non prendersi sul serio quando tratteggiano personaggi dropout (Le dighe dell’Enel) con lo spirito delle filodrammatiche di provincia, in continua e bonaria presa in giro reciproca; o quando s’inteneriscono su un bimbo (Mega) disincantato e un po’ autistico in un campeggio di tanti mondiali fa. Le sei tracce spingono sulle similitudini zonali, da Bobo Rondelli / Ottavo Padiglione (‘Questo è un blues suonato in tre quarti, questo è un blues delle nostre parti…’) ai romanzi antimoderni di Luciano Bianciardi, ma per quanto dirette –anzi colloquiali- risultano ben poco autoreferenziali: il vibrante p-funk di Lapo 68, imbonitore con un’unica soluzione, è percepibile correttamente a nord come a sud grazie al mirato uso di citazioni random e groove irresistibile. Quarti di nobiltà empia e gaglioffa, come il Conte Mascetti di ‘Amici miei’…
Di libero(?) amore fanno invece professione Marcilo Agro e il Duo Maravilha, buffo moniker dietro il quale si nascondono un poeta e due fratelli di Novara, che hanno fatto uscire “Tra l’altro” sotto l’occhio benevolo dei dirimpettai Perturbazione. Il disco, licenziato da Room Service, è agrustico e soprattutto sincero, affondando a piene mani nel cantautorato 70 del riflusso (Branduardi che si cimenta col fado diventa Terra, il fantasma di Ivan Graziani riappare in Arpa birmana) e collocandosi nella scia di gentilissime produzioni contemporanee come En Roco ed Endorfina, ben meno ruffiani dei Tiromancino. Rimarchevoli gli intrecci di chitarre onomatopeiche a rincorrersi nella spassosa Zanzara e la limpida cantilena di Un sorriso da indossare: per tre ragazzi che suona(va)no invitati di casa in casa, l’affermazione è a portata di mano. Kings Of Convenience al Folkstudio…
www.eastrodeo.net
www.amore.net.ua
www.marciloagro.com
posted by Enver 1:04 PM
REVERIES
Prima l’aiuto ai registi, poi il supporto a Shannon Wright, ora il ritorno in proprio: con “Les Retrouvailles” YANN TIERSEN dà alla luce i suoi sogni dal faro
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
De l'endroit où je suis
On voit les bras de mer,
Qui s'allongent, puis renoncent
A mordre dans la terre...
Un viaggiatore professionista non conosce tempi né obblighi: l’esperienza gli ha insegnato a diffidare dei percorsi sicuri, e solo se si trova per mare ripara nelle conferme salvifiche. Le meccaniche dei blind test non hanno ancora fatto capire di se stesse se una risposta fulminea sia da considerarsi positiva o al contrario banalmente foriera di assuefatta prevedibilità. Yann Tiersen è abituato a sbancarli, i blind test, come un velocista morde i record.
Nell’evo delle mille sorprese, dai colori delle vesti del papa all’irruzione di nuovi attori nell’