French Teen Idol
s/t * CD Nishi * 8t-44:39
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Il web veicola questo interessante progetto poggiato a piedi pari sul pianoforte e sui campioni (la telecronaca calcistica che affiora in Shouting can have different meanings, trionfale come gli ultimi M83), esternandosi in lunghe suites che guadano il comodo torrente fra postrock ed elettronica minimale. Andrea De Carlo ha trovato nella netlabel canadese Nishi l’alveo dove deporre le sue onde poco disturbate, perennemente in fieri, che esplorano Roma con occhi fuggenti all’estremo artico: per l’Italia, almeno, ciò è ancora quasi una novità. (7)
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La Guardia
Quinacridone rose * CD Les disques de l’artisan/Chronowax * 16t-62:03
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Davanti alla scoperta di una band del genere viene proprio voglia di fare un namedropping in piena regola: indiepop nervoso e malato, cieli aperti, francesi identitari, aria pura delle vette, Marc Huygens e Afterhours (assieme per L’usage du monde), Sébastien Schuller e Morose, Daniel Darc e “Nuovo Cinema Acher” (Ms. hide away), concitazione (Je suis un arbre), brezza di rive gauche, raffinata corsetteria, America citata e distante, ozio, nudità. Ogni primigenia influenza indé qua è passata tramite uno spettro che la restituisce scomposta, talmente frullata da risultare estranea. Quando cerchi un suono per una vita, e te lo porgono Emmanuel Tellier e Luc Durand: ché i francesi in musica viaggiano sempre in due (annata fortunata oltralpe, il 2005)… La materia prima del pop come vorremmo che fosse, come agli inizi della musica: una esemplare rivelazione, nel senso mistico del termine. (7/8)
posted by Enver 1:19 PM
Gomma Workshop (feat. Vittorio Demarin)
Cantina Tapes * CD Madcap/Snowdonia/Audioglobe * 10t-45:47
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Cose grosse: due delle più eterodosse etichette italiane assieme per esprimere musica ‘ubicata nella testa di Vittorio Demarin’. Il geniale compositore torna dopo “Almanacco Moderno” a sfarfalleggiare tra i generi e i tempi, guidando un collettivo sotto forma di workshop alla interazione con immagini congrue. Non tutto è riuscito col buco, va detto, ma cioè che spicca è folgorante: il pastone china-glitch di Pijama o’Rama, parto di un ‘motoremangianastri’ che si è incantato su Pizzicato Five e Stereolab; arie prewar di FantaJma e interferenze in libera uscita dentro goLO80se; le vergini suicide in Woodhood, ma soprattutto un cinezibaldone a nome Clownsclan: Amélie e Gelsomina svampite a spasso in un film dolceamaro di Chaplin. Demarin rovista nel già consumato dei popoli, offrendo musica fotostatica cui difetta l’irriverenza degli Avalanches o il beat del miglior Dj Shadow per assurgere al rango di star internazionale. Divertente, schizoide, forse irripetibile nell’epoca della ‘piena riproducibilità tecnica’. Nonostante le perplessità (7)
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Fake P
Pigeons * CD autoprodotto * 10t-47:37
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
La periferia italica sforna next things che è un piacere. Multimediali e iperattivi (vedi Capuano sul contemporaneo doppio cd in BU#88), i quattro della Bassa soffocano di intrusioni digitali alla buona istintive canzoni indiepop, come fa la panna con certi piatti del luogo, sorprendendo per energia –l’impersonale Qwerty “rubata” ai Postal Service- e candore (Happy end, tautologica, è Bosvelt remixato da Domotic). Menzione a parte per The sea as la mar, nebbioso concilio col proprio malessere, camuffi ed effetti a go-go, planet Earth is blue. Chiude con stile Exeunt, composita e astrale. Quattro pezzi ben sopra il (7), il resto appena sotto.
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Mogli & Buoi (Blow Up # 91 – dicembre 2005)
Uno dei primi dilemmi che una band neonata si trova a voler affrontare è quello della lingua, del cantato. E quasi sempre la scelta è fra l’italiano dei padri e l’angloamericano dei miti. Muovendo a fattori la facilità, una minor considerazione del lavoro sui testi, anche la stessa emulazione, non di rado viene scelto l’idioma straniero, l’idioma del mondo. Negli ultimi tempi, ad affiancarsi alle riportate motivazioni, si è invalsa anche la possibilità di far breccia fuori degli ascolti nazionali, complici qualità, promozione e un po’ di fortuna. Inutile dire che il ruolo di internet è fondamentale per farsi conoscere fuori dal circuito un po’ stagnante e autoassolvente di radio indipendenti, riviste specializzate, festival per un pubblico di soliti noti e che non pare destinato a crescere troppo. Fortunatamente alcuni esempi (quelli emersi nell’articolo dal quale prendiamo le mosse, pubblicato in BU#84) consentono di vedere ridotte le distanze col resto del continente: Yuppie Flu, Giardini di Mirò, …A Toys Orchestra, Jennifer Gentle. Se si aggiunge che il successo internazionale da anni arride a compagini anglofone provenienti, ad esempio, da luoghi evoluti come Svezia o Belgio, si comprende quanti da queste parti affinino la loro familiarità con Albione, essendo l’Italia tutto meno che figlia di un dio minore. E quando si va a suonare all’estero, si ottiene a stretto giro di posta la riprova di come consensi e attenzione si siano repentinamente moltiplicati: in estate è accaduto proprio in Svezia (al festival di Emmaboda, dalla crescente considerazione globale) ai Le Man Avec Les Lunettes (BU#79), che per l’occasione hanno rieditato il loro ep “Saturate it, then reverse” con l’aggiunta di due tracce di freschezza indiepop…
Accreditati in questo senso paiono essere i Canadians (trattati in BU#90), formazione di recente lignaggio ma con ascendenze quotate a cavallo del Garda (gli Slumber in primis, complesso che avrebbe avuto ancora qualcosa da dire), uscita per l’etichetta di famiglia Hoboken. La ricetta è semplice e frizzante come l’indispensabile acqua: pop californiano con un occhio alle school bands dei Sessanta e l’altro schizoide ai Grandaddy che abitano appena l’interno, a sufficienza per non confondersi con la folla spiaggiaiola. L’ep “The north side of summer” è un frullatore di buoni sentimenti, chitarre fuzzy e coretti sognanti, roba da sciogliere perfino il giovane Holden. Per niente riempitiva la traccia centrale senza nome, clone dei barbuti di Modesto, a fronte di un clima energetico in A long lethargy e piacevolmente yuppiefluiano nelle tracce d’apertura e chiusura: Brenda Walsh e Dylan McKay avrebbero potuto benissimo baciarsi sulle note di Find out your 60s oppure di The north side of summer… Il formato e l’alta concentrazione di potenziali radio songs da cui estrarre singoli può sicuramente attrarre un’ampia fascia di elettorato passivo. Stay cool!
Questo frangente segna anche il ritorno alla grande degli Elle, pregevole realtà non ancora esplosa appieno secondo il proprio valore dopo la separazione con Marco Iacampo / Goodmorningboy. E dire che sia nel periodo art-belga (col crooner di cui sopra in formazione), sia nel “nuovo esordio” orientato alla space age e al riscoprirsi (tardo)beatlesiani più che mai, i numeri per contare nella penisola e fuori c’erano tutti. La conferma si ha, gradita e foriera di ulteriori considerazioni, col nuovo “Be strong” (recensione nel presente numero) in uscita imminente per Urtovox. Fin dalle prime note di Come on (10 up & 5 under) promana un sentore di pacata reviviscenza affidata a un circùito virtuoso fra le tastiere di Nicola Mestriner e le voci di Matteo Caroncini e sua. E poco importa se il ritornello ‘sitting in the morning sun’ diventerà per assonanza sonora e lessicale, oltre che per inveterata abitudine, ‘save it til the morning after’… Predominano i toni felpati (How does it feel?) in questo lavoro complesso e affascinante, del cui precedente viene un poco persa la vena groovy -che permane giusto nelle tirate FAQ e …and you?, senza eccedere in deviazioni- ma che guadagna una piena consapevolezza, per non dire maturità. L’etimologia spacey Flaming Lips dell’ensemble mestrino non evapora neanche con l’introduzione in Human grace di una chitarra che piacerebbe a Massimo Zamboni, e se per il disco c’è un paragone calzante oggi è con gli Arab Strap vecchi e nuovi (paradigmatica What’s new?), grazie al calibrato ma informante utilizzo di elettronica umanistica. E’ davvero pop d’altri tempi: i prossimi…
Specie da quest’ultimo punto di vista, percorrono strade in parte convergenti i romani Turnpike Glow: “Rush home” ha qualche mese di vita (se n’è parlato in BU#88) e ha tutte le credenziali per il formato esportazione: anche qua l’inglese incornicia al meglio le melodie non prevedibili del gruppo, con scariche Hal nella convincente Chopin (wears your best gown) e riduzioni oniriche alle misure della canzone, ben poco italiane al tatto (Falling at the whistle). Muoversi fra campioni e valvole ormai è più familiare che violentare uno strumento tradizionale, per queste generazioni di popsters, ma sta di fatto che un disco così ‘sospeso’ comunica appieno la sua essenza proprio insediandosi in tali determinati punti di forza anche quando contaminano il pezzullo prescolare (Dirty rain). D’altronde, chiamare una traccia Mainstream e poi svolgerla con canoni opposti quanto può essere beffardo, e quanto situazionista?
www.canadiansmusic.it
www.urtovox.it/elle_bio
www.turnpikeglow.com
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THE DESERT ISLAND RECORDS - MOMUS (traduzione mia; in Blow Up # 91 - dicembre 2005)
Nick Currie a Venezia per la seconda volta in poco più di un mese: dopo un workshop sulle arti visive, e proficui contatti per collaborazioni italiane, la sua prima volta su un palco nazionale dopo due decadi di carriera. Come durante l’esibizione live (report in Visti E Sentiti di questo numero), anche a tavolino Momus spiazza non poco, declinando la sua folktronica™ a fusione fredda di Rinascimento e Giappone, cultura generale invidiabile e microsuoni. Le scelte per l’isola (dei famosi a modo loro) sono come una firma apposta in calce al suo immaginario, e a quello che ricaviamo noi di lui: un uomo a suo agio nel passato anche remoto, nel presente da outsider, nel futuro anche solo immaginato.
Enrico Veronese
MAMORU FUJIEDA
Patterns of plants (Tzadik)
Nel 2000, quando vivevo in un piccolo appartamento a Chinatown, accendendo la radio ho sentito questo disco. Lo speaker disse che era una musica composta dai modelli di crescita delle piante, trascritta da Fujieda per liuto e shamisen. Il risultato era piacevole, ricordava i pezzi per piano elaborati da John Cage, come Daughters of the lonesome isle. E il parallelo fra i suoni medievali europei e l’amore per la natura dello scintoismo giapponese si adattava perfettamente con alcuni dei miei lavori.
NICO
Desertshore (Reprise)
Nel 2001 mi spostai a Tokyo. Ogni settimana salivo la ripida collina dal fiume Meguro fino ai giardini di Ebisu e noleggiavo videotapes da Tsutaya. Parevano avere un’offerta molto più eclettica rispetto ad ogni negozio occidentale io abbia mai visto. Uno dei nastri che ho trovato era il film “La cicatrice interiore”, di Philippe Garrel, che è fondamentalmente un’estensione video dell’album “Desertshore” di Nico. Ero completamente catturato dalle canzoni misteriose e incombenti di Nico, molte di queste piene d’amore per suo figlio Ari, che appare nel film come un ragazzino, una sorta di piccolo principe del deserto. Scrissi un pezzo ispirato a questo album, e due anni dopo lo stesso Ari presenziò a uno spettacolo che tenni a Parigi. Gli ho cantato la canzone, ispirata da sua madre, e dall’indimenticabile film di Garrel.
BRIAN ENO
On land (EG)
Ai miei vent’anni caddi in uno stato di depressione solitaria e piuttosto mistica, circa nel periodo in cui formai la mia prima band, The Happy Family. Penso che “On land” di Eno sia stato il disco che suonavo di più all’epoca, sebbene amassi anche guitar bands come Josef K, Birthday Party, Velvet Underground. Ora quando ascolto questo disco mi ricordo che sedevo ad Edimburgo, guardando alcuni bellissimi giardini verso l’estuario e le colline di Fife. Feci una cassetta a mio padre, e anche lui l’ha amato. Penso che tutti i suoni naturali in questo disco gli ricordassero le gite per andare a pesca in estate!
LAURIE ANDERSON
Big science (WEA)
Una casa editrice mi ha recentemente chiesto di scrivere una cartella su di un solo album. Ho scelto questo, perché ricordo quanto paresse sorprendentemente originale nel 1982. Laurie Anderson figurava capace, solo con un violino, un proiettore e un po’ di aggeggi elettronici, di creare questo mondo futuristico ma anche sciamanico, di gettare i suoi ascoltatori in uno stato onirico, in trance, di mostrare loro un mondo al contempo sofisticato e semplice. In qualche modo, lei portò la teoria e le idee del mondo dell’arte dalla scuola minimalista di New York dentro un formato pop e (almeno in Inghilterra) ottenne come conseguenza la vetta delle classifiche pop!
BLACK DICE
Broken ear record (DFA)
I Black Dice sono i miei preferiti fra le nuove band americane. Riescono a mescolare musica elettronica ed etnica in maniera tanto calda quanto terrificante. Una volta mi sono addormentato ascoltando “Mixing It”, il programma sperimentale della BBC, e svegliandomi al suono di Treetops dei Black Dice. Sono riuscito a dormire attraverso tutta l’altra musica, ma questa era così differente (…e terrificante) che mi ha svegliato. Il nuovo album del gruppo suona perfino più originale. Mi ricorda il saccheggio della sezione antropologica della biblioteca universitaria di Aberdeen, cercando registrazioni etno-musicologiche africane, e trovando materiale suonato da stregoni servendosi di corni, oppure canti tribali complessi e sinistri. Questi hipsters di Brooklyn sono estremisti, espandendo la grammatica del pop. Vorrei ascoltare pop che diventa sempre più strano, perché c’è troppo zucchero in esso, troppa abitudine e ripetizione.
HOLGER HILLER
Oben im Eck (Mute)
Questo è il mio album preferito di uno dei miei artisti preferiti, un uomo che portò la tecnologia del campionamento degli anni Ottanta a un punto molto più interessante rispetto ai suoi contemporanei. Ad Amburgo era studente di un allievo di Paul Hindemith, quindi divenne il cantante del gruppo new-wave Palais Schaumburg, infine si trasferì a Londra come solista. Come al solito, ai giapponesi piaceva cosa stava facendo, ma nessun altro pareva accoglierlo. C’è una sorta di violenza maniaca nel suo usare samples di musica classica del XX secolo, ma anche un’assurda spiritualità germanica in pezzi come Oben im Eck, il mio preferito.
DAVID BOWIE
Images (Decca)
David Bowie ebbe un enorme impatto su di me quando ero teenager, e certamente gran parte dei sui dischi degli anni Settanta sono dei classici. Ma alla fine mi sento più affascinato dai lavori strani, molto dimenticati, ‘fallimentari’, che realizzò negli anni Sessanta per Decca. Pare che il suo manager, Ken Pitt, volesse fare di lui un cantante veramente “a metà strada” –ha perfino partecipato a Sanremo un po’ di volte! Ma nei personaggi e nelle brevi storie presentate qua con arrangiamenti ingannevolmente easy listening, c’è tuttavia un carattere bizzarro e una oscurità che avrebbero germogliato più tardi con fiori neri come The man who sold the world. I personaggi sono bambini, pierrot, oppure uomini di mezza età disadattati e incompresi, come Uncle Arthur o The Little Bombardier. Qualcosa circa la combinazione di mistero e briosa musica rilassata mi fa andare con la mente alle cose che sta facendo adesso Adam Green.
ATRIUM MUSICAE DE MADRID
Musique arabo-andalouse (Harmonia Mundi)
Ah, quanto amo questo disco! Lo suono un sacco, tantissimo! E’ una ricostruzione del periodo in cui la musica spagnola di corte è stata massicciamente influenzata da quella araba, la stagione antecedente la ‘reconquista’. E’ repressa e normalizzata, ma tuttavia selvaggia ed evocativa, e mentre ascolti puoi immaginare te stesso in palazzi ricoperti di piastrelle in ceramica, o camminare attraverso giardini di piacere all’interno di un chiostro.
HYPO
Random veneziano (Active Suspension)
Hypo è un musicista parigino, uno della promettente generazione che include O.Lamm, My Jazzy Child, Konki Duet ed altri inseriti nelle etichette Active Suspension e Clapping Music. Hypo suona un pazzo tipo di pop influenzato dagli anni Ottanta, appiccicaticcio. Come i New Order alle prese con la Casio SK-1, con ragazze giapponesi che cantano sullo sfondo. Veramente, un’altra cosa alla quale mi ricollega è il mobile Memphis di Ettore Sottsass: quei tozzi mobili postmoderni in plastica, con angoli insensati e motivi a macchie applicati. Meraviglioso!
THE YORK WAITS
The punk’s delight (Hunt’s Up Records)
Così è come avrebbero suonato i Pogues, fossero stati nel Cinquecento; è ispida musica medievale da fiera in città, suonata con tromboni, viole e cromorni. Amo questi strumenti grezzi e male temprati, precursori dell’odierna e troppo borghese famiglia orchestrale. Condividono con la prima elettronica una qualità ruvida e lamentosa, le onde sinusoidali dei synth analogici.
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OKKERVIL RIVER
Il Covo, Bologna, 6 ottobre 2005
(Blow Up # 91 - dicembre 2005)
La riapertura stagionale del munifico club bolognese avviene in una sera di forte pioggia, che ne limita la capienza alla metà. E quasi per empatia i tedofori chiamati ad accendere il cero, i maestosi Okkervil River, si ritrovano con la tastiera vintage inabile all’uso e conseguente stravolgimento, anche spirituale, del loro act. Poco male, sale in cattedra la voce un po’ nasale dell’istrione Will Sheff -a tratti ricorda il Conor Oberst acerbo- a declamare “I know that it’s not too much” per una captatio benevolentiae non necessaria, tale la visceralità del tutto. La sua compagnia di giro ostenta pelli bianchicce, spuntano protagonisti il banjo e la tromba mariachi, in un crescendo emotivo che ha il suo apice in For real, uno degli inni del 2005, parafrasando qualcuno “io non t’ho sentita, t’ho vissuta”. Arriva che si spezzano anche le corde della sua acustica, e lui imperterrito e stoico, nel rinnovare la favola bella dei Violent Femmes e allucinarla all’America attuale: con “Black Sheep Boy” il folk come lo conoscevamo si fa post-folk, imbarcando detriti e sedimentazioni dagli ambienti attraversati, alla stregua del Mississippi. Song of our so-called friend crea l’euforia, al pari dell’accelerata It ends with a fall; dopo un’affettuosa cover dei Big Star, affidano la chiusa alla tautologica Okkervil river song: in riva al fiume, portate dalla fisarmonica, odo parole più nuove, che parlano gocciole e foglie. Guardo i muscoli allentati del capitano, all’uscita c’è un po’ di nebbia che annuncia il sole: andiamo avanti tranquillamente…
posted by Enver 1:15 PM
Viarosa
Where The Killers Run * CD Pronoia/Foreign Affairs * 11t-46:49
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Quasi eretico nel deviare dalle ultime strafottenze fast di casa propria (UK), antistorico e “moralista” quando ripiega su cronache feudali da tabarin: Richard Neuberg trova posto sul crinale scuro e velvettiano delle fortune vocali di tanti predecessori, con membri di Willard Grant Conspiracy e Cornershop si dà alle corde pizzicate del banjo e del mandolino -la lotta di classe in Poor man’s prayer- e qualche dispersione strascicata non evita un’impressione positiva. Là dove ‘popolare’ significa ancora qualcosa di diverso da ‘classifica’ e ‘suoneria’. (6/7)
posted by Enver 1:14 PM
Dilaila
Musica per robot * CD Ilrenonsidiverte/Audioglobe * 10t-42:21
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
E chi se l’aspettava di pescare nella marea una rivelazione del genere… A partire dai testi originali di Claudio Cicolin, passando per la fascinosa ed evocativa voce di Paola, quasi tutto in “Musica per robot” è talentato, curato a puntino, distante miglia dalla sciatteria e finta urgenza tipiche di questo tempo. Sensibili reminiscenze Scisma ne L’apice e a sbalzi nel rebours, ambientazione metropolitana (il singolo Moderna) e negli interni (L’ora del tè), l’esatto contrario dello scenario paventato nella visionaria titletrack (‘Voce asettica, ritmo isterico, melodia che non comunica’), contribuiscono a definire nei lombardi Dilaila una presenza sobria e convincente, da monitorare attentamente a venire. Perfezionare la veste sonora è lo step successivo, naturale e suggerito, verso l’affermazione nell’italica eccellenza del genere; dal momento che già ora un pezzo come l’apriscatole L’insetto giustifica pienamente il pensiero che un altro pop, dopo qualche anno dagli ultimi esordi-smash, sia finalmente ancora possibile, a portata di mano. (7)
posted by Enver 1:13 PM
Canadians
The North Side Of Summer * EP Hoboken Records * 6t-19:22
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Al termine della vicenda Slumber in tanti temevano di perderne l’aroma. Invece, con l’aiuto di un ex-Marian e di una voce grandaddyana, Fiorio e Baldo assemblano tale qualitativa pop crew che di scaligero mantiene l’ubi consistam e il soffice del pandoro: di contro l’attitudine è così cosmopolita da poter ambire (Venus) alla sigla di un serial per tardoadolescenti globali. L’ep di debutto (indovinati formato e copertina) fa dei Canadians il disimpegno borghese, anglofono, di magna accessibilità, che –esenti i soli Yuppie Flu- mancava all’Italia indie. Teen spirit! (7)
posted by Enver 1:13 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 90 – novembre 2005)
Un uomo solo al comando. La sua maglia è colorata, o coperta da una giacca, da una camicia boscaiola o da un piumino nordico. Il suo ruolo è cantAutore, artista solitario esposto in prima persona, sovente creativo a bassa fedeltà fra le mura domestiche –ah, i prodìgi della tecnica moderna- altre volte immerso metaforicamente nella natura. Uno che si guarda allo specchio, o che scatta fotografie, tratteggia teneri schizzi e ogni tanto come le formiche s’incazza; meno di un tempo, a giudicare dal numero fattosi esiguo degli “impegnati” (da non trascurare fra essi Luca Bassanese). Figura prettamente italica, quella della prima persona singolare, che tale rimane anche quando si appoggia a una struttura collettiva consolidata o assemblata su misura: l’affermazione particolarmente connazionale del genere cessa di essere minaccia incombente di paragone e diventa, nei casi più qualitativi, speranza di continuità per una tradizione sì… autore-vole.
A questi criteri risponde Alessandro Grazian, uscito a nome proprio per una syndication Macaco/Trovarobato (“Caduto”, recensione in #89), offrendo la consapevolezza di avere al suo arco diverse frecce per colpire già al debutto: un uso calibrato di doti vocali non comuni, ad esempio, che lo avvicinano agli svolazzi di Marco Parente; l’amore viscerale per la parola e le sue mille possibili torsioni, la rima trobadorica e la padronanza dell’effetto roboante; l’autoreferenza eloquente in ogni testo, introspettivo e brillante, pomposo e lucido, oppure secco e dolente. Temi che ricorrono, le ferite (‘dove gli altri osavano troppo io venivo colliso, nella mia piccola e dolce assenza mi sono dato alla mia differenza’), il confronto (‘voi non vi spezzate mai però siete sempre più chini’, sempre dall’accorata La differenza), una qual compiaciuta impellenza decadente di chi si sente male-stare e in fondo pensa che sia ciò che si merita (Ammenda). Eppure Alessandro sa anche giocare, alla francese, come in Novizio, sfoderare le armi del coro e cantare serenate da passator cortese, giovandosi della robusta sezione d’archi imperniata sul violoncello di Giambattista Tornielli, e del clarinetto di Enrico Gabrielli in escursione dai Mariposa. Note d’altri tempi e sicurezza del trasporto: l’idem sentire col mondo dei Non Voglio Che Clara sta dando feedback apprezzabili, soprattutto se declinati al futuro.
C’è invece chi sprofonda nel pop più profumato e floreale, ed è il caso di Jacopo Gobber, instancabile attivista per diverse esperienze (Marian prima, Daphne poi), arrangiatore, compositore e autore con privata ditta, factotum con le idee piuttosto chiare sul cosa-e-come esprimere: art pop è definizione che gli si attaglia, sincero nell’allineare gli spiriti affini –Morgan, Tricarico, Blur, Syd Barrett…- a cavallo delle decadi, e perfino estensore di una guida della genesi di tutti i suoi pezzi… Il giovane veronese sa indubbiamente il fatto suo e pur fra acide e forzate confusioni stilistiche, comunque non frequenti e mai declassate ad accozzaglia, partorisce bozzetti asimmetrici (Papaveri gialli) e ironici (Pisciarsi sulle scarpe) che acquisiscono maggior credito in base alla cura ‘professionale’ di toni e incastri: quello indiepop è il terreno naturale per favole di uccellini e ragazzi immaginari -la poesiola Non c’entra niente per far addormentare il neonato e poi svegliarlo di chitarre- che arrivano a volare alto con la difficile Polistirolo, intubata torch song anaerobica. Nel suo di-spiegarsi, “Metamorfosi” è un promettente e già lusinghiero punto di partenza…
Altri umori, altre radici, altro linguaggio: Lorenzo Bracaloni alias The Child Of A Creek sceglie l’inglese degli Stati Uniti, il folk riportato a lustro da Iron And Wine, l’estate in campagna, l’odore di fieno. “Once upon a time the light through the trees” è un album nato e realizzato in breve tempo, processando le singole partiture strumentali (chitarre acustiche, flauto, armonica, organo, piano, percussioni, electronics…) e avvalendosi di un artwork coerente, tattile e suggestivo, fra l’avorio e il sepia che non passano inosservati; la summa si presenta incredibilmente sincera nei loop elettroacustici, nel cantato indolente e nella varietà omogenea di soluzioni messe a disposizione dai suonini: elegie à la Kings Of Convenience (Two beautiful horses are dancing the descendent snow), countrysmi intellettuali in stile Beck (The secret of silver wood), esercizi personali come in Songs for domestics. Sulla scia Midwest, di cui potrebbe figurarsi progetto parallelo; ma soprattutto canzoni spontanee come frutti di bosco selvatici, da raccogliere con attenzione e gusto ripagato…
All’antipodo del calore ancestrale e romantico della prateria sta l’algido meteo di Helsinki e della tastiera analogica. Giacomo Bottà che nella capitale finnica vive e lavora ha dato alla luce col moniker Interflug un’operina lo-fi molto interessante, registrata in various bedrooms, con la quale fa il verso a Owen Ashworth in quanto all’uso di micro-onde, ma non dimentica di essere stato metà degli Skoda –anche se ora compone in inglese- quando si affida all’attitudine umana, pigra e casalinga. Le sei tracce contenute in “My casio scripts” non sono divertissements o esperimenti, ma androidi che sognano pecore elettriche: la forma e la preponderanza dell’elemento-autore (riscontrabili rimandi a Conor Oberst ed Erlend Oye) risentono del clima plumbeo nella misura in cui Google è una space-bossa urbana modello Testbild, e Northern light piange amore non più e non meno di tutti i cant’autori della storia d’Italia.
www.alessandrograzian.it
www.jacopogobber.tk
interflug.blogspot.com
posted by Enver 1:12 PM
JOSEPHINE FOSTER + MI AND L’AU
Teatro Alle Maddalene, Padova, 26 settembre
(Blow Up # 90 - novembre 2005)
Il TAM è un piccolo cubo nero nel cuore della vecchia Padova, che grazie all’organizzazione di Pulse e Basemental ospita nell’autunno appena cominciato nomi di rispetto come Animal Collective e Akron/Family. Intanto uno strano lunedì di performance ha saputo ricreare gli anni e il mood del Folkstudio attorno a Mi And L’au e Joséphine Foster, tra i nomi più accreditati -c’era perfino MTV Svezia a seguire in tour i due angioletti- della gentile ondata che per convenzione chiamiamo prewar: che i suoi standard siano già diventati marchio di fabbrica?
Il duo franco-finlandese (spot on BU#89) appare a una certa ora dall’oscurità di un chiostro esterno, messo a nudo con le sole chitarre a far scenografia, e anche se giocoforza certi suoni accoglienti –archi e banjo su tutti- vengono a perdersi, come nell’ouverture They marry (sì, gli altri due si sposano e sono felici: il massimo della commiserazione), considerevole rimane l’impatto sulle anime raccoltesi in religioso silenzio: si percepisce nitidamente il discreto fremere delle note, le chitarre non si sovrastano ma cooperano lentissime a punteggiare le dolenti nenie dei due, monologhi più che colloqui, complementari come sono agli spazi lasciati bianchi. Al termine ri-escono al buio, appartati, e noi si resta a invidiare lo splendido isolamento di questi Lady And Bird dei boschi…
Se Mi And L’au fotografano il devendrismo molto da distante, la Foster se ne appropria sullo sfondo, nell’accezione meno ortodossa… pare accendere la puntina di un grammofono, questa monotòna chansonniera d’America, e invece è proprio la sua voce cocorosia a modulare all’osso il ridotto costrutto sonoro. Gorgheggia che è un piacere, lontana dal microfono per non invadere l’aria; “unico” limite è non avvertire distintamente il distacco fra un pezzo e l’altro. Fa andare con la mente pure a Veronique Chalot, agli anni settanta defilati, alle scuole di tradizione e recupero, addirittura al folk conservatore inglese: ma giurerei che almeno quello, se non le altre scene citate, fosse più vivace…
La ‘gara’, se c’era, la vincono gli europei, più toccanti e magnetici, meno passibili di accademia; a Joséphine l’onore di una proposta difficile, da premio all’intransigenza sotto forma di puntini di sospensione………
posted by Enver 1:11 PM
AMARI
Grand Master Mogol – CD Riotmaker – 13t 48:07
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
L’hip hop italiano non è più un lattante: al guado di metà decennio sveste i panni della militanza o della faciloneria emulativa dei petti villosi, per assumere quelli disincantati e Amari. Svanite le posse, confinati al bambinismo i prodotti commerciali, è il trio udinese di casa Riotmaker a candidarsi campione del canto libero con una raccolta squisita e pop, leggera se non easy, minimale eppure pregna di messaggi dal quotidiano–più che di triti contenuti astratti- come da tempo non accadeva di sentire. Pasta, Dariella e Cero spingono a nuove provvisorie conseguenze l’attitudine bastard della propria consapevolezza: la loro generazione ‘pensa le rivoluzioni sul divano’ ma se riesce a tendere le orecchie, oltre a muovere la testa e il piedino, può essere sorprendentemente pronta a seguire (e seguirsi) questo specchio pastichato e un po’ subdolo, solo all’apparenza rassicurante. Un Campo minato, un dito puntato: ma in maniera molto, molto differente, e verso se stessi. ‘Eternamente giovani, tremendamente belli’, tremendamente A(a)mari. (7/8)
posted by Enver 1:10 PM
FATHER MURPHY
Six musicians getting unknown – CD Madcap – 13t 48:07
STOP THE WHEEL
Morning – CD Madcap records – 10t 32:48
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Quanto mi piacciono gli ossimori. Indisponente attrazione, infinito frammento, e via così. Ossimoro in se stesso è Frederico f. Zanatta, figuro inappuntabile dietro le produzioni Madcap e scienziato pazzo della rivelazione di padre Murphy: con Vittorio DeMarin, Chiara Lee e due Franklin Delano imbastisce un concept immerso nel weird folk che bazzica coi Midwest (Police) come nel beat psicotropo da Jennifer Gentle all’oratorio. Brass band sotto grappa/cesello slowcore, ululati nel buio/funerali sotto la luna (Millhouse). E con Indie labels il pretacchione si prende in giro che è un piacere. Ogni volta pare di ascoltare un disco diverso, e questo è bene. (7)
La casereccia confraternita trevigiana dà contemporaneamente alla luce un gemello a nome Stop The Wheel, mutuato dalla cassette label Best Kept Secret. Trattasi di operina semplice semplice, che sfrutta anche registrazioni ambientali per confezionare un’onesta goccia nell’oceano indiepop (l’inglesissima Home alone, in Bastard he was pare di sentire Professor Pez) o rustica come patatine da osteria (Air guitar) Sincero e carino, ma non esattamente indispensabile. (6)
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ALESSANDRO GRAZIAN
Caduto – CD Macaco Records / Trovarobato / Audioglobe – 12t 35:51
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Cerca(va)si cant’autore. Capace compositore, abile burattinaio di parole, sufficientemente versatile, amante delle radici, possibilmente di bell’aspetto per spezzare sospiri alle ragazz(in)e. Manco a farlo apposta, Alessandro “viso d’angelo” Grazian è tutto questo e un po’ di più. Il ventottenne padovano debutta con testi tanto sofferti quanto studiati, che incontrano archi e frenesie, dolcezza e arrangiamenti sopraffini. Parecchi fattori: Marco Parente, la scuola dei Dischi del Sole, un poco il Branduardi giocoso in Novizio, anche stranieri come i Pearlfishers e i “francescani” Polyphonic Spree nella medievale Via; ma nessun filamento di dna immediatamente riconducibile in questo forbito chitarrista acustico e nel duo che lo sostiene (Enrico Gabrielli, wurlitzer e fiati; Giambattista Tornielli, il puntuale cello). Desta dimenticato scalpore l’uso del linguaggio logo-musicale, che per quanto episodicamente melodrammatico (Ammenda, Ottima, Vado a Canossa) sa anche essere asciutto e stringente (il valzerino Serenata e soprattutto La differenza, riuscitissima), nel trattare le ferite come gentili prove di vita. Forse è ancora presto per essere un crack di portata sbilanciante, ma il futuro è suo, se continuerà a suonare col fuoco dietro le spalle. (7)
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PICASTRO
Metal cares – CD Monotreme/Goodfellas – 10t 38:19
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Come una forma di resistenza alla velocità, al cibo spazzatura, ai riflettori eteroguidati. Come difesa e controffensiva. Così suona Picastro, ennesima conferma della bontà di quel Canada che suona lento, incedente e per niente ottimista. Sommatoria per difetto che consta di addendi quali l’automatico struggimento della strumentazione folky, il set and setting da incenso sparso col turibolo (Blue fire conclude la celebrazione), una raffinata confezione da taccuino in rilievo, trasparente e vetroso, e il frontestare di una Liz Hysen la cui voce è fatta di seta straziata. L’ensemble di Toronto giunge dopo tre anni a confortare di nuovo i ‘protervi collezionisti di morte’ [cit.] persistendo in elegie che arrivano dritte a bersaglio senza remore di troppo verso la buona salute degli arnesi da lavoro; esposti anzi a ogni usura negli accordi ripetuti (l’iniziale e meravigliosa No contest), nelle repentine dissonanze di Skinnies e nei crescendo temporaleschi. Il sovrapporsi dei diversi mood, rabbioso, schizoide, placato -Ah Nyeh Nyeh piange mentre monta di nuovo l’acredine- è costante, fluido e appare volutamente naturale: se Dirty Three parlassero, se la Vajagic fosse meno Galas, assieme sarebbero questa autunnale foglia secca, queste venature, lo scricchiolìo seducente al tatto, di ciò che sta per arrivare alla fine. (8)
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FREQUENZE DISTURBATE
Urbino, Fortezza Albornoz – 7 agosto 2005 - terza e ultima giornata
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
Dopo un anno di doloroso vuoto torna la rassegna più consolidata dell’estate indie italiana, quella che al di là del programma (quasi)sempre all’altezza consente ai frammenti dell’arcipelago di ricomporsi e confrontarsi. La città e la fortezza sono sempre magnificenti, il cartellone ha altresì conosciuto una leggera, inedita stanchezza, assegnando però alla terza e conclusiva data, quella di domenica, un evento atteso in lungo e in largo come il ritorno di Ira Kaplan e compagni.
A funestare per larghi tratti gli eventi serali, un dispettoso acquazzone a più riprese, che non ha certo fatto desistere il numeroso pubblico dall’accalcarsi e disperdersi per il prato. La pioggia stranamente si è concentrata nella sua portata più intensa durante l’esibizione dei Blonde Redhead, che hanno messo a tacere le serpeggianti voci di crisi con una prestazione empatica, quadrata, lancinante, e ovviamente stoica. Saccheggiati gli ultimi due dischi, su tutte memorabile Doll is mine, che ha scatenato i fans al pestare gli zoccoli sul pantano delle prime file. Prima del trio italo-nippo-americano, il palco è stato appannaggio prima della coppia Morgenstern/Lippok e poi delle evoluzioni di Four Tet. Se i musicisti tedeschi hanno confermato l’eleganza del recente “Tesri” con un set aperitivo fondato sui sintetizzatori tipicamente Monika, pure Kieran Hebden ha assecondato live il suo accantonamento di una panoramica lightronica in favore di linee acide rifratte in mille direzioni, invero apprezzate dagli astanti.
Il gran finale della serata, ormai in parte asciugatasi, e dell’intero festival è affidato a Yo La Tengo e al suo condensato di artigianato indie, eclettico e sincero. L’atto inizia con i venti minuti della stordente Night falls in Hoboken, tirata al punto estremo di quanto può offrire dal vivo; da là in poi l’alternanza tra folk ballads e distorsioni quasi rumoriste è costante e senza soluzione di continuità, comprensiva di cover eccellenti (Little Honda dei Beach Boys, Speeding motorcycle dell’assente Daniel Johnston) e capatina fra il pubblico a inscenare la marcia ruffiana di chi ha mestiere da vendere. E sfollarono tutti, umidi, felici e contenti.
posted by Enver 1:08 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 89 – ottobre 2005)
A ben guardare nel panorama nazionale manca un po’ il concetto di ‘etichetta guida’, che all’estero anglofono va per la maggiore in quanto qualificativo di un genere, di un modo, di una prospettiva condivisa. Per dire, nomi radicati come Constellation, Matador, Saddle Creek, 4AD, Labrador e via discorrendo identificano a priori perfino la tipologia di ascoltatore, i “recommended if you like”, quando non la ripartizione territoriale (oggi che la musica è fatta dappertutto e accessibile a tutti non è più possibile).
Ecco, in Italia questo ruolo è da sempre vacante. Tante, davvero ottime realtà qualitative –e non è il caso di fare nomi: è sufficiente scorrere nei mesi le rubriche, gli articoli e le recensioni di questa rivista- ma a parere di chi scrive nessuna così impattante, per sèguito e tentativi di emulazione, specialità nella quale spesso sappiamo distinguerci, ahinoi.
Eppure, se anche latita un “traino” (e non è detto sia un male, anzi), si può tranquillamente affermare che di stagione in stagione si susseguono serie di progetti, modi di imporli, che alfine fanno propendere verso una qualche significanza maggiore di alcuni rispetto ad altri.
Sarà l’uscita quasi contemporanea, sarà il milieu sonoro e iconografico nel quale prosperano, o altri fattori imponderabili, ma l’estate 2005 ha portato finalmente alla ribalta l’udinese Riotmaker che come Cornelia, la madre dei Gracchi, esibisce i suoi gioielli, Amari e Fare $oldi.
E l’impressione è ancora più evidente se si assomma il clamore suscitato in primavera, quando dai laboratori friulani usciva Scuola Furano (spot on BU#80), folgorante avvisaglia, electrico fuoco d’artificio da non stare mai fermi…
L’etichetta nasce nel 1999, forgiando nel brodo di coltura dei consumi di massa svariate microrealtà alcune esistenti, le altre originatesi a seguire l’una dall’altra (Riccio Bianco, Roundpear, Misha, Poncharello+Poncharello) constando dello stesso nucleo se non sempre degli stessi elementi.
Comuni denominatori, neanche tanto minimi, fra tutte le estensioni Riotmaker: l’attitudine Do It Yourself spinta alle massime conseguenze (“me is my indie label”, cfr. Father Murphy); una rinnovata attenzione al movimento, a generare Intelligent Dance Music; il rapportare le edizioni a un concept grafico unificante, peculiare, per certi versi geniale.
Santana Pasta e Luka Carnifull sono Fare $oldi. Nel 2002 incisero una raccolta omonima che rispettava taluni cànoni dell’indietronica in massima auge nel periodo, stravolgendone altri grazie all’uso di strumenti analogici, del vocoder e quindi della parola sovrapposta, effettata o frammista ai bleep: il tutto sotto le lenti schermate dell’ironia galoppante, a partire dai titoli. Colonne sonore domotiche del meriggiare pallido e assorto ancorché consapevole davanti ai quiz di Italia1, che avrebbero meritato maggior fortuna, soprattutto fra il popolo degli scratch. Niente nel debutto lasciava presagire cosa si stesse allestendo nei sotterranei delle Motoseghe Incrociate per l’episodio successivo: i due ribaldi si mettono a cavallo dei bpm, sterzano sui binari easygoing dell’elettronica da club, e annunciandosi con un booklet-manifesto pazzesco e affollato, scodellano dodici tracce impregnate di spirito di gioventù. “One nation under a grande cassa” (recensione in BU#86/87) solletica i bassi umori del mediamente-trentenne come lo vorrebbero i sociologi, grazie a un sapiente e miscelato interplay fra il groove -una versione intellettualoide di Scuola Furano- il sampling brillante e quello di cui usualmente ci si vergogna (i claims da discoteca commerciale anni Novanta, i cut-up delle pubblicità radiofoniche minori, la quotidianità adolescenziale di Primi baffi), infine i battiti elettrorock sempre in voga con i Daft Punk e i Beastie Boys. Ma non è tutto qua, e sarebbe già comunque parecchio: pure il farsi beffe del ‘revival a tavolino’ con Go go disco music! e il synth di Militari che gridano rientra pienamente nel gioco a incastri, che porta a iniziare Oratorio faster come una bossa del phuturo (‘take me to the worst party in town, put your finger in my martini’) decolorandola in poltiglia french touch per sfigurarla nel refrain che ogni produttore dance vorrebbe escogitare: every night come on, and it’s a miracle…
Il Pasta, con Dariella e Cero, è anche fra gli animatori degli Amari, progetto ormai quasi decennale nel destrutturare l’hip hop. Se un’operazione siffatta è possibile negli USA, e l’hype raggiunto recentemente da tanto rap bianco lo testimonia, non si vede perché non lo possa essere alla periferia dell’impero, dove meno rigorose sono le tradizioni importate e quindi più facile ‘toccarle’ senza tumulti di piazza o di ghetto. L’ibridazione con la forma indie avviene molto presto, così da consentire un successo ad Arezzo Wave 2000 e le prime releases per Riotmaker: le chitarre defenestrate dai più b-boys riappaiono dalla porta, senza per questo andare a scapito di testi come fucilate (Lettere da sparo, in “Gamera” del 2003, l’esempio più evocativo) e del mantenere un tenore casual e antifrastico, ben poco melodico -leggi: rime sempre sbilenche e asimmetriche, quando esistenti- e saporitamente schizzato. Non pare fuori luogo coniare la definizione di post-hiphop: quella degli Amari è canzone parlata, suonata e registrata, dotata di personale comunicativa. Tutte doti che si ritrovano con maggior vigore nel nuovo “Grand Master Mogol” (recensione nel presente numero), dove il trio non si schiera fra il mezzo e il messaggio, fra l’esperienza, la narrazione e la percezione esterna di esse. Quando il microfono in output rivela che ‘posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano (…) scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo’ (Bolognina revolution) oppure si guarda allo specchio per pronunciarsi: ‘siamo così tremendamente belli (…) eternamente giovani, eternamente tristi, sorridenti, finti tristi, finti giovani’, non si può far finta di niente. In quel momento si buca lo schermo, si coglie nel segno, si spostano più in là determinati confini. Come quelli dell’eterno pop indipendente, come quelli dell’autocoscienza. Che ciò stia succedendo in Italia, e senza tirarsela poi tanto, fa solo tanto piacere.
www.riotmaker.net
www.farraginoso.com
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“L’INSOLITA COMPILATION”
CD Pippola Music / Goodfellas – 13t 51:28 (Blow Up # 88 - settembre 2005)
Salutiamo la nascita di una ambiziosa quanto promettente etichetta -tronica dei paesi nostri, originata da una collaborazione fra nomi storici come Paolo Favati e l’ubiquo Gianni Maroccolo. La presente prima release collaziona alcune brillanti realtà del sottobosco toscano, tra sperimentazione gentile e concetto premiante (la fruizione nell’arco di una intera giornata). Gli stessi promoter suonano qua e là nel disco. Emergono il trip pop in forma canzone dei Blume (Piove piano, Ninna nanna alla regina) e Cpt.Nice (Linea di Venere), il synth + vocoder kraftwerkiano di AM Boys (Nouvelle cuisine), mentre notevole è la cover lunare e collettiva del tema di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Come partenza è positiva, soprattutto perché lascia intravedere un futuro importante. (7)
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LULE KAINE
s/t – CD Waste Isolation Rec. – 6t 33:26
(Blow Up # 88 - settembre 2005)
Dalla sempre più fertile scena di Torino queste interessanti sei tracce in noir, dove la prima chitarra parte al secondo minuto del secondo pezzo e il manierismo non è poi così pedissequo. “Lule Kaine” ci dà dentro con recrudescenze del più scontato postrock (Shine den), però sciorina anche inseguimenti e ‘andar di notte’ (Mr.Papillon), di-mostrando padronanza dell’enciclopedia mogwaiana e refoli di personalità. Almeno non escono da una sala prove dopo circa tre sessioni, convinti di essere imprescindibili… (argh). Già sentito, sì, ma ben fatto. Ben fatto, sì, ma già sentito. (6/7)
posted by Enver 1:05 PM
KRAFTWERK
Ferrara, Piazza Castello – 6 luglio 2005 (Blow Up 88 - settembre 2005)
La voluttà comincia là dove si esaurisce il tempo-zero di verificare nessuna crepa nel meccanismo e nel soma del monolite più quadrato della storia. Vestiti in grisaglia replicante, come direttori di una filiale molto importante della Banca della Musica, Ralf Hutter e i suoi hanno concesso due smaglianti ore di Storia, Presente e Futuro dell’electro. Praticamente tutto il repertorio più notorio, così come riprodotto in “Minimum Maximum” (Blow Up #86/87): con in più frequenti e prolungate derive nel dancefloor urbano, acide e industrial, fra Cocoricò annata ’91 e Chemical Brothers (“Carneade…”). Dai laptop diversificati sgorga rigore inscalfibile, musica binaria sui binari dell’Autobahn, Tour De France diluito nella città delle biciclette (così appare Ferrara nei cartelli stradali). Video magistrali e sincronizzati, numeri random e piccoli calcolatori italiani, robot andromorfi e tutine retrofuture. Su tutto, l’eterna modernità di pezzi come The man machine (machine, machine, machine,machine) e Radioactivity entusiasmante per resa e concettualità. Fantascienza alla nascita, avanguardia negli 80, paragone nei 90, siderali ora. Come i signorini attuali delle macchine, ahiloro, non saranno mai.
posted by Enver 1:05 PM
Mogli & Buoi (Blow Up # 88 – settembre 2005)
Aggiornare e contaminare le tradizioni non è mai operazione facile: si rischia sempre di perdere quello che si ha e di non arrivare ad alcun risultato credibile, scontentando i puristi e finendo col non acquisire a sé propri referenti peculiari ed interessati.
Logicamente questo discorso vale in maniera immediata se ci si rivolge al contesto della musica popolare o etnica, che in epoca di divulgazione globale raggiunge gli ambienti più disparati rispetto al luogo che la origina.
Con East Rodeo, singolare combo riunitosi in Padova dagli incontri di un albanese, due croati e un italiano, la questione si capovolge: come i Dresden Dolls hanno agito usando il teatro-café brechtiano, così in “Kolo” (#82) sono gli elementi non usuali né ‘convenzionali’ del filmico balcan sound a essere introdotti nel corpo del rock e del jazz. “Sono convinto –dice il tastierista Niki Laca- che il meticciato possa rappresentare una via importante allo “svecchiamento” della musica europea. L'impressione è che ultimamente le nuove produzioni siano come dire, un po' ripetitive e sterili. Siamo in una fase in cui c'è molto bisogno di stimoli nuovi nel vecchio continente e perché no, alcuni potrebbero venire da Est”. C’è la strada e c’è il deragliamento: accanto a chi percorre le ortodossie di matrimoni e funerali su di giri (i veneziani Rummellai, i baresi Municipale Balcanica, i romani Titubanda e tantissimi altri), East Rodeo –senza dimenticare i lodigiani Serif’s, anche loro in dirittura d’arrivo con l’ultima fatica- si integra ai codici universali, stravagando dal jazz in via di fusion(e) di Gjashte a quello fumoso di Ne znam plesat, da Istrodeo che si qualifica come Zeitgeist del complesso alla corvina Apparentemente, sberleffo allegorico giocato sui colpi, che fa pensare ad anni di ascolti radio clandestini… Disco incostante e scostante, che incoccia picchi irresistibili negli andamenti indo-lenti (con accelerazioni allucinate) di Partigiana e Rumbalkan, minimi comuni denominatori balcanici, e che mostra il suo portato tragico di fuga dalle fiamme nella conclusiva Uvatime, educata spiegazione della guerra e della migrazione ai riluttanti nuovi vicini di casa. I continui interscambi col teatro -la band nasce in seno al TAM di Padova- offrono una ulteriore chiave di lettura, per questa No Smoking ‘indie’ Orchestra che esce dallo schermo e si fa vita reale. Inevitabile quantunque…
A chiamarsi Amore aveva provveduto solo Arthur Lee: è così facile pensarci e altrettanto impegnativo deciderlo… tutte cose note al quartetto toscano, un vero e proprio supergruppo comprendente Alessandro Fiori dei Mariposa, Massimo Fantoni (Otto’P’Notri), Gionni Dall’Orto (nelle backing band di Parente e Benvegnù), e l’ex batterista dei Baustelle Samuele Bucelli. “I tendaggi del primo semestre” è il loro parto autoprodotto, primi a non prendersi sul serio quando tratteggiano personaggi dropout (Le dighe dell’Enel) con lo spirito delle filodrammatiche di provincia, in continua e bonaria presa in giro reciproca; o quando s’inteneriscono su un bimbo (Mega) disincantato e un po’ autistico in un campeggio di tanti mondiali fa. Le sei tracce spingono sulle similitudini zonali, da Bobo Rondelli / Ottavo Padiglione (‘Questo è un blues suonato in tre quarti, questo è un blues delle nostre parti…’) ai romanzi antimoderni di Luciano Bianciardi, ma per quanto dirette –anzi colloquiali- risultano ben poco autoreferenziali: il vibrante p-funk di Lapo 68, imbonitore con un’unica soluzione, è percepibile correttamente a nord come a sud grazie al mirato uso di citazioni random e groove irresistibile. Quarti di nobiltà empia e gaglioffa, come il Conte Mascetti di ‘Amici miei’…
Di libero(?) amore fanno invece professione Marcilo Agro e il Duo Maravilha, buffo moniker dietro il quale si nascondono un poeta e due fratelli di Novara, che hanno fatto uscire “Tra l’altro” sotto l’occhio benevolo dei dirimpettai Perturbazione. Il disco, licenziato da Room Service, è agrustico e soprattutto sincero, affondando a piene mani nel cantautorato 70 del riflusso (Branduardi che si cimenta col fado diventa Terra, il fantasma di Ivan Graziani riappare in Arpa birmana) e collocandosi nella scia di gentilissime produzioni contemporanee come En Roco ed Endorfina, ben meno ruffiani dei Tiromancino. Rimarchevoli gli intrecci di chitarre onomatopeiche a rincorrersi nella spassosa Zanzara e la limpida cantilena di Un sorriso da indossare: per tre ragazzi che suona(va)no invitati di casa in casa, l’affermazione è a portata di mano. Kings Of Convenience al Folkstudio…
www.eastrodeo.net
www.amore.net.ua
www.marciloagro.com
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REVERIES
Prima l’aiuto ai registi, poi il supporto a Shannon Wright, ora il ritorno in proprio: con “Les Retrouvailles” YANN TIERSEN dà alla luce i suoi sogni dal faro
(Blow Up # 89 - ottobre 2005)
De l'endroit où je suis
On voit les bras de mer,
Qui s'allongent, puis renoncent
A mordre dans la terre...
Un viaggiatore professionista non conosce tempi né obblighi: l’esperienza gli ha insegnato a diffidare dei percorsi sicuri, e solo se si trova per mare ripara nelle conferme salvifiche. Le meccaniche dei blind test non hanno ancora fatto capire di se stesse se una risposta fulminea sia da considerarsi positiva o al contrario banalmente foriera di assuefatta prevedibilità. Yann Tiersen è abituato a sbancarli, i blind test, come un velocista morde i record.
Nell’evo delle mille sorprese, dai colori delle vesti del papa all’irruzione di nuovi attori nell’economia, serbare un tal compositore in cassaforte è una piacevole tautologia: Tiersen è Tiersen (è Tiersen). Di quanti si può dire, valicando i generi, e verificando un disco dopo l’altro, che siano unici e assolutamente identificabili? Le dita di due mani sono pur troppe.
In un solo anno il multistrumentista di Brest firma due realizzi mirabili, l’uno coinvolgendosi nelle asperità vocali di Shannon Wright (BU#80), il secondo –“Les Retrouvailles”, #86/87- incubato nell’eterna Ouessant (“dove non ho televisione né modo di consumare molto… a parte l’aperitivo”) e trapuntato di ospiti di prim’ordine.
Se nel primo caso il suo apporto, limitato alla composizione sui tasti bianchi e neri, ha consentito di non identificare più istantaneamente l’autore transalpino con l’esecutore di due delle colonne sonore memorabili degli ultimi anni (quelle per “Il favoloso mondo di Amélie” e “Good Bye Lenin”), piegandosi com’è stato naturale alla costruzione del dramma della chanteuse americana, l’ultimo capitolo della saga del Faro vale come campionario di ciò che il Nostro può ancora dire a distanza di anni, e al contempo sta di epitome sufficientemente esaustiva per coloro, effettivamente ancora non pochi, lo abbiano skippato nel corso del tempo.
Tiersen non è uno sperimentatore, almeno non nel senso correntemente attribuito al vocabolo: egli persegue i suoi temi con incrollabile trasporto ed enfasi, talvolta in understatement, ma sempre agendo come se ogni canzone fosse la sua ultima, e servisse a un altro ipotetico regista per un’altrettanto ipotetica storia. Certe soluzioni magari dapprima le cova e comprende solo lui, per diventare in sèguito patrimonio approvato dall’ospite di turno (come non pensare alla schiera di artisti connazionali -e non- che negli anni lo hanno sostenuto e ne hanno tratto visibilità, da Dominique A a Françoiz Breut, ai Married Monk del paisà Viscogliosi e il reprobo Cantat?) e infine dal comunque folto pubblico di affezionati.
Due valori –confermarsi alle attese e arrivare primi a certi sviluppi- sublimati appieno in “Les Retrouvailles”, le cose rinvenute (e quindi prima perdute), magari sulla battigia di un mare-oceano che è sempre nella testa artistica di chi vi è nato e non può non rapportarvisi: quelle di Tiersen non sono sailing songs, semmai osservazioni dei particolari, tocchi lirici per quadri impressionisti, sfoghi interiori in bilico fra calma e ansia. “’L’absente’ è l’album che forse mi racconta meglio, perché anche negli altri miei dischi c’è un po’ d’assenza, di mancanza. Sono cose che escono quando ti metti al lavoro. E quando ti fermi e ti rimetti in questione, giocoforza restano le sensazioni più viscerali e angoscianti…” In questo, e nell’attrazione per abbandoni e naufràgi, il francese è avvicinabile a quel Matt Elliott autore di uno dei dischi ‘più’ dell’anno corrente, che pure vive in Francia e che anzi di Tiersen rivisitò (a nome Third Eye Foundation) Sur le fil. In bilico, appunto…
Dal Faro il guardiano domina e dispone, fa provviste e cala in città, a radunare amici e conoscenti. Ognuno dei featurings di “Les Retrouvailles” si rende protagonista di un episodio integrato, che sa balzare agli occhi per la particolarità vocale (la Liz Fraser di Kala), il carisma (Jane Birkin in Plus d’hiver) o la straordinaria affinità ‘morale’ col titolare: Stuart Staples dei Tindersticks, fra l’altro in libera uscita con un altro progetto in proprio (recensione in #86/87), era virtualmente ‘papabile’ già qualche disco fa, all’epoca di Another night in. Certo non stupisce riscontrare il suo timbro in questi paraggi, e il piano brètone in “Lucky dog recordings”...
Eppure una delle singolarità più palesi di un autore navigato quanto ancora giovane sta nel sensibilizzare una collettività gelosa e austera ad un nuovo abito per la musica popolare: nell’ultimo album (La veillée, Les enfants) come nei capolavori “Le phare” e “L’absente” risuonano spinette, carillon, campanelle, xilofoni, e tanti altri fiati e corde d’un temps, assemblati con certosina ossessione a formare il nuovo concetto di folk chansonnier, debitore dei giocattoli di Pascal Comelade e in compagnia spesso e volentieri di una scena vivace, di là dall’essere ancora esposta -Les Tetes Raides, La Tordue, Les Ogres De Barback alcuni nomi da teatrino e da bistrot, sovente nei borghi la stessa location…
Tutto ciò emerse prorompente col successo di pubblico per “Il favoloso mondo di Amélie”, per il quale il regista Jean-Pierre Jeunet si avvalse quasi interamente di composizioni tierseniane già edite: le avventure della cameriera naif e un po’ sempliciotta fecero il giro del mondo, e con esse la colonna sonora, che lanciò l’effetto-Tiersen ben oltre i confini nazionali e del tradizionale uditorio indie. “Adoro il cinema ma devo dire che lavorare a una colonna sonora è estremamente difficile. Quando operi per un disco ‘tuo’ sei l’unico padrone dei tuoi movimenti, se non ti piace lo getti, non condizioni il lavoro di altri”.
Di contraltare a questo mood -ma non certo in conflitto: anzi coesistente in entrambi i prestiti al cinema- sta lo Yann riflessivo e severo che prima di accompagnar/si a Shannon Wright risuonava lacrimogeno nel commento a “Good Bye Lenin”: un animo profondamente pervaso dal senso dell’Arte, per quanto non investito in privato dal senso tutto tedesco della narrazione, ha saputo cogliere l’Ostalgie berlinese e incanalarla nel riconoscibile smarrimento (that is, perdita) paneuropeo coevo, vellicando il rifiuto dei modelli dilaganti e rifugiandosi in assoli strumentali retrò a sfiorare la chic age (cfr. Ludovico Einaudi, Michael Nyman) senza mai diventare maniera o plastica. Forma E sostanza, ovvero. “Non mi riconosco nella musica classica: già a tredici anni ascoltavo il rock e poco più tardi mi diedi da fare per formare un gruppo con gli amici. Solo che dopo ‘Tout est calme’ mi sono accorto di non trovarmi a mio agio nel cantare pezzi troppo melodici, quindi la scelta di affidarmi spesso a strumentali, che però restano vere e proprie canzoni”…
Ai suoi trentacinque anni Yann Tiersen ha conosciuto la composizione scherzosa e quella gravosa, il teatro con orchestra fastosa (da cui il doppio live “C’etait ici” del 2002) come il grande schermo, il massimo dell’allegria (A quai, Les jours heureux) e il culmine della malinconia, il ritiro della risacca e le aperture a mantice: considerarlo fra i grandi del suo tempo è semplicemente incontrovertibile, anche per la critica di un Paese come il nostro, tendenzialmente non ben disposto a pelle verso ciò che proviene da quelle parti… A breve comincia il tour: prima in Giappone con Dominique A, poi in Spagna e Irlanda, indi i festival francesi. A luglio è uscito anche il documentario ‘La traversée’ di Aurélie du Boys registrato durante il tour precedente.
Discografia (da mettere nei box a fondo pagina)
LA VALSE DES MONSTRES (Virgin 1995)
Esordio tanto promettente quanto snobbato in patria, raccoglie le suggestioni destinate al teatro e al cinema. Subito fa parlare di sé l’uso di strumenti giocattolo e archi. Tiersen ha solo venticinque anni ma si muove come un veterano: anni dopo verrà resa giustizia a questo disco con l’inclusione della titletrack e di Le banquet nella colonna sonora di “Amélie”.
RUE DES CASCADES (Virgin 1996)
Prosegue nell’affinare lo stile strumentale e melodico, ricorrendo a pezzi prevalentemente corti (Toujours la). Inizia a farsi conoscere anche attraverso la pianificazione di un tour lungo tutta la Francia. Soir de fète e Pièce-vide entrano a buon diritto fra i classici.
LE PHARE (Virgin 1998)
Considerato quasi unanimemente il capolavoro. Fosse solo per la struggente Monochrome, scritta da Dominique A, manifesto del tiersenismo. Il giochetto retrò L’arrivée sur l’ile, La noyée che è una festa (con Les Tetes Raides), il ponte con l’Irlanda di Le fromveur: semplicemente, vette. Pensato e colto nell’isola di Ouessant, esattamente come l’ultimo “Les retrouvailles”.
TOUT EST CALME (Virgin 1999)
Scritto coi Married Monk (la band da cui proviene Fabio Viscogliosi), ha un piglio più ‘rock’ e si avvale di fertili collaborazioni. Tiersen comincia a comporre per un gruppo, resta memorabile l’ouverture con Plus au sud degna dei maestri italiani degli anni Sessanta. Ormai si impone all’attenzione patria. La crise e La rupture gli altri pezzi forti del disco.
BLACK SESSION (Virgin 1999)
La registrazione del live per Radio France Internationale. Con Yann duettano Neil hannon dei Divine Comedy, Françoiz Breut, il fido Dominique A, Bertrand Cantat dei Noir Desir, Mathieu Boogaerts. Ginette con Les Tetes Raides è francese che di più non si può…
L’ABSENTE (Virgin 2001)
I proficui contatti vengono al pettine: dopo l’esibizione radiofonica Tiersen raduna i soulmates per comporre ed eseguire un disco proteiforme e molto intenso. Con la compagna Natacha Réigner gioca ne L’echec e Le concert. Per la prima volta lavora con Lisa Germano, e campiona una macchina per scrivere in La lettre d’explication.
LE FABOULOUX DESTIN D’AMéLIE POULAIN bande originale (Virgin 2001)
Il successo: ottenuto compendiando i più svariati episodi dei precedenti dischi.
C’ETAIT ICI (Virgin 2002)
Doppio live orchestrale, celebrativo il giusto, registrato alla Cité de la Musique di Parigi nel mese di febbraio.
GOOD BYE LENIN bande originale (Virgin 2003)
Risponde al richiamo del regista Wolfgang Becker per spogliare la musica di ogni orpello: nude strutture esili e inquiete, a partire da Summer 78. Agli strumenti la Synaxis Orchestra. Il progetto più triste, e fra i più belli.
YANN TIERSEN & SHANNON WRIGHT (Virgin 2004)
La voce screziata della canadese trova nel piano dolente del Nostro un tragico compare notturno. Recensione in BU#80
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YANN TIERSEN
Les retrouvailles – CD Virgin – 16t 43:39
(Blow Up 88 # settembre 2005)
All’alba il faro di Ouessant ha appena terminato di fronteggiare le tenebre. Nessuno sulla diga, nessuno davanti, nella pars equorea. Solo aria, e a dare la sveglia in luogo del gallo supplisce Western, la prima avvisaglia del ritorno di Yann Tiersen, autoctono guardiano e avamposto.
Il Pifferaio dei tempi moderni esce illeso dalla Berlino desovietizzata e non provato dal supporto plorante a Shannon Wright (BU#80), confermandosi quello che da sempre è e che ci si attendeva, rassicurante nella sua tautologia, riconoscibile come pochi in questa era (Tom Waits, e poi chi), non certo solo un autore per il cinema: semmai cinematico dentro, equamente diviso fra canzoni e sonate, luce inebriante e curve barocche.
Ancora una volta si avvale di collaborazioni di pregio -Liz Fraser in Kala, torna Jane Birkin per Plus d’hiver, in A secret place canta l’affine Stuart Staples; poi i collaudati Dominique A e Miosséc- e tiene saldamente in pugno i suoi temi, il mare, la perdita. E con essa la vecchiaia, il ricordo, il ritrovare le cose perse, salvo quelle jetée: come per l’ultimo Matt Elliott, acclarate le debite differenze. “Les Retrouvailles” è spettacolare nei classici tierseniani, La veillée e Les enfants da mattinata nei borghi di Francia tra campanelle, spinette popolari e trionfi di violini percossi; il bardo di Brest sa fin troppo bene come si asseconda: commiserare il tristo o galvanizzare l’euforico, il più delle volte offrirsi fazzoletto per le lacrime. Le phare non è più absente: rischiara chi non l’avesse finora (s)coperto, nonostante suoi frammenti vengano elargiti di frequente come contributo a servizi filmati in tivù. E solleva ovviamente chi, nel conoscerlo, ha atteso sereno “il ritrovarsi” di questa rara oasi di grazia. (8)
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HALF COUSIN
The function room – CD Gronland/Self – 13t 39:10
(Blow Up # 86/87 - luglio/agosto 2005)
Prendete una sera, o un primo pomeriggio. Di quelli storti, ché la vita colpisce e non sempre ci sono sottomano paraurti e carezze. Quando magari ci si crogiola nella nostalgia del non fare, e i pensieri sono solo cattivi. Prendete un lettore onnipotente, e una quantità industriale di cose da ascoltare. Prendete un fottuto lavastoviglie, un conto corrente bancario, la comodità (così non mi si accusa di citare), e mettete tutto da parte. Entrate nella stanza delle funzioni, e lasciate il mondo fuori.
L’impatto di questo giovanotto scozzese a nome Kevin Cormack è tanto sotterraneo quanto assuefacente: se degustato a singole prese lo si può perfino trovare positivo, addirittura sbarazzino. Provare per credere la delicata cover di Girl dei Quattro Di Liverpool, arrangiata di minutaglia come solo un quindicenne innamorato potrebbe. Ma se ci si abbandona ad libitum, nel momento stesso in cui il collettivo Half Cousin conquista, è là che tramortisce. E’ o non è, Mrs.Pilling, fra i più teneri poemetti drakeiani scritti dopo la scomparsa di Drake? E come situarci di fronte ad ogni singola nota, zufolo, eco di accordéon, se non con la compostezza di chi assiste all’altrui epifania porta con sì accorato garbo? Si capisce che oltre alla stoffa scrittoria e al fluire quasi obbligato delle composizioni così come pervengono, subentra la Sincerità. Il Mezzo Cugino non celebra una messinscena blanda ad uso di chi si accontenta: egli comunica, coi suoi mezzi, lo stato speculare e pure un po’ schizzato, una volta ricomposto e riformulato in linguaggio musicale. Da quelle parti abitano e operano gli Arab Strap, e non è un caso, a leggerne lo storico e a sentire Single boy. Folktronica -Canned laughter- della più bella specie, quasi una cifra di quest’anno andante. Per tacere dello sbigottimento del sentirsi raccontati: la splendida Hindsight, ovvero On the way down. Uno così può anche giustificare (oddio) il paragone col primevo Beck… Alfine scelgo la vita, e -senza che vi sia paradosso- il naufragare mi diventa dolce, in questo mare del Nord. (8)
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MELLONCEK
s/t – CD Ghost Records/Audioglobe – 10t 38:34
(Blow Up # 88 - settembre 2005)
Un’unica, lunghissima traccia: questa la sensazione che lascia l’ascolto dei Melloncek, ensemble italiano variabile che fa del flusso libero il principale punto di forza del proprio lavoro. La stasi che cresce e riverbera fa aleggiare un’aria di improvvisazione, quando le infinite trame strumentali escono dal seminato per (ri)scoprire quell’attitudine free tramandata nei decenni, come figli di un Frank Zappa. Purtroppo con la testa a posto, però. La sezione di fiati, che altrove contrappunterebbe in maniera massiccia l’opera, interviene solo qua e là (notevole El Jaber) per diversificare un suono che è ancora troppo guitar-rock per essere post-rock, e pur tuttavia non ancora compiutamente fusion. Nessun effetto speciale, quindi: si distingue per certi versi Russian sick sound grazie alla pulizia dell’esecuzione e ai filologici hammond e rhodes. Elongazioni e velocità rallentate e di nuovo accorciate nell’avanti e indietro, sempre apprezzate in quanto elementi afferenti al decorso della vita reale, non sottraggono pertanto a un giudizio privo di infamia ma anche di particolare lode. (6)
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OLIVER
Little human detail – CD Knifeville – 8t 26:52
(Blow Up # 88 - settembre 2005)
Non di rado la discrasia fra confezione e contenuto balza agli occhi, ma quasi mai così immediata. Ad accompagnare la seconda uscita dei friulani Oliver per Knifeville (che si propone di documentare la scena di Maniago, città dei coltelli) sta un bellissimo book fotografico, che testimonia di una mostra correlata all’uscita del cd. Ma mentre le immagini globali di Olivier Cimenti sono superbamente evocative, non altrettanto può dirsi dei suoni allegati. Là dove l’indie-no-wave ritorna postpunk e il cielo si fa plumbeo, servirebbe uno di quei stemperamenti cui proprio i Tre Allegri Ragazzi Morti avevano abituato. Le premesse ci sarebbero, ma se si eccettuano episodi sconnessi come la chiusura melodica di Deja vu, le raffinatezze di Sunflowers, sunshine e una Lesson in a life che sfigura bene la classica ballata grunge, il resto suona davvero datato, so 90s. Col consueto dilemma tra suonare per piacere a se stessi o perché si ha qualcosa da dire. In questo caso si propende per la prima ipotesi. (5) al cd, (9) al libretto.
posted by Enver 1:01 PM
recensioni di cd singoli pubblicate in Blow Up # 88 - settembre 2005
BLACK NIELSON
Love song to Chan Marshall- CD Bru-Ha/Foreign Affairs – 3t 11:10
Chi si rivede, il NAM uscito dalla porta rientra dalla finestra con questa delizia di pura brughiera britannica. La dichiarazione a Cat Power magari non andrà a buon fine, tenuto conto della scontrosità della destinataria, ma sa farsi apprezzare in musica per la familiarità della struttura: partenza intimista, voce persistente anche se non stentorea, tronco e accordi pensive pop, crescendo finale a sfiorare lo scioglimento della tensione. Il pezzo che Chris Martin avrebbe scritto se Gwyneth -a proposito di celebrità- gli avesse voltato le spalle… Anche nel corollario It's always a parade le solide radici piantate dal quintetto di Winchester nel folk rurale d'oltremanica incontrano un cantautorato moderno alla I Am Kloot. In uscita agli antipodi (l’aussie label Low Transit Industries) la prima uscita su lunga distanza. (7)
LUCA BASSANESE
Oggi che il qualunquismo è un’arte mi metto da parte e vivo le cose a modo mio – CD X-Land – 4t 15:21
Il giovane cantautore vicentino aggiorna all’era della guerra permanente e del terzomondismo la lezione del canto di protesta, imbarcando ritmi in levare e compagni di strada qualificati (la fanfara di Naat Veliov della Kocani Orkestar, e i veneziani Ska-J). La patchanka che ne esce è garbata e debitrice di tanti padri senza identificarsi in essi, e ha –non sempre, va detto- il merito di evitare la facile retorica di questi casi. Confini, tradotta anche in spagnolo, è stata premiata a Recanati per la musica. Packaging grezzo e originale come ormai solo le autoproduzioni più sincere e ricercate. (6/7)
MARCHO’S
s/t – CD Macaco Records – 2t 8:00
Risvolti doubleface nell’ennesima scommessa Macaco: Mal di testa è un crasso e micidiale pezzo di pop elettronico, cadenzato, al-loop-ato, ubriaco, deviato e strafottente. Dal sicuro radio appeal che niente cede in centimetri alla grossolana idea di svendita. Minori emozioni desta la b-side Una mia ossessione, Bennato sdrucciolo d’un temps più zanzara sintetica sopra le righe. Cosa che non scalfisce il peso lampante di ‘Quando mi alzo la mattina presto / sento nella testa solo la-la-la’… Forse dovrei smet-ter-la. E forse potrei far-ce-la. (7)
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Mogli & Buoi (Blow Up # 86/87 – luglio/agosto 2005)
Dalle soglie dell’alto Adriatico a quelle dell’alto Tirreno, la sostanza non cambia: è stagione di fermento nel Bel Paese, più di altre accompagnata da un elevato tasso di qualità e originalità medie. Nell’area contigua che si raccoglie fra le province di La Spezia, Pisa e Lucca stanno tre fra le storie indie più interessanti dell’anno: spiriti ben strani, che accondiscendono alla ruralità fumantina dell’entroterra, aggiornandola e contaminandola, o che per reazione ne prendono le distanze, involandosi verso le distese ardite che il mare dinanzi spalanca.
E’ il caso degli Uber, quintetto sonico del Ducato di Lucca che con “My new lifestyle” (uscito per fromSCRATCH, recensione in #81) getta un ponte con la Chicago della seconda metà dei Novanta, trovando una carrareccia personale al post rock, meno sognante e più nervosa. Capace di liquidarsi -Edna in a dead man suite, come una sessione di prove dei Jennifer Gentle- e addirittura di flirtare col pop (Addicted to wine è in reprise tra coretti Pecksniff e disimpegno Weezer), ma restando nel complesso impostata su chitarre che si attorcigliano in bozzoli, ben altra cosa dalle usuali guitar band da rock FM: eppure il loop minimale della title track è parimenti inossid-abile nel fissarsi in memoria.
Le canzoni degli Uber -Ricciarelli, (P)Bretzel- sono partenze che paiono sul punto di non arrivare mai, e che invece dopo lo stop-and-go si sciolgono all’improvviso, specie quando il sassofono jazzy di Ombretta Pacini coniuga i finali e informa dal dentro tutti i pezzi, eccetto quelli serrati da immediato headbanging (If I fall, I fall mette il vestito allo scheletro Red Worm’s Farm) o dalla secca scarica claustrofobica e un po’ inquietante di Residence. L’elenco dei referenti per i quali hanno aperto concerti parla per loro e per la strada che possono percorrere.
A circa venti chilometri di distanza l’atmosfera è già diversa, ruspante e precaria rispetto alle strutture aguzze degli Uber. The Zen Circus è già piccolo culto, al momento dell’arrivo di “Life and opinions of Nello Scarpellini, gentleman” (per I Dischi Dell’Amico Immaginario, che così mette a segno una beneaugurante doppietta dopo i Northpole. Recensione in #84), dopo tre dischi che ne hanno consolidato l’attitudine agropunk, l’ironia da bar, la specchiata stravaganza come status vitale. Appino e i suoi stavolta si presentano più sfuggenti che mai: se in "Doctor Seduction” dell’anno scorso erano stati capaci di sfornare almeno tre potenziali singoli in inglese suonando con strumenti di recupero, la recente release persiste nel raccontare le storie in musica –riferendole stavolta a un ignoto anziano del posto- con lo spirito dicembrista delle sailing songs, ma si mostra meno pop, anche se schiude altresì per la prima volta all’idioma italiano, i cui testi –tremendamente sinceri quelli di Aprirò un bar e L’inganno - finiscono col rivelarsi paradigma e spiegazione del disco. Ascoltare la traccia che omaggia il nome dell’etichetta: un disarmante ibrido fra Come potete giudicare e Ticket to ride, che se ne esce con un inciso come ‘Tutto quanto mi porta a pensare, / anche la canzone più banale: / non vorrei mai far l’intellettuale, no’… Per il resto, il trio dà fondo a clap clap (Dead in july, Pixies e Pisa sono termini assonanti), sferragliamenti malati, accenni rockabilly e sixties garage, un mood che sarebbe andato a puntino per le rombanti colonne sonore di Russ Meyer (le due note che reggono Colombia) e anche per party infestati di zanzare: La California non è così lontana…
Se c’è chi non vuole fare l’intellettuale, altrettanto non si può dire della musica dei Morose: “People have ceased to ask me about you” (Suiteside, recensione in #85) è un concreto esempio di come si possa continuare coerentemente un discorso musicale –quello afferente al cantautorato oscuro e dolente, espresso in “La mia ragazza mi ha lasciato” del 2003, e nel relativo magnifico packaging- introducendo elementi nuovi, linguistici e strumentali, senza snaturare l’alto profilo e la considerazione maturata nel tempo. I liguri ampliano lo spettro degli accostamenti, aggiungendo allo “storico” feeling coi Black Heart Procession (un esempio, va detto, che negli ultimi anni ha fatto proseliti) quello con lo “scienziato pazzo” Mugison e il tenue compositore Half Cousin, entrando a pieno titolo nella discreta famiglia internazionale dei ‘sottovoce’ acustici… Importanti passi vengono compiuti verso una ricerca concettuale che ci rende un’opera organica, omogenea nel suo incedere folk compassato e nel procedere per addizioni e sottrazioni mediante field recordings e inserti come i francesi Yeepee, e il tedesco Bernd Spring a leggere l’ouverture Ich bin der grosse derdiedas. La speranza è affidata, sola, alla carezzevole giro di glockenspiel della conclusiva Lonesome e al crescendo di Words are playthings, al termine della quale bimbi ridono e magari fanno anche oh… Non è un disco per tutti i momenti, richiede aderenza e la volontà di farsi capitare addosso struggenti elegie alla vita come Some squeaking bones o Imaginary walk in Grozny segnata dal pianoforte: un’altra estate è possibile, allungata e dilatata, se a conquistarla è uno dei probabili dischi italiani dell’anno.
Concludo, essendo in piena estate, con le comunicazioni dei principali festival che daranno uno spazio non secondario alle produzioni nazionali: inizia Soundville a Macerata, l’1 e 2 luglio, con…A Toys Orchestra, Zen Circus, Perturbazione, Artemoltobuffa, Paolo Benvegnù e Goodmorningboy. Questi due ultimi saranno fra i protagonisti anche a Guardia Sanframondi (Benevento) per l’ottava edizione di Six Days Sonic Madness, dal 28 al 31 luglio. Lo stesso 28 luglio comincia il Venice Airport, che terminerà il 6 agosto dopo aver dato spazio a tre band per sera; per restare in quella stessa area, dal 21 al 24 luglio Fosbury Records espone il suo “campionario” a Galliera Veneta (Padova), ospitando Non Voglio Che Clara e Rosolina Mar oltre ai propri pupilli Edwood, Valentina Dorme, c|o|d ed es. Infine si segnala il ritorno dopo due anni di Frequenze Disturbate a Urbino, dal 5 al 7 agosto, imperdibile per i voraci appassionati della musica indipendente anche italiana.
www.fromscratch.it
giasone.splinder.com
www.moroseismoroseismorose.com
posted by Enver 12:59 PM
c|o|d
Preparativi per la fine – CD Fosbury/Audioglobe – 11t 48:11
(Blow Up # 86/87 - luglio/agosto 2005)
‘La fine di qualcosa è l’inizio di qualcos’altro’, cantano i c|o|d con qualche anno di ritardo sui Casino Royale. Per loro invero la fine dell’esperienza con Virgin, che li aveva accreditati come realtà interessante e che aveva fruttato due singoli di discreto airplay come Polaroid e Fiore, è significata l’inizio di una lunga attesa, con un disco in fieri –questo- che solo anni dopo ha incontrato la volontà di Fosbury nel dare esecuzione. E i trentini non sono cambiati: “Preparativi per la fine” è un album di solido pop rock non in conflitto coi synth (anzi in Canzone contro di me si percepisce l’influenza dei Depeche periodo Songs of faith and devotion), che si riproduce in paesaggi come molteplici punti di fuga dagli anni ottanta –ganci sottratti e celati un po’ ovunque, reminiscenze new romantic in Tsunami (graziosamente)- arricchito da arrangiamenti digitali e peculiare nella vocalità e nei testi di Emanuele Lapiana. Che ci fosse la voglia di riascoltarli è indubbio; che da parte loro potessero sfornarci anche un singolone da memorizzare, avrebbe dovuto essere altrettanto… (6/7)
posted by Enver 12:59 PM
IN MY ROOM
Saturday Saturn – CD Suiteside/Goodfellas – 10t 39:18
MOROSE
People have ceased to ask me about you – CD Suiteside/Goodfellas – 9t 37:28
(Blow Up # 85 - giugno 2005)
La primavera di Suiteside –ottima label trasferitasi a Genova da meno di un anno- reca due uscite importanti anche se poco in tono con la stagione…
L’esordio su lunga distanza dei parmigiani In My Room (al loro attivo finora solo un ep a cura di Marco Monica) è un esercizio di realismo che non genera false speranze nel mondo com’è. E’ evidente che la band non ha paura del buio e sa come nascondere e sparpagliare le interferenze spiazzanti, riducendo gli spazi del postrock a vantaggio di delicati arpeggi elettroacustici, incastri di voci lui/lei, sperimentazione e fosco impressionismo del cuore. Qua e là si avvertono buone letture (My sweet distress parla Acher fuori sincrono, Heather in stile ISAN) ma soprattutto una via personale all’ovatta che tutto concilia, anche quando (A little lightning) il presago violino di Deborah Penzo si ritaglia un ruolo di evidenza. (7)
Alla seconda fatica gli spezzini Morose non deludono, anzi. A partire dal titolo assai evocativo disegnano pastelli di malinconia riflessiva (anche nel senso che parla a se stessa) utilizzando idiomi –inglese, francese e tedesco- e suggestioni che denotano quell’amore per il proprio mestiere che ormai è così raro. “People have ceased to ask me about you” è musica panoramica, naturale, che parla ai valori dal momento in cui inizia Ich bin der grosse derdiedas, lettura teutonica di manoscritto rinvenuto nella cantina delle prove, e che con Words are playthings (ornata di voci infantili nello spirito “play the indie game”) e la strumentale Imaginary walk in Grozny risulta fra i brani di consenso immediato. Fin quando non entra nelle ossa l’ipnotica Some squeaking bones, toccante litania slowcore à la Black Forest / Black Sea virata My Dear Killer… Il disco, molto lento, conosce un giro di giostra medievale e popolare con l’accordéon francese di Françoise & Christophe, mantenendo fino alla fine una linea di assoluta coerenza anche nell’aspetto. People will ask us about them, more… (7/8)
posted by Enver 12:58 PM
EVELINE
Happy birthday, Eveline !!! – CD Shyrec – 11t 40:28
(Blow Up # 85 - giugno 2005)
Quando la carne al fuoco è tanta, labile diventa il divario fra il venir considerati gioioso bric-à-brac oppure timballo posticcio. Spesso l’una entità non riesce ad escludere l’altra, ed è il caso dei bolognesi Eveline, al loro esordio per Shyrec. Queste undici tracce vestono il sembiante di una compilazione di diversi, o forse di spunti per altri undici dischi compiuti… Proprio per questa disomogeneità, per un’identità ambiguamente espressa, “Happy birthday, Eveline !!!” non convince fino in fondo. Episodi positivi -una Rosaspina che attinge alla scuola Constellation, ossessiva e claustrofobica; lo sviluppo di 11 years with Jennifer Hartman; ma anche lo swing pop di P.L.D. e la scheggia ‘islandese’ di Jefferson Peace yeppy ya ye !!!, per non dire della dolcezza indie di Lxwaldocwithme&t.- che rilevano quanto quelli superflui, cioè un post rock indolente senza attitudine e guizzi, qualche scontata derivazione grunge, le impervie scanzonature e improvvisazioni. Il (6) è il giusto mezzo fra queste due facce, che rendono a tratti ingiudicabile la fatica… Curioso, ma interlocutorio.
posted by Enver 12:58 PM
Mogli E Buoi (Blow Up # 85 – giugno 2005)
L’indie italiano, dunque. Che parlarne non sia provinciale, di fronte a una sua collocazione autonoma e credibile (BU#84), né sia a rimorchio automatico del successo di una singola realtà che proprio dall’indipendenza esca, di modo che si sia costretti a trattarne la scia. Questo è il terreno delle dimostrazioni: la prima è che forse la troppa tradizionale esterofilia dell’italico fruitore non è così necessaria. Che si vada alla cerca nel Nuovo Mondo virtuale, o che qualche canale permetta ai flussi di venire ad nos, siamo pronti a lasciarci travolgere: tanto acconci a riversare in compendi organici per sentore musicale affine, quanto a fotografare il dove, a paesaggire per dirla con Marco Paolini.
Treviso, per esempio. Non sia un caso la citazione dell’autore di cui sopra, proveniente da quella provincia controversa –cronica qualcuno direbbe, dirà- che ha trasformato la terra e i suoi abitanti in casi umani da scrutare. Sgobboni, pragmatici, senza memoria nè forse più fede: eppure la vitalità di produzioni artistiche e la loro densità dai quasi monti del Vittoriese e dell’Asolano al quasi mare dell’Opitergino parrebbero parlare di stimoli altri, forse per reazione, forse perché come al solito i sociologi non ci azzeccano… “E’ una pura coincidenza”? Se gli anni novanta del Boom vengono criticamente cantati da nomi di statura nazionale come Estra e Radiofiera, la stagione della Crisi mette in campo trazioni cui non vale restare indifferenti.
Ecco il fienile, le cicale e i silenzi di MR60, rivelazione della fiorente area castellana: una continua e magmatica fioritura di ep prima di rilasciare tracce a compilations straniere (per Asaurus, Livingroom e Ugly Dog) e di lanciarsi con “Mistasista from outta space” (recensione in BU#84) da una tolda danese –l’etichetta è BSBTA- alla riappropriazione del placido mare di grano fuori di casa. Stride la compostezza dei toni, quasi la noncuranza, con l’altezza del messaggio che portano e con l’affezione immediata alle cantilene anglofone e agli zufoli: sassate nell’acqua che tornano in retrogusto come il migliore dei caffè, o un legno da masticare. Pastorali sì, ma anche ferri del mestiere acquisiti dall’abbandono altrui, aria aperta e l’estate che è solo un inverno meno freddo. Folk del dopoguerra, il nemico è scappato, vinto, è battuto… Applausi anche alla loro web policy: da giugno si può scaricare dal loro sito lo split ep assieme a Flatland.
A muovere il quadro idilliaco può essere solo un uragano, proveniente da nord e da est: Chinasky, quindi. Li avesse conosciuti Tarantino nelle sue comparsate al Lido li avrebbe scritturati per una futura soundtrack, e intanto se ne fa artefice la neonata label cagliaritana K-Factor, che edita il loro “Great taste hits” come sua prima issue. L’attitudine della band a cimentarsi a rotazione con i diversi strumenti a disposizione consente le soluzioni di cui si fa interprete il disco: la produzione artistica del collaudato Marco Posocco garantisce suoni comunque liquidi, scorrevoli a ritroso a giocare col passato beat (Marianne) e psych (First time, un excerpt da Studio Davoli), in una cornice essenzialmente garagey e festaiola. La dimensione live schiude i pori dell’energia compressa da tagliare col coltello, come si sono accorti alle recenti esibizioni londinesi… rock’n’roll!
Accanto ai debutti, proprio negli ultimi due mesi si verifica il ritorno di due dei nomi storici dell'indiepop della Marca, Valentina Dorme e Northpole.
Ormai “veterani”, i ragazzi di casa Fosbury tornano con “Il coraggio dei piuma” ad esporre quello che sanno fare meglio, cioè… i Valentina Dorme. Il gruppo conferma la classicità del suo concept grazie all’interpretazione calda ed enfatica (quasi “anni novanta”…) di Mario Pigozzo Favero, in prima persona a giustificare un valido impianto testuale –si segnala Teatro leggero- sorretto dal blando indie rock di sempre. La “fine di una storia” è un marchio di fabbrica (‘e non c’è ancora gran che da dire attorno a questo nuovo amore, tranne che già inizia ad affondare…’), anche se diventa più cerebrale. Una luce diversa, forse per l’avvenire, può darla la finale Il giorno n.303, costruita in loop verbali e digitali, che diverge dalle scolastiche increspature rendendosi accostabile per freschezza alle cover quasi wave degli ultimi La Crus.
Come i Valentina Dorme, anche i Northpole hanno alle spalle dieci anni di crescite, fermate, ripartenze e… attenzioni di John Peel. Stavolta la loro uscita omonima sancisce –assieme agli Zen Circus- l’esordio dell’etichetta piemontese I Dischi Dell’Amico Immaginario (alle cui redini sta Cristiano dei Perturbazione), stabilizzando la scelta definitiva(?) della lingua italiana e di un pop cristallino, colto e parimenti abbordabile. Fra i fattori di una prova buona anche per l’airplay delle radio sta la collaborazione con gli stessi Perturbazione e con Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara. “Northpole” ha il pregio di non smarrire la natura indieish anzi la arricchisce con la narrazione di storie anche scomode, come in Luca Marc. Archi a profusione nell’emblematica Adesso è limpido, quasi un manifesto iniziale: questi siamo noi, oggi. Con una sezione ritmica tutta femminile, quasi un unicum in Italia.
Presto ci si accorge che –Valentina Dorme a parte: Fosbury Records ha sede in Villorba- tutte le factory esulano dalla zona d’origine delle band. Chi in Piemonte, chi in Sardegna, chi addirittura –per ora- solo all’estero: la conseguenza che si dovrebbe trarre è che a Treviso non ci sono etichette. E si sbaglierebbe di grosso, essendo la città sede di quel Collettivo Madcap mèntore dei celebrati Franklin Delano, e che ha sulla rampa di lancio, fra gli altri, il talentuoso compositore locale Vittorio DeMarin. Attendendo a breve anche il ritorno, si spera ispirato, di Giulio Casale degli Estra come solista, non solo i musicisti animano l’ambiente ma anche disc jockey come i locali Martini Bros, che hanno saputo promuovere le opere Made in TV anche inserendole nelle programmazioni di venues come Basemental.
Il lusinghiero stato di salute musicale di quest’area composita si estende alle fasce limitrofe di Venezia e Padova, ove i protagonisti sono etichette come Macaco (Grimoon, in BU#83) e Shyrec (Eveline, recensione in questo numero), promoter “di frontiera” come Made In Pop, e comunicatori come Radio Sherwood, le cui frequenze diffondono produzioni indipendenti in tutta la regione, e il cui festival –che apre il 17 giugno- raduna le schiere di appassionati… Noia e disinteresse? Da un’altra parte, forse.
www.mr60.tk
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posted by Enver 12:57 PM
Italian Renaissance parte seconda (BU#84 - maggio 2005)
Non di soli Offlaga Disco Pax vive la (ri)nascita indipendente italiana. E, ovviamente, non potrebbe essere altrimenti. Che decine di etichette poco più che ‘familiari’ si dessero incessantemente da fare, ai limiti del sotterraneo, per divulgare quanto stava emergendo nella penisola era cosa conosciuta da anni. Il fatto nuovo è il costrutto, la consapevolezza acquisita della bontà del proprio operato, sta a dire la volontà di perfezionarne i contorni e investire energie che possono arrivare ad essere premiate; e con questo, novella è anche l’affermazione di una scuola italica, anche se non proprio di una organica scena, in tutti i rivoli della musica leggera, sormontando limiti autoimposti (il cantato in lingua è solo il primo) e la diffidenza –meglio: la sottostima- con la quale le uscite venivano accolte dalla stessa fauna nazionale, quella a cui erano strettamente indirizzate.
Oggi una produzione indie based on Italy ha notevoli carte in regola per farsi notare anche da un pubblico estraneo alle dinamiche che l’hanno posta in essere, in primis per la dilagante “conversione” dello strumento informatico a rabdomante di buona musica (i blog e le webzine hanno decretato per primi l’inatteso exploit proprio degli Offlaga), e poi per la prospettiva tutto sommato agevole di essere mutuata da altri àmbiti confinanti o meno. Si pensi all’inserimento in uno spot, quando non –preferibilmente, va da sé- in una pellicola che goda di un discreto successo di pubblico. La dimensione live, fondamentale per il sostentamento della distribuzione (il grosso del merchandising non può prescindere dagli spettatori dei concerti) non è più così la sola artefice della popolarità o meno di un progetto musicale. Niente male, se si considera che il buon nome della musica nostra connazionale è tenuto alto, ultimamente, soprattutto da esordienti o al massimo da collettivi alla seconda esperienza, e che mai finora si è addivenuti a una sovraesposizione mediatica come per esempio hanno ritenuto di fare di sé gli svedesi, o i belgi, con portali dedicati (qua di attivo in tal senso se ne conta uno, all’estremo nord almeno tre…) e mutue intersezioni.
Quando poi a un disco che reca la bandiera tricolore si aprono le porte dei più influenti mercati esteri, quello europeo e quello statunitense, e questo stesso cd non passa inosservato, può dirsi a buon diritto che la promozione globale intentata ha ottenuto il suo effetto. Un tempo non lontano era utopia, oggi è rosea realtà almeno per sei o sette delle nostre band di punta.
Prendere il caso dei Franklin Dèlano, l’ensemble bolognese di cui si è trattato nel #81: già la coproduzione Madcap/File13 aveva consentito l’ultimazione delle registrazioni di “Like a smoking gun in front of me” proprio a Chicago, a casa di quei Califone da tempo fra i riferimenti più cari alla band. Il risultato non è solo un prodotto magnificamente settato, ma anche un interesse che oltreoceano si è espanso, nella filiera degli ascoltatori alt.folk, e che ha partorito un tour di due mesi coast to coast, ancora in corso e finora inedito alla massa delle cose italiche. La fibra valoriale della band, già di spessore nel considerarne il disco-oggetto, assume un’impennata nelle intense esibizioni live, dove il significato di prolungare i suoni anche a notte fonda –com’è successo- si accompagna alla crescita interpretativa dei singoli elementi, abili nel coinvolgere l’uditorio in performance mantriche e cerebrali. La lingua inglese, a quel punto, cessa di essere un elemento determinante: è la resa d’insieme a catalizzare l’attenzione, è la qualità media (i musicisti vantano esperienze capitali con Massimo Volume e ¾ Had Been Eliminated) a porli alla testa di un movimento, quello di chi si rapporta all’humus-per così dire, che in Italia ancora deve svilupparsi ma che ha lanciato avvisaglie (Ronin) del tutto degne di una tale ribalta internazionale.
Ad affiancare i Franklin Delano nella scalata agli Stati Uniti sono i padovani Jennifer Gentle (sempre BU#81), approdati all’istituzione SubPop -un nome che mette i brividi solo a pensarci, se si ha come punto di partenza la pianura veneta- per diffondere la propria versione dei tardi Sessanta lisergici, fra Syd Barret e ultimi Beatles, a nord della fruibilità e a sud, comunque, della follia. Marco Fasolo e Alessio Gastaldello non hanno dovuto sottostare a nessuna deviazione artistica rispetto ai loro esordi, anzi con “Valende” hanno coerentemente affermato la validità del loro percorso fino, appunto, ad avere come colleghi di catalogo Low, Iron & Wine e Shins. Vocalizzi e cantilene su sferraglianti macchine a motore umano, una mitologia sinistra e senza tempo fra naivetés assortite: questo dovranno attendersi le platee del Nord America, che li stanno accogliendo in questi giorni. Terminato il tour canadese, la rotta sarà quella del Vecchio Continente.
Dove incroceranno destini e sale d’attesa aeroportuali con altre due concrete forze d’urto italiane, i collaudati Yuppie Flu e gli esordienti …A Toys Orchestra. Laddove i marchigiani, da poco in commercio con “Toast Masters” (BU#83) uscito come sempre per Homesleep, lavorano di sottrazione per arrivare alla perfetta canzone pop tralasciando i confini superati con le precedenti prove (il fantasma elettroacustico aleggiava nella precedente release, nel mentre l’impatto live si manteneva vigoroso), ormai possono dirsi dei veterani dei palcoscenici europei, grazie non solo alle proprie riconosciute doti di facitori di canzoni, ma anche a un fior di distribuzione internazionale –la stessa di cui hanno goduto anche i compagni di etichetta Giardini Di Mirò- e con l’ultima fatica costituiscono una gradita e attesa conferma ai vertici, i giovani campani devono alle proprie forze (e va da sé a quelle di Urtovox che li ha lanciati) il salto di qualità e di ambiente che potrebbe stupire, per esempio, il pubblico esigente dell’Europa centrale. “Cuckoo boohoo” è assolutamente un lavoro di respiro internazionale, spaziando come fa dal soft noise alla maniera blondereadhiana a perle slow come Hengie queen of the border line. L’attitudine non manca, il physique du role neppure, un riscontro positivo di tutte queste esperienze sarà un ottimo segnale per chi agisce dal basso anche partendo da uno stato (minuscola o maiuscola è lo stesso) che indiscutibilmente è ancora incasellato nelle retrovie del ranking.
Dove le prospettive sono in fermento, ed è stupefacente se non si voglia considerare le offerte più commerciali del presente e del passato che vanno sotto il nome di ItaloDisco, è nel composito panorama dei progetti lato sensu “dance”. In diverse direzioni, con diversi supporti e indirizzati a differenti tipologie di fruizione, l’ultimo anno ha lasciato impressi i nomi di Scuola Furano, Megahertz e ora Populous. I due friulani Borut Viola e Marco Busolini, powered da quella Riotmaker che ha tra le sue file anche gli interessantissimi post-hiphoppers Amari, possono ben dirsi la risposta italiana ai Go!Team: nelle loro corde, meglio nelle loro scatole magiche, una solida cultura cartoonistica e il possesso delle migliori tecniche di cut’n’paste. Unite a uno spirito easy e dissacrante, il loro omonimo parto non concede requie un minuto, a metà strada tra “Holiday Rap” e gli Avalanches. Scusate se è poco… Ad altri requisiti risponde invece Megahertz, cioè il padovano Daniele Dupuis, altrove affaccendato -suona gli electronics per Morgan- e pure in grado di trovare il tempo per editare (Mescal, BU#79) “Estetica”, compendio elettropop pregno di stimoli, dal retrofuturismo di scuola Air ai bassi pulsanti delle sale da ballo, passando per padri nobili e piccole storie private. Senza toccare un solo ‘midi’ Dupuis fa propria l’etica dell’uomo-macchina e la aggiorna con risultati pop sbalorditivi. Dal Salento invece il secondo episodio della carriera di Andrea Mangia, aka Populous, primo italiano a finire sotto contratto con Herr Thomas Morr (quando la qual cosa costituiva un non plus ultra di coolness), avendone sedotto l’omonima etichetta, latrice come nessun’altra nella modernità di un sound riconoscibile marchio di fabbrica, con una dosata miscela di glitches e hip hop new school. Il nuovo “Queue for love” (BU#83) lo vede sempre ai cursori, e incentiva la sua attitudine ‘stradaiola’ avvalendosi di una collaborazione nel genere prestigiosa come Doseone dei cLOUDDEAD, trovando al contempo nuovi sbocchi nell’indietronica ibridata dal postrock.
Discorso a parte fa il ritorno -su Mescal- dei torinesi Perturbazione, che con “Canzoni allo specchio” (BU#82) rinverdiscono il sacro legame fra canzone d’autore e maneggevolezza pop, riscontrabile solo in nazioni di saldo retroterra, e donano con Se mi scrivi il potenziale singolone dell’anno, non dimenticando di dare il meglio di sé in ponderati affreschi intimisti (La fine di qualcosa): per loro è già tempo di parlare di definitiva consacrazione, con possibilità ancora tutte da esplorare sia nel versante strettamente artistico che in quello pragmaticamente “mercantile”: forse che un’intera generazione più adulta ha trovato i beniamini perduti?
E intanto sulla rampa si vedono le capsule di altri partecipanti qualificati a questo grande gioco della next big thing: Aidoru, per esempio. La pirotecnica Snowdonia è levatrice del loro “13 Piccoli singoli radiofonici” (BU#80), accattivanti composizioni che vanno a braccetto con la sperimentazione del jazz, con la fantasia dell’infanzia, con la tradizione italiana, implacabile nello spuntare dalla finestra. Il lavoro di Aiuola Records con Non Voglio Che Clara (BU#81) e Artemoltobuffa (BU#80), due opere di cristallina eccellenza. E Mariposa, il cui “Pròffiti now!” (BU#81) per i tipi di Trovarobato delinea nei testi e nei suoni il percorso di una extravaganza in libera uscita da tutte le forme anche di (auto)promozione, regalando sprazzi di divertimento intelligente che non fanno mai dimenticare che di musica e di canzoni si tratta. L’avamposto di quel che verrà, magari.
Queste solo le punte, e neanche tutte, di un iceberg che lentamente sta raggiungendo il mare aperto. Nel corso del 2005 se ne accoderanno altre (Baustelle e Numero6 fra le più attese): ci sarà tempo e modo per tornare su di loro, e scoprirne di ulteriori…
posted by Enver 12:56 PM
ITALIAN RENAISSANCE
Nella congiuntura meno favorevole del mercato musicale emerge con forza una classe di produzioni nazionali varia e qualificata, fra autorevoli conferme e debutti brillanti. A partire dagli Offlaga Disco Pax, che ci hanno davvero preso. Tutto. Il resto è governance…
(Blow Up # 84 - maggio 2005)
L’allunaggio degli Offlaga Disco Pax nel terreno ipertrofico e sotto sotto ancora pionieristico dell’indiependenza italiana è paragonabile solo al primo volo di Laika, di Gagarin o di Valentina Tereshkova. Giusto un anno fa conquistavano qualche colonna con il trionfo al Rock Contest fiorentino, e poi l’ascesa quotidiana e inesorabile. Era la prima volta.
Offlaga Disco Pax hanno vinto fra tanti candidati –forse troppi e parimenti autoreferenziali da far tenerezza, si è detto- le primarie dell’ascolto grazie a Robespierre, che come la citazione stessa suggerisce è stata una rivoluzione, un cavallo di Troia dentro le coscienze: ‘come eravamo’ in chiave p-funk, trivial pursuit che ha sbaragliato per prime le avanguardie del web, le più aggiornate e però lo stesso prive di difesa (cfr. quanto detto da Jonathan Coe a proposito degli High Llamas) e costrette a inseguire. Robespierre fa tutto da sola, basta premere play per azionare il meccanismo che ha portato un di quegli operatori a parlare di “forza di gravità incredibile esercitata nei confronti dell’ascoltatore. O si viene risucchiati dentro al gioco, o si è fuori”.
Il “Socialismo Tascabile” (BU#82) scavalca a sinistra generi e temi, adunando a sé i cori russi (nel valzer postmoderno di Khmer rossa), la musica finto (post)rock –Piccola Pietroburgo, col moog di “Momenti di gloria”- la new wave italiana (Kappler, sorella di culla dei Nouvelle Vague: Max Collini come Marc Collin), il free speech e, con Cinnamon, anche il (post)punk inglese. Affinità stilistiche portano a divergere dai nomi più facili (il pacioso declamatore del 2005 è sensibilmente lontano dalla ieraticità di Lindo Ferretti e pure dall’austera drammaturgia di Mimì Clementi), per indirizzarsi verso una coalizione di sagaci ‘disturbatori’ clandestini quale può essere Ass Cult Press, o basti pensare all’ultimo lavoro di Lello Voce, per restare nel settore dello spoken word; mentre è nelle cose la parentela sonora con Dario Parisini e l’elettropolitica industriale dei fu Disciplinatha. Il tutto in nuance noir, dimostrando di avere dimestichezza tanto nella canzone d’amore neuromantica, pesante e sui generis come De Fonseca quanto nel groove riempipista di Enver, che fa il verso a El Guapo o Supersystem come li si voglia chiamare.
Tutto funziona come quando ammiravamo in labile eurovisione notturna le partite dell’URSS di Lobanovski: dopo l’inno nazionale ogni elemento è già al suo posto, siano le rasoiate mancine di Daniele Carretti, la regia paleotronica di Enrico Fontanelli e, davanti, l’ariete genialoide di cui sopra. Quello Tascabile è il socialismo dove si è realizzato, a Reggio nell’Emilia: gli ODP non sono eretici ma ortodossi, e prima dei concerti si prodigano ancora nella diffusione ‘domenicale’ di testi nei quali compare, inedita, anche la sigla I.A.C.P. …
Goodbye, Piazza Lenin: Offlaga si pone l’obiettivo del governo. Inutile chiedere lumi sul passato, sul nome stesso che si sono scelti, o su certi episodi narrati… è sufficiente incontrarli, i tre reggiani, per assicurarsi che esistono davvero.
Emerge senza troppe difficoltà interpretative quanto, sia sul piano testuale che della strumentazione e dei suoni, si miri da parte vostra a recuperare una realtà più o meno di venti, venticinque anni fa. Si stava meglio quando si stava peggio?
Daniele: Direi che musicalmente sotto molti punti di vista si stava meglio. Ci si proietta poi verso un futuro che a volte riesce a mantenere viva una buona continuità.
Enrico: O si stava addirittura meglio quando non si era ancora nati... almeno a giudicare dalle carte d'identità mia e di Daniele. Che venga o meno recepito un disegno preciso dall'esterno, da parte nostra non c'è mai stata alcuna malizia progettuale. Il passato è già ieri come venti anni fa può essere oggi.
Max: Una tua collega ha scritto una frase perfetta nella sua sintesi: "gli anni ottanta con cui gli Offlaga ci raccontano il presente". Anche se non so se la nostra ambizione è descrivere il presente, di cui comunque diamo un resoconto molto personale. Io sto benino anche nell'oggi, pur rimandando eternamente la presa d'atto che Enrico Berlinguer è morto, che Kurt Cobain è morto, che Elliott Smith è morto e che anche la Corea del Nord e il suo comunismo dinastico non stanno troppo bene. Ogni sera davanti al Tg3 mi scende una lacrima Bianca come il volto diafano della figlia di Enrico.
Vi definite "collettivo neosensibilista". Cosa significa, in concreto, questa formulazione?
Max: "Collettivo" perché siamo un gruppo, o almeno cerchiamo di esserlo. Ad Offlaga non trovereste il vostro Leonida Breznev né nel sottoscritto, né nei sorrisi beffardi di Daniele mentre traffica con l'ennesimo pedalino della chitarra né nei composti deliri grafici e musicali di Enrico. Siamo noi tre e a ciascuno secondo i suoi bisogni. "Neosensibilista" perché tentiamo di rendere peculiare la nostra interiorità. Stiamo lavorando su un nuovo brano che cerca di spiegare il nostro modo di essere sensibili.
Siete stati adottati repentinamente dagli utenti del web, già prima della produzione del disco, attraverso la circolazione "carbonara" di tracce live. Voi stessi aggiornate un blog, strumento interattivo per definizione. Secondo voi cos'è stato a colpire da subito il popolo on-line? Un hit tagliagambe come Robespierre o forse c'era un vuoto da riempire?
Max: Di Robespierre (il brano, non il rivoluzionario) è difficile dire che somiglia a quella canzone lì o a quella là. Parla al cuore e allo stomaco più che al cervello. Altro non saprei spiegare. Credo che l'attenzione che ci ha riservato la rete sia semplicemente dovuta ad un effetto sorpresa perchè siamo una cosa molto diversa da ciò che si sente di solito e per questo non siamo passati inosservati. In rete era l'unico posto dove era possibile sentirci, concerti a parte. Ora qualcuno ci conosce anche via radio, via negozio di dischi, via masterizzazione. Sono tutti benvenuti e invitati ai nostri prossimi concerti.
Daniele: Si potrebbe pensare che c’era un vuoto da riempire ma la casualità e la velocità con cui tutto è avvenuto ci lascia ugualmente ancora senza parole. La rete sicuramente ha velocizzato il passaparola e ci ha portato verso un pubblico molto più vasto e "Robespierre" ha fatto il suo dovere in questo senso.
Max, continui a scrivere vorticosamente dei brevi racconti. Quali sono i tuoi ritmi, e quanta parte di queste stesure trova poi uno sbocco musicale? Dopo lo sviluppo di Offlaga Disco Pax, hai consapevolmente mutato il processo con cui scrivi in virtù di una maggiore musicalità metrica?
In realtà scrivo poco, circa quaranta racconti in quattro anni. Cento cartelle in tutto.
Non scrivo mai pensando al gruppo, nemmeno adesso che la cosa dovrebbe preoccuparmi di più. In generale il lavoro per gli ODP avviene dopo, quando il testo esiste già ed è piaciuto anche a Daniele ed Enrico. Viene riletto a posteriori, magari accorciando e rielaborando e adattando alle esigenze musicali. Non credo sarebbe un metodo efficace mettersi davanti allo schermo e dire: "ok, adesso scrivo un testo per gli Offlaga".
E' agevole trovare ogni volta dei suoni adatti a sostenere testi così declamati e incombenti? Per esempio, l'attitudine shoegaze in Italia si può dire non ci sia mai praticamente stata, voi siete i primi, differiti di quindici anni...
Daniele: Le musiche vengono "prodotte" dalla strumentazione che abbiamo a disposizione, in maniera molto naturale, da intuizioni iniziali o da idee precedenti. In molti casi siamo riusciti a trovare un ottimo equilibrio tra le parti e le musiche si sono adattate in maniera ottimale ai testi e al declamato di Max. Per quanto riguarda l'attitudine shoegaze essa è dovuta ai nostri trascorsi sia da ascoltatori che da musicisti e i 15 anni sono il tempo che ci ha visto crescere per arrivare fino a quel risultato.
Enrico: “Shoegazin’ is not a crime” sulla chitarra di Jukka Reverberi, no? Che nessuno si sia azzardato in Italia nel frattempo a mettere in fila cinque delay sulla chitarra è tutto da dimostrare. Almeno da queste parti è consuetudine. Diciamo che le scarpe nel nostro caso si guardano anche suonando un sintetizzatore. Riguardo la facilità di interpretazione e
l' interazione tra musica e testo non ci siamo mai trovati in grandi difficoltà durante la stesura forse grazie anche all'assoluta mancanza di pressione, all'insegna del "facciamo quello che vogliamo, che vi piaccia o meno".
E' curioso nel vostro immaginario l'affacciarsi di icone spicciole, uomini e donne comuni conosciuti di persona, come musicisti indie, professori e catechisti. Si può dire che con voi il privato torna ad essere "politico"?
Max: Direi "il privato che fa i conti col politico" più che "il privato è politico". L'idea del Socialismo Tascabile è anche un po' questa: storie minime e marginali che cozzano coi massimi sistemi e riescono a conviverci nonostante tutto.
Anche gli oggetti assumono importanza centrale. Oltre a costruire su di loro i pezzi, dal vivo li lanciate sugli spettatori: quanto c'è di reminiscenza punk e di situazionismo, del famoso concerto degli Skiantos nel '79 a Bologna?
Max: Lanciamo alle volte merci di (non) largo consumo "al" pubblico, non "sul" pubblico.
Sono materializzazioni che vengono fuori direttamente dalle storie che raccontiamo.
Non siamo provocatori, né performer. La scelta degli oggetti è simbolica, gli oggetti e le merci sono simboli. Tutto qui. Non avrei motivo di provocare il pubblico con frasi offensive o provocatorie, non sarebbe nel nostro stile. Siamo alle volte ironici e spesso citazionisti col gusto del surreale, ma non demenziali. Curioso essere paragonati a gruppi come CCCP e Massimo Volume (progetti molto seri, epocali e poco inclini a non prendersi sul serio) e contemporaneamente a quella fiera della “cazzata di talento” chiamata Skiantos.
Offlaga Disco Pax è un progetto complessivo che si sostiene anche su forti segnali comunicativi e grafici: ogni esibizione e manifesto porta un numero di serie. Serve a identificare ciascuna singola esperienza come irripetibile?
Enrico: L'idea di numerare nasce da subito, senza troppi ma e perché, e nell'impossibilità di immaginare che saremmo arrivati fino ad un numero 68 di questo genere. Numerare col tempo si fa nominare, ma ha anche a che fare con la spazialità temporale e con un'idea di ordine che può passare dal burocratico all'interno, al cronologico se recepito in senso storico, al feticista per chi ci segue e non vuol perdersi nemmeno un numero.
Daniele: Vista la serialità con cui ormai (quasi) tutto ci viene presentato è bello poter pensare che ci possano ancora essere esperienze irripetibili. Ogni concerto comunque risulta diverso, sia per il pubblico che per le emozioni.
La vostra uscita si inserisce in una primavera florida per il panorama indipendente italiano. Eppure persiste un atavico atteggiamento di sufficienza nel considerare le produzioni nazionali, tanto nella distribuzione (carente in certe zone) e nella promozione, quanto nella stessa opinione del rocker medio. Pare che agli stranieri, soprattutto anglofoni, vengano concessi in Italia sconti di credito non replicati per i nostri - specie quando esordienti - senza reciprocità né lungimiranza. Vi ritrovate in questi concetti?
Enrico: E' palese a partire dal fatto che il termine di paragone per una produzione nostrana risieda sempre all'estero. Se a noi capita di venire associati a gruppi nazionali è solo per l'uso della lingua italiana, non di certo per la musica. Chiunque parta da una scelta di genere votata all'emulazione che sia anche solo nell'uso della lingua anglosassone si troverà sempre a dover competere con le produzioni estere che per qualità, originalità e nella promozione superano molto spesso le nostre. Figuriamoci cosa accada nell'ascoltatore medio trovandosi a scegliere tra un album dei Godspeed e, che ne so, uno dei Giardini Di Mirò. Potrà pensare con orgoglio "in Italia non siamo da meno", ma sotto sotto rimarrà sempre un senso di inferiorità, di frustrazione, a prescindere dal reale scarto qualitativo tra i due.
Daniele: L'avanzamento delle produzioni musicali in Italia, soprattutto indie, degli ultimi anni è stato incredibile. Tantissimi gruppi riescono a immettersi sul "mercato" e il controllo qualitativo è sempre meno in una situazione ormai satura. L'ascoltatore medio non riesce a permettersi l'acquisto di tutto quello che gli piace, visti anche i costi dei cd, e si rifugia nel download via internet. Molti preferiscono "spendere" per chi fornisce una "garanzia" di continuità. L'esordiente italiano purtroppo non fornisce la quantità giusta di garanzie per riuscire ad avere la meglio in un mercato sempre più mediatico e, per come la vedo io, sempre meno legato all'ascolto.
posted by Enver 12:55 PM
BRAZZAVILLE
Hastings Street – CD Soyuz – 15t – 49:12
(Blow Up # 86/87 - luglio/agosto 2005)
A distanza di pochi mesi dalla prima antologia (BU#80) gli infaticabili Brazzaville, cosmopoliti di stanza a Barcellona, danno alla luce una nuova raccolta -questa volta per la russa Soyuz- nella quale seguitano a riverberare attenzioni concentrate sulla quotidianità dei nuovi ultimi. Lo stesso frontman David Brown ha un passato da homeless, e la sua ispirazione ha trovato ascolto stabile nella fertile scena della città catalana, con musicisti eclettici e capaci di far coesistere vari aspetti di eleganza neoclassica. Stato ormai raro nel pop, lo snodo sono i contenuti: talmente pregni di valori da rivelarsi in un manifesto; unendo i puntini dei likes and dislikes (fra i primi, ‘le persone anziane, le prime ore del mattino, i compagni di lavanderia’; fra i secondi, ‘Mtv, il liberismo, il culto della non-morte’… le cose che piacciono sono il doppio di quelle che dispiacciono, e questo è un segno) si ottiene una visione d’insieme, di cui la resa sonora è solo un precipitato. Hastings Street è la via più malfamata di Vancouver, i protagonisti sono i personaggi di De André, la donna di strada come l’ubriacone, la fan del britpop di famiglia povera che sogna la fuga nei luoghi del suo mito (Londres) e la globalizzazione vista con gli occhi di un immigrato africano (Lagos slums). Se la voce di Brown ricorda il delicato riflusso di Mantler e l’incanto sofisticato di David Kitt, il paesaggio oscilla tra i Divine Comedy meno sfavillanti e una sorta di Cousteau in minore, per una parola d’ordine informante che si chiama Dignità. (7/8)
posted by Enver 12:55 PM
MR60
Mistasista from outta space – CD BSBTA/Marsiglia – 10t 26:19
(Blow Up # 84 - maggio 2005)
Con un titolo così combinato avrebbero potuto essere l’ennesima supernova del ghetto, e invece sono tre virgulti del profondo Trevisoshire, che alle cadenze hip prediligono il cesello acustico, il soffio folkpop, il fuoco di un camino che crepita. Difficile trovare nella giovane opera dei Mr60 affreschi di lunga durata: piuttosto schegge volatili, loop trascinati con studiata pigrizia, battiti di mani, frasi smozzicate, bassissima fedeltà, giocattoli, impalpabile portata-di-mano, l’essenza della tweeness come ci viene impartita dall’altrove. Da un momento all’altro potrebbero smettere di suonare e sedersi, riprendere per un mezzo minuto di folgorante ispirazione, per poi iniziare da capo con un altro pezzo incrociando una tastierina a mano, il frullo di un passero, un ragazzo che fischietta e batte il tempo col piede, uno sterrato calpestato da ben pochi passi. Ecco, questa è musica per pochi passi, da percorrere piano, e fermandosi pure, ché il vento ha appena parlato e portato con sé una nota distante, che vola alta e scende bassa con occhi sofferenti e tremoli, come chi è stanco del mondo là fuori, the outer space. Più America che Europa, comunque. Take care of the alligators, when you go to Florida, man: più lungo il titolo che non il pezzo… nostalgia rurale a pieni polmoni, e l’aria che resta inespressa reclama pari trasporto. Che per produrli si sia mossa una label danese come Bloated Sasquatch Beer Theatre Audio (e, per un altro progetto, una syndication olandese e boema) deve suonare di colpa alle dirimpettaie nazionali. Non si “toppa” così un gruppo del genere. (7/8)
posted by Enver 12:54 PM
BRIGHT EYES + RILO KILEY
Transilvania, Milano, 6 marzo (Blow Up # 84 - maggio 2005)
Quasi un incontro al vertice dell’indie statunitense quello avutosi nell’inusuale cornice gotica del locale milanese: dapprima –in orario estremamente anticipato, come consuetudine di zona- la minuta bionda vocalist, coinvolgente e divertita, in un pulito aperitivo folkrock; poi il genietto di Omaha per la sua unica data italiana nell’anno della definitiva consacrazione presso un pubblico un po’ più vasto che prima. Le tende rosse inquadravano una band nutrita e concentrata, piena di chitarre di ricambio, sulla quale svettava il nerovestito Conor Oberst, frangetta d’ordinanza e tanta voglia di mostrare anche sul palco il suo sbalorditivo talento di musicista e gigione. Operazione che può dirsi riuscita, perché dalle prime note di At the bottom of everything la gioia del suonare diventa palpabile, al pari delle qualità compositive, e si esplicita nei toni da istrione consapevole di sé. Il recente “I’m wide awake, it’s morning” viene saccheggiato per oltre la metà, mentre l’altra release “Digital ash in a digital urn” è comprensibilmente tralasciata nella scaletta per garantire uniformità e compattezza a un set tenuto splendidamente alto dalla voce di Conor che giganteggia nei primi quattro episodi, al termine dei quali si concede un previsto intermezzo acustico culminante nella celebrata Lua, quasi un sussurro distillato, per poi riprendere vigore e brillantezza sul finire e con i bis: una Bowl of oranges svisata texmex e True Blue (una delle b-side del singolo Lua) che lo accomuna a Badly Drawn Boy ai vertici del songwriting degli anni Duemila. Perché, parafrasando Croce, non possiamo non dirci beatlesiani.
posted by Enver 12:53 PM
TO_POTLACH – CD Ilcielosutorino.org/Loser – 14t 55:52
(Blow Up # 83 - aprile 2005)
Ogni tanto la musica dà ancora l’impressione di unire le persone e le storie, funzione della quale un tempo veniva sovente accreditata. Succede a Torino, una delle scene più feconde d’Italia fin dagli anni Settanta. E allo scopo contribuisce in maniera calibrata questo ‘reciproco tributo’ che vede la luce dopo un anno di lavoro grazie all’iniziativa di Enzo Palatella de ilcielosutorino.org e Andrea ‘Loser’ Girolami. Uno scambio -così si spiega il titolo, mutuato dal tradizionale evento rituale dei nativi americani- nato quindi(e) dal web e dalla radio, cui si sono prestati nomi noti e del sottobosco cittadino, con risultati nel complesso apprezzabili. Punte di rilievo, la riscoperta del cantautore scomodo Enzo Maolucci (Torino che non è New York) ad opera dei Figli Di Guttuso, e la conferma della classe di Stefano Giaccone nel rivedere i Mirafiori Kidz. Notevole la versione posata che Mao offre del classico antagonista Gridalo forte già dei Fratelli di Soledad, mentre tra le sorprese stanno l’elettropop da cameretta dei Too-Tiki e i curiosi esperimenti perfezionati sulle tracce di Subsonica, Perturbazione e Rita Pavone(!). Un riuscito abbraccio intergenerazionale. (7)
posted by Enver 12:53 PM
GRIMOON
Demoduff#1 – CD Macaco Records – 8t 26:02 (Blow Up # 83 - aprile 2005)
Interessante opera prima di un combo eterogeneo per formazione ed esperienze, che ha saputo costruire un quadro composito di canzoni e immagini ad accompagnarle nelle performances live. In questo fondamentale l’apporto della brètone Solenn Le Marchand, che rende suggestivo l’intreccio di voci -lui è Alberto Stevanato- nella sua madrelingua e in italiano. Disco decisamente notturno, anzi: di quell’ora precisa in cui chiudono i bistrot e le luci si spengono ad una ad una, “Demoduff#1” rivela una discreta contiguità con gli stilemi tipici della recente scuola mestrina (GoodMorningBoy, primi Elle), ovvero un’attitudine artish che guarda al Belgio, non disdegna il low fi e nemmeno l’apporto di archi e fisarmoniche, a impreziosire liriche come La tète dans les parapluies o I’m looking for Paris, dall’intro assai cinematica; mentre Marghera assume toni più rarefatti, quasi una canzone post-, e Due di notte rivisita in meglio un testo dei compagni di (auto)produzione Libra. Le prove sostenute dentro un pollaio hanno sì avvezzato le galline ad altri orari ed altri ritmi, ma soprattutto affinato un progetto obliquo fra i migliori nella terraferma veneziana. (7)
posted by Enver 12:52 PM
HAMMOCK
Kenotic – CD Blue Raft Music/Celestial Sphere – 16t 70:43
(Blow Up # 83 - aprile 2005)
L’eresia è tra noi: editare nel 2005 un monumento mesmerico da settanta minuti con l’intento non celato di far soffermare le persone all’ascolto, combattendo allo stesso tempo contro lo stereotipo che vuole la musica strumentale oggetto di mero sottofondo alle altre attività, è da visionari, da snob o da Hammock. Latori di propositi audacemente controculturali, i due produttori del Tennessee sfoderano una prova di debutto che rifugge dallo space rock, così schematico (anche se affiora una qual monotonia del climax), e pure non può sempre dirsi rarefatta come quei Sigur Ròs che restano il selenite di paragone meno distante. Di abbordabile c’è veramente poco (la liquida titletrack, Wish e i vocalizzi di Blankets of night), di potenzialmente modaiolo ancor meno: a meno che tutti assieme non si decida che inquietanti rifrazioni in divenire lo possano essere, alla faccia della sbornia da ottimismo che si percepisce in giro. Il paradigma sta in You may emerge from this more dead than alive: acidi drones di violoncello atti a sigillare la sobria cerimonia di chiusura di una base antartica, sul far della sera. “Mi sento come un fantasma, sembro un fantasma, vivo fra fantasmi. I resti di uno scheletro con l’anima di un fantasma, aspettando di poter prendere l’ultimo treno, fuori di qua…” (7/8)
posted by Enver 12:51 PM
THE RADIO DEPT.
Estragon, Bologna, 9 febbraio 2005 (Blow Up # 83 - aprile 2005)
Forse non bisogna addensare aspettative troppo elevate attorno a un concerto: il ritorno dei Radio Dept. in Italia, a nove mesi di distanza dai fasti catartici della scorsa primavera, non è stato così trionfale come l’accresciuta visibilità mondiale e la familiarità raggiunta fra il grosso del pubblico italiano di genere poteva far presagire. In prima battuta la motivazione è da addebitarsi all’improvviso cambio di line up, con la bionda bassista Kim Sjolander che abbandona il tour nel suo mezzo, costringendo il disarmato terzetto a rivoluzionare la sezione ritmica rendendola completamente meccanica con l’ausilio di un notebook, e conseguente preponderanza acquisita live dagli strumenti sintetici (le basi parevano incollate l’una all’altra); secondariamente, la strada intrapresa col recente ep “This past week” allontana i giovani di Malmoe dalle plaghe del dream-pop e li trascina spediti all’incrocio tra un’indietronica ormai classica e sonorità tipiche del mainstream 80 -Pet Shop Boys, New Order. Dopo l’apertura dei dimenticabili Skippop, spazio alle undici tracce venute dal nord, che solo a sprazzi (la scalata sonica di Why won’t you talk about it?, il passo cadenzato di 1995, la dolcezza scolastica del bis che pareva non avere coda) confermano tutto il buono che si pensa di questa band, assai convincente su disco, meno sul palco. Il tempo per affermarsi anche in questa dimensione, una volta risoltisi a disporre ancora di un basso suonato, non manca di certo. E noi perfezionisti plaudiremo senza riserve…
posted by Enver 12:50 PM
BIRD
The insides – CD Ice Cream Records / Audioglobe – 10t 38:33
(Blow Up # 82 - marzo 2005)
Spinta da un discreto traino di critica in casa, arriva anche in Italia questo uccellino londinese dalla voce esile e pulita, controcanto ad un affascinante aspetto angelico che troneggia anche in copertina. Janie Price, rodatasi da violoncellista (strumento che suona anche nelle esibizioni live) prima di un fugace passaggio come batterista punk (!), non è che l’ennesima interprete delle proprie canzoni, che scorrono –queste ultime- come acqua fresca. E non sempre si ha bisogno di bere. Un retrogusto malinconico e la scrittura portata a termine nel buen retiro islandese la avvicinerebbero in astratto, oltre che alla neoesplosa Polly Paulusma, all’ultima Emiliana Torrini, dalla quale però nei fatti la divide una cifra considerevole in quanto a fondamentali dell’infondere una qualche comunicazione; più che altro, per i tentativi vocali e l’uso degli archi, Bird appare generata da Tori Amos un po’ dappertutto nel disco, sia nell’episodio migliore (Love songs on the radio) che in quelli di più imbarazzante manierismo (Runaway). Non è un’opera negativa, quanto piuttosto anonima. Va sì detto che la produzione è impeccabile e il compitino ben settato e ordinato, ma si dà il caso che qua si perda la testa solo per le prime della classe… (6)
posted by Enver 12:50 PM
SKINNY LEGS
October 1st – CD Recycled Music – 10t 25:42
VANCOUVER
Great news from the foggy town – CD Recycled Music – 6t 29:37
(Blow Up # 82 - marzo 2005)
Piccole etichette crescono: la bassa parmigiana è terreno fertile per sensibilità musicali spiccate e deviate. Recycled sa vedere avanti e… indietro: ha compilato anche una serie di brani originariamente inseriti in dischi o progetti che non hanno mai visto la luce (si chiama “Musica morta”, giuro che è vero). E soprattutto concede fiducia a queste due interessanti realtà in divenire.
Le liriche in erba di Francesco Scotognella si aggiungono al portato ludico di due dei Pecksniff, Stefano Poletti e Simone Sommi, per confezionare col moniker Skinny Legs piccoli affreschi pop, come lallazioni di infanti puntigliosi alle prese col das. We won’t sleep tonight sporca una bossanova indolente sulla scia dei Kings Of Convenience di Misread, mentre la riflessiva Contact crea una cantilena accostabile al ‘tema’ di Sean Lennon, e Sunday è un carillon geneticamente modificato. Filastrocche lo-fi spensierate e autodivertite (non necessariamente gioiose), roba di un minuto: l’Emilia, si sa, serba gli asili migliori d’Italia anche per bimbi cresciuti. (7)
Vancouver invece costituisce un trait d’union fra concetti decisamente eterogenei quali il post-rock strumentale e il pop inglese felicemente schiavo della forma-canzone: il risultato è limpidamente godibile, tanto negli episodi segnati dal cantato agrodolce di Alain Marenghi (la complessa The poser, the lovers and the poet e la brumosa Lemon club: Noel Gallagher che canta nei Mogwai!), quanto nelle suites tirate per cuori scoperti –su tutte Ian Ziering Curling Club, il cui titolo spassoso e citazionista non la dice tutta sulle esplosioni nel cielo che vi si rincorrono. Forse una delle possibili vie d’uscita successive a quello che chiamavamo post-rock, indolore senza fagocitare il fenomeno stesso. (7)
posted by Enver 12:49 PM
IRON AND WINE
Woman king – CD Sub Pop – 6t 24:14 (Blow Up # 83 - aprile 2005)
Con quella barba un po’ così e quell’espressione un po’ così Sam Beam non è più un mistero per nessuno. La consacrazione di “Our Endless Numbered Days” ne ha fatto suo malgrado un nome popolare, se non una star. Ma se questo ep esce, ora, non è per battere il ferro fin che è caldo, come un instant movie o una comparsata televisiva: il cambio di prospettiva sonora anche rispetto al lavoro che giusto un anno fa si celebrava è sufficientemente importante da richiedere un’uscita particolare.
E “Woman king” peculiare è, a cominciare dal leitmotiv femminile –non è un concept album, ma poco ci manca- per intendersi come la prima raccolta di illuminazioni di Iron And Wine ad avvalersi di pianoforte, violino e chitarra elettrica. Naturale che questi strumenti aggiuntivi si installino nella immutata struttura compositiva come una fotografia che nello stamparsi si fa nitida: i particolari che ora emergono assicurano maggior corpo, non traviazione.
Pezzi come In my lady’s house (filettata dalle note del piano) o Grey stables possono infatti definirsi pop solo in senso lato. Il resto lo fa la voce melodiosa di Sam, occasionalmente doppiato dalla sorella Sarah per rendere come su un palcoscenico di teatro le eroine bibliche cantate come epigoni di donna: Jezebel e la Lilith di Evening on the ground, epica e tardo-cashiana nel riprodursi in oscurità. Fra cent’anni e poi altri cento, un giorno vedremo una donna re: il che è diverso da ‘consorte’, sembra dire la slide di Pat McKinney che caratterizza la title-track; mentre il suo banjo devoto al blues determina l’evoluzione di Freedom hangs like heaven, praticamente una Desert Session all’alba, coi resti della cena ranchera ancora sparpagliati per la prateria. I cavalli ferrati che scalpitano al termine di questa traccia portano in groppa un uomo che ha saputo scegliere il momento opportuno per lasciare il suo impiego: a differenza di tanti che si sono sùbito sentiti arrivati, Beam solo dopo anni di produzioni ha rinunciato alla cattedra per tenersi il ferro e il vino. Anche solo per questo fatto concludente, merita che si faccia il tifo per lui. (8)
posted by Enver 12:48 PM
FRANKLIN DELANO
Like a smoking gun in front of me – CD Madcap/File 13 – 10t 62:43
(Blow Up # 81 - febbraio 2005)
C’è un inciso che più di altri inchioda il mondo-Dèlano: “And if you taste the earth below / and if you chew that blade of grass / and if you lick that dust on the floor / You'll find they taste like my skin” (da Please remember me). La rilassata pigrizia vocale di Paolo Iocca dice che la distesa a perdifiato non è pacificata come altre campagne, ma serba stille noir e inquietudine mai risolta: è musica degli elementi, interazioni di faville nell’aria. E se altrove la materia folk continua a perseguire una strada fin troppo battuta, statica, il combo italiano ne offre un’interpretazione tanto contaminata quanto maiuscola. Accostati fin dai princìpi ai Califone, i bolognesi hanno finito col post-produrre questo esame di maturità nella Chicago delle loro influenze, coinvolgendo Tim Rutili e altri session men sotto il missaggio scrupoloso di Brian Deck (già dietro i solchi di Modest Mouse e Iron&Wine). Ne è uscito un lavoro che ha dello stuporoso, se si considera calato nuovamente nella scena italiana. C’è da sentirsi infatti disorientati a promuoverlo come tricolore non riconoscendolo tale, ascrivendogli ad esempio la storicamente sottovalutata alta qualità di musicisti connazionali –le due first ladies Marcella Riccardi e Vittoria Burattini hanno condiviso l’esperienza Massimo Volume. E’ quindi comprensibile che ci siano arrivati prima gli americani, per esempio quei maestosi Okkervil River dei quali possono essere considerati risposta, e che hanno avuto di che strabiliarsi durante il comune tour precedente. Il mantra finale di All your body broken clues, virato noise, sta a uno degli opposti; il vicolo cieco di Call it a day all’altro capo. Tanto il primo apre, quanto il secondo risolve la possibilità in claustrofobia. In mezzo, la magia… Handle with (slow) care. E con smodato piacere. (8)
posted by Enver 12:48 PM
M83
Before the dawn heals us – CD Goooom – 15t 61:54 (Blow Up # 81 - febbraio 2005)
Due (due) francesi (francesi) che fanno elettronica (elettronica). Sai che novità. E invece di nuovo c’è che il latte è andato in acido, o per lo meno si è macchiato. Alla terza prova su lunga distanza Nicolas Fromageau e Anthony Gonzalez emergono epici, con i dimenticati riverberi shoegaze gettati a piene mani su strutture synthpop ortodosse –bentornata gioventù- esagerando con rumori squassanti temperati da una batteria tamarra à la Europe. A concedere requie stanno i due pezzi carnali, segno che anche la galassia da cui il progetto attinge il nome è abitata da creature sensibili: Safe prima dialoga poi esplode, fatta apposta per lo sciame umano che esce dal vespro sotto le luminarie in tempo di feste comandate –per dire, conclude coi fuochi artificiali; Farewell/Goodbye è catarifrangente come uno scudetto Panini, un caleidoscopio di dolcezza che cola condensata e spande suoni a 360°, per lancinanti addii che non si vorrebbero mai dare, o sempre rimandare. (7/8)
posted by Enver 12:47 PM
DELGADOS + MiceCars
Il Covo, Bologna, 10 dicembre 2004 (Blow Up # 81 - febbraio 2005)
Seconda giornata di ‘Homesleep weekend’ ed entrano in ballo i nomi grossi, i blockbuster. Una tappa del tour mondiale dei Delgados è dentro i muri ben conosciuti del Covo, dove per accedere al palco bisogna imbottirsi di spinta atta a fendere la folla come nel proverbiale “bagno di”. Aprono i romani MiceCars, reduci dall’esperienza al FIB e prossimi all’uscita per la label bolognese: i giochi delle due voci nel loro curioso impasto di Pavement, dEUS e quei tipici stilemi indie -già ascoltati in tante band ma ogni volta originali- mettono di buon umore l’attenta platea prima degli headliner scozzesi. Domate a fatica le imperfezioni acustiche della sala, i quattro non potrebbero anche alla vista essere più diversi fra loro, eppure miracolosamente coesi. Si comincia come nel disco, con I fought the angels e si percepisce la convinzione, la cura e l’incastro perfetto degli elementi, in una parola la credibilità. Whisky e songwriting, berretti di lana e tanta intensità: Arrigo Sacchi sarebbe stato contento di un live che stava crescendo a ogni canzone, senza sbavature. Girls of valour fa scomparire la grigia nicchia retrostante svelando prati verdi, ma il clou è nel piccolo set acustico centrale: Coming in from the cold è scarna e fa male, va oltre le amnesie di chi canta perché è ‘universale’, trasversale al tempo. Accused of stealing è un quadrato che li rappresenta, quattro come sono, tetragono monocolore saturo dentro una cornice. Chiude No danger, e non c’è pericolo nell’accostarsi a questa musica, come nel guardarsi allo specchio.
posted by Enver 12:47 PM
Quindici dischi del 2004 - per Blow Up # 80 - gennaio 2005
1 MICE PARADE Obrigado saudade (Bubblecore)
2 FRANZ FERDINAND Franz Ferdinand (Domino)
3 COCOROSIE La maison de mon reve (Touch And Go)
4 NON VOGLIO CHE CLARA Hotel Tivoli (Aiuola)
5 GIRLS IN HAWAII From here to there (62TV Records)
6 ELIZABETH ANKA VAJAGIC Stand with the stillness of this day (Constellation)
7 THE DELGADOS Universal audio (Chemikal Underground)
8 VALLEY OF THE GIANTS Westworld (Arts & Crafts)
9 STUDIO DAVOLI Megalopolis (Recordkicks)
10 BRAZZAVILLE Hasting Street (Soyuz)
11 AIR Talkie walkie (Astralwerks)
12 IRON AND WINE Our endless numbered days (Sub Pop)
13 …A TOYS ORCHESTRA Cuckoo boohoo (Urtovox)
14 THE CONCRETES The Concretes (Licking Fingers / Astralwerks)
15 THE REMOTE VIEWER You’re going to love our defeatist attitude (City Centre Offices)
posted by Enver 12:46 PM
La Notte dei Blogger
di aa.vv. * Einaudi * pagine 358 * euro 12.50 (Blow Up # 80 - gennaio 2005)
Chiosa necessaria: non è uno stralcio dal virtuale, ma un’antologia di racconti. Gli autori sono diciotto più o meno esordienti, età 17-anta, accomunati dall’alimentare un proprio spazio interattivo in rete –scelgo questa via d’uscita asettica alle varie definizioni che vengono date- e dal tema scelto per indirizzare la loro scrittura, cioè la notte, arco di tempo nel quale è opinione diffusa i blog vengano aggiornati. Prendiamola per ciò che di fatto è, appunto una raccolta come altre nell’ultimo anno di editoria nazionale, anche se si ammanta un po’ “furbetta” di un concetto ormai quasi passepartout come quello di blog. E che negli angoli della rete si celino credibili narratori emerge, fra alti e bassi, proprio in questo compendio: magari proprio chi non è nuovo alla scrittura, come Gianluca Neri -forse il più convincente- Chiara Papaccio e Violetta Bellocchio, che in assoluto meritano parimenti la segnalazione. Ancora, si fa leggere volentieri l’ultima notte in un appartamento fuorisede immaginata con gran senso della realtà da Giulia Blasi, così come l’opera a quattro mani di Emiliano Colasanti e Massimiliano Lancioni, chitarrista nei Micecars. Se son rose promesse, fioriranno romanzi.
posted by Enver 12:45 PM
The Decemberists
Il Covo, Bologna, 19 novembre (Blow Up # 80 - gennaio 2005)
Complice l’annullamento di una loro data romana, all’ammaraggio dei quotati folkers di Portland nel club bolognese si è riversato un numero cospicuo di attendenti da ogni dove: la terminologia marittima è pertinente, dato che il veliero è il logo della band in questione, e che le vicende narrate sul palco con voce peculiare da Colin Meloy hanno molto a che fare con le epopee piccole e grandi che hanno costellato la storia dell’uomo nei secoli. Senza fruire dell’apertura di nessun supporter, i cinque –due donne nel gruppo, una all’accordéon l’altra alla batteria- saccheggiano a piene mani dalle loro due uscite su lunga distanza, oltre che dal primo ep ‘Five songs’ che li ha rivelati. Dal vivo emerge più che su disco il muoversi dall’ortodossia folk americana verso una coabitazione col pop europeo: il risultato è un’esibizione più ridondante di quella che un neofita si può aspettare, con parecchie perle (Oceanside, I was meant for stage e ovviamente il portato tragico di Here I dreamt I was an architect) e qualche comprensibile mancanza. A intermezzi regolari l’ammiraglio Colin tiene il palco da solo, come un bardo cantore, mano sulla fronte ad avvistare storie, per concludere toccando terra in mezzo agli spettatori delle prime file, con Rachel che sul palco continua a suonare da sola. Dopo dodici canzoni la ciurma è sciolta, le vele spiegate alla volta di un altro porto dove intrattenere i curiosi con affabulazioni così riuscite da volerne ancòra, e ancòra.
posted by Enver 12:43 PM
spot on ™ NON VOGLIO CHE CLARA (Blow Up # 81 - febbraio 2005)
sintesi :: la negazione, la volontà, l’esclusività, la femminilità
componenti :: Fabio De Min, Stefano Scariot, Matteo Visigalli, Fabio Tesser
discografia consigliata :: “Hotel Tivoli” CD Aiuola Records 2004
nazionalità :: Belluno
Interno giorno, penombra. Silenzio di radio e televisione. Una voce di donna, adulta, come una stilettata sommessa: ‘Clara non ha neanche la tua età e si sposa’. Ferita più subdola non poteva essere inferta al crooner. ‘Non voglio che Clara si sposi’, risponde lui ingenuo, di getto. Il motivo, facile a individuarsi, è che la ama segretamente. E per un amore nascosto si scrivono le canzoni più indelebili. Il che vorrebbe francamente essere evitato, in cambio di venire corrisposti. Clara si sposa, sì, ma fra “pianto e nostalgie”. E perché poi? Forse per un amore taciuto essa stessa, o non corrisposto. Magari proprio per l’autore… Queste le strade tortuose dell’incomunicabilità, che conducono a un matrimonio sbagliato –interesse, convenienza, fuga- e a un grande album di musica pop.
“Hotel Tivoli”, prima release ufficiale del quartetto nato e cresciuto fra le Dolomiti, ha i crismi della sorpresa, come quando si rinviene un oggetto che si pensava smarrito irreparabilmente, nelle pieghe di una soffitta o in un interstizio fra un mobile –l’oscillazione verso il kitsch del gusto medio di massa- e il muro –la pervicacia italiota nel non guardarsi indietro.
“Personalmente –è Fabio De Min a parlare- non so giudicare se il nostro sia o meno un grande disco, ma mentre lo stavamo realizzando avevamo la sensazione di star per realizzare un disco esattamente come lo avremmo voluto, e che ci rispecchiava anche a livello umano. Un grande disco è quello che metti sempre, che non te ne accorgi ma lo ascolti a distanza di anni”.
E’ semplicistico affermare che i Non Voglio Che Clara sfornano pezzi che mettono d’accordo le generazioni: solo da poco tempo infatti, almeno in Italia, nuclei di musicisti fra loro autonomi e pure legati da vincoli umorali –pensare ai Perturbazione, ai Virginiana Miller, ai compagni di etichetta Artemoltobuffa- percorrono per propria genesi la strada solitaria della ‘non ostilità’ verso il portato ereditario, immenso, delle piccole e grandi produzioni di un tempo.
Quella dei “Clara” è una reazione non di facciata, e nemmeno tesa alla cattura di quel marginale segmento di mercato (di piccolo e povero mercato, ahimé) che mal si abitua alle derive dei tempi; lungi dall’essere musica di nerd e per nerd, “Hotel Tivoli” è l’assemblaggio per pezzettini di una coerente visione del sentire umano, e intendo proprio la traduzione dell’inglese to feel, in cui convergono fotogrammi di interpretazioni cinematografiche, letture esistenziali, biglietti d’amore pensato, progetti minimi e pure in sé grandiosi (“oggi non ho dormito, ma ho fatto un piano, ti porto lontano…”), il tutto messo a fuoco da una luce di scena che vira decisamente verso l’understatement: “se non resti la colpa è di quello che dico”, “se ti senti sola una soluzione la si trova, ci si aggrappa e si prova”.
Tale introspezione –i sette brani sono tutti in prima persona, compresa la rilettura dolente ed emozionata di un testo di seconda fila nel repertorio di Mina, quale L’ultima occasione- rivela non solo radici e acquisizioni, ma la naturale condivisione del mood senza tempo di intere schiere di autori appassionati, di cuore e di cervello, prima che l’appartenenza a una singola e definita scena locale, come se Tenco fosse stato il precettore di Morrissey… “Ci piace pensare che ‘Hotel Tivoli’ sia roba da Scott Walker, da girls group, da Battisti, da Beach Boys… a livello di poetica, Why don’t they let us fall in love o Then he kissed me accostate alle canzoni di un gruppo che si chiama Non Voglio Che Clara innescano un bel corto circuito. Magari nasce come riflesso condizionato, una specie di esorcismo contro la difficoltà dei rapporti sentimentali. Scott Walker è un mondo a parte invece. Non puoi non amare anche solo l’idea di The girl I lost in rain”.
Non è dato sapere se Clara avrebbe scelto lo stesso quelle nozze, probabilmente sì, perché a nordest si guarda tanto al portafoglio e poco ai voli pindarici, prima al conformismo da vuoto pneumatico che sfreccia sulla piazza del paese la domenica mattina in una tre volumi –ché i cafoni ci sono sempre stati, anche nei favolosi Sessanta, ma mai come ora, e la patina del tempo ci rende piuttosto simpatici gli smargiassi alla Gassman de Il Sorpasso- e solo in ultima istanza alla sincera devozione di chi si aiuta educatamente con le parole del sottotesto; ma resta la certezza che si sarebbe trattato di una esistenza cupa, insoddisfatta, avvilita. Che altra avrebbe potuto essere.
E’ alfine in questa umanissima nostalgia, profondamente italiana, che stanno le lacrime versate e quelle da versare, dove trova casa il rifiuto incompreso, e si fonda una propria idea di bellezza: “C'è un passo di ‘Golden Slumbers’ dei Beatles, quello in cui dice ‘Once there was a way to get back homeward’. Solo quel pezzetto lì, dentro c'è tutta la bellezza che porta con sé la malinconia. Non necessariamente le due cose vanno di pari passo, tristezza e bellezza intendo, ma adesso se penso ad una cosa bella, che mi scaldi il cuore, in questo momento mi viene in mente quella frase, con quella voce e quel pianoforte.” I brividi, quelli tra le righe di Le paure, ci sono tutti e sono autentici. In Italia, nel 2004.
posted by Enver 12:42 PM
DELGADOS - Pop universale (Blow Up # 79 - dicembre 2004)
Pedro Delgado, lo ricorderanno gli appassionati, era quel che si dice un passista. Superlativo in altura, se la cavava contro il tempo, aveva nella costanza di rendimento il suo punto di forza. Se pure non ha vinto tanto (un Tour nell’88, qualche Giro di Spagna) era sempre fa i piazzati, e al suo ritiro ha lasciato la sensazione di aver ottenuto meno di quanto effettivamente potuto.
Questa una delle curiose affinità col quartetto scozzese che da lui ha voluto prendere nome, forse per la simpatia che si è saputo guadagnare, nel ciclismo tipica di chi non vince tanto, o perché suonava bene: certo è che, come è successo allo sportivo iberico, per diventare di culto non è indispensabile rappresentare una nicchia. Ne è ben conscio Stewart Henderson, il bassista della band di Glasgow, quando afferma: “Credo che come band siamo fortunati ad avere sostenitori così musicalmente eruditi: persone che si mettono in connessione con la gran parte di quello che tentiamo di fare come gruppo e che generalmente condivide le nostre frustrazioni per non aver sempre ottenuto il credito che meritiamo.”
C’è da dire, per portare a termine la metafora così cara ai Nostri, che molto tempo è passato da quando erano solo gregari (‘Domestiques’, il titolo del loro esordio sulla lunga durata, ne è l’esatta traduzione francese): oggi, nel ‘Peloton’ (gruppo) della fertile scena scozzese, i Delgados possono ben dire di essere dei capitani, non solo perché hanno costruito una vera e propria loro squadra di successo (la Chemikal Underground), ma anche perché hanno saputo negli anni trasformare la speranza, o la promessa fate voi, in una referenza, al punto di godere della citazione del nome della cantante Emma Pollock nel divertente brano ‘Scottish Pop’ degli Spearmint, che omaggia i timidi eroi di questa rinascita musicale, e aumentare il numero dei sostenitori con una proposta che pur senza ripetersi resta coerentemente fedele al modello di se stessa.
La Chemikal Underground, si diceva. In effetti attorno all’etichetta ruota un po’ tutta la storia, non solo di Alun e Paul (i fondatori), Emma e Stewart, ma di una città e di un ambiente che ha saputo partorire e sviluppare realtà fra le più interessanti negli ultimi dieci anni: due nomi per tutti, Mogwai e Arab Strap, in attesa dell’esplosione dei più recenti Aereogramme.
Alla Chemikal, cioè a loro stessi –ci si può vedere un riferimento extramusicale- sono tornati anche i Delgados: d’altronde dopo la chiusura di Mantra Records, che nel 2002 aveva dato alle stampe il loro ‘Hate’, era la soluzione più logica per progettare il rilancio con ‘Universal Audio’, uscito al termine dell’estate dopo un proficuo lavoro al loro studio di sempre, il Chem19, uno spazio glasgowiano che è il regno di Tony Doogan, fonico e deputato al missaggio.
‘Universal Audio’ è un disco di svolta. Ci sono gli elementi per non liquidarlo tout court come un ritorno ai dischi pre-Mantra, stando anche a quanto affermano nel sito ufficiale (nel quale fra l’altro ognuno di loro aggiorna un proprio blog): “It’ s our long-awaited ‘pop’ album”, il che fa pensare come nelle intenzioni si intendessero smussare certe spigolosità noisy dei primi lavori.
E’ certo che dopo la sbornia di orchestrazione di ‘Hate’ (il cui esubero di archi e cori infantili e collaborazioni –basta dare un’occhiata alla lista dei crediti- lo faceva apparire come passato anche per le mani di un Phil Spector e non solo di quel Dave Fridmann, già con Mercury Rev e Flaming Lips, che lo firma) di nuovo assumono centralità caratteri come il senso della melodia e una pervasiva intensità, al punto che il suono a volte si fa enfatico e denso, comprimendo gli spazi per i doverosi silenzi del songwriting pop, che pure di indolenza necessita; e però al contempo si avverte che bisognava passare attraverso i barocchismi di due anni orsono, e che un’indole ‘scura’, marginale nell’ormai lontano passato, aleggia ancora in determinate tracce.
Non solo: da sempre la cifra della band è data dal chiaroscuro intreccio delle voci di cui dispone, creando sbalzi di umore all’interno dello stesso pezzo così come càpita a una persona nell’arco di una medesima giornata; lo schema consolidato prevede un inizio scarno per tracimare in una conclusione ridondante, evidente al suo massimo grado nell’elegia di “Now and forever”, per non dire di pezzi come la convincente “I fought the angels” con cui la voce graffiante di Emma apre l’album, supportata da una chitarra che ammonisce e presagisce. ‘I try to learn again’: imparare ad amare, si suppone, dopo il piombo di “Hate”. E mi piace pensare che gli angeli da combattere siano proprio nel vecchio album, i bimbi di Child Killers, immagine di negatività di un album bello ma latore di nessuna speranza.
In effetti, pochi credono ancora al vecchio assunto secondo cui ‘il pop dice che tutto va bene, il rock dice che va male ma che può cambiare’: l’intera produzione Delgados, a ben vedere, smentisce quanto sopra. Il pop delgadosiano non aggrava le situazioni, lungi dal cambiarle in meglio: esso rende consapevoli, cioè scrive, dice e canta le parole che proprio in quel momento amplificano lo stato in cui ci si trova, sia quando commiserano (‘You look older / You look harder and tired and colder / Is this what ten years with a dickhead can bring / Least we know we’re not worth it’) che quando ti mettono la vita allo specchio (‘Just another list of consequences of things that we do / Just another hit of happenings we have to live through’, da “Keep On Breathing”, l’episodio migliore di Universal Audio, una giostra cadenzata i cui dettagli, dal giro di basso al synth alla fisarmonica che contrappunta restano invero sottotraccia rispetto alla percezione della melodia pop).
Non è uno sguardo torvo di chi suggeriva l’odio catartico, semmai il disincanto –tutto scozzese, fra l’altro- di chi ha come punto di riferimento la vita, più che mai -parafrasando la pietra miliare del songwriting- ‘ciò che ti succede mentre sei impegnato a scrivere canzoni’.
Lungi dal pensare che quello edito a Glasgow sia un suono immediato e fluido, la ricerca cui ogni volta si apprestano Alun ed Emma (negli ultimi tempi sempre più protagonista nella stesura, alla sua penna si devono episodi come “I fought the angels” e il primo singolo “Everybody come down”) è inevitabilmente quella della perfect pop song, della sempiterna quadratura del cerchio, un sofisticato equilibrio tra architettura e naturalezza, esercizio di stile e credibilità istantanea. E in un panorama dove imperversano le garage bands della durata di pochi mesi, l’ultima cosa di cui li si può accusare è di essere sovraprodotti.
A proposito della composizione, interviene Emma: “Tutto ciò che penso Alun e io facciamo è uscire con nuovi accordi, e melodie che paiono agganciarsi; quindi le portiamo in studio dove tutti e quattro mettiamo mano. Stuart e Paul tendono ad avere più di un’idea di arrangiamento e quali strumenti suonerebbero bene. E’ una cosa molto più difficile uscire con qualcosa che abbia un ‘hook’ e suoni facile da ricordare, e non sai perché ti piace ma ti procura qualcosa. Ha tutto a che fare con l’istinto e il gusto personale, e sono le uniche istanze su cui ti devi regolare quando scrivi un pezzo. Mi impressiona sempre come si possa riconoscere una band o un autore da un singolo brano, e non intendo solo il riconoscerne la voce, ma dico la musica, gli accordi e il ritmo che scelgono, perché penso che ogni singolo compositore cura lo stesso tipo di elementi musicali per lo più nella stessa maniera. Certo, il tocco personale cambierà nel corso della vita entro un certo limite, ma sarà proprio di quella persona e solo suo, e non c’è troppo da poter fare per cambiarlo”. E davvero non si può dire che ogni singola nota di “Universal Audio” non suoni Delgados, a differenza di quando si trattò di far uscire Hate: “Come Delgados –è ancora Stewart a parlare- siamo spesso disapprovati sia che facciamo, sia che non facciamo: per tutti coloro che trovavano Hate o The Great Eastern fantastici c’erano quelli che li avvertivano come esercizi troppo prodotti: buone canzoni soffocate da ricercati arrangiamenti d’archi e avviluppate in così preminente orchestrazione, tanto da soffrirne. Certo mi càpita di pensare che questi critici avessero torto e non conoscano musica intelligente e più complessa, ma l’hanno detto e ne avevano titolo. Lo stesso, molti di quelli che hanno amato The Great Eastern hanno riscontrato che Hate fosse buono ma essenzialmente un’estensione del precedente in meglio o in peggio, una replica. Mi piace lavorare con Dave Fridmann e sono contento di annoverarlo fra i miei amici ma il ‘popolo di Hate’ era così focalizzato sul “nuovo album dei Delgados, prodotto da Dave Fridmann”, che noi eravamo quasi trascurati, come fossimo un altro dei cloni delle band prodotte da Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips fra le altre, ndr), una critica che era sia ingenerosa verso la band e soprattutto terribilmente odiosa al lavoro di Dave nel missaggio e nella produzione. La struttura doveva cambiare perché, a nostra opinione, un altro album orchestrale ci avrebbe probabilmente procurato nuove critiche, di band che rimescola la stessa minestra ancora una volta, tentando di ripetere la formula di The Great Eastern, e questo semplicemente non è il nostro modo di operare. Abbiamo deciso assieme di provare qualcosa di diverso: il registrare un disco senza un’abbondante sezione di archi, sapevamo di esserne capaci. Registrare al Chem19 di Glasgow con Tony Doogan ci ha ‘costretto’ a lavorare sull’inventiva in altri spazi: abbiamo tentato cose che non sarebbero state normalmente fatte, e che vi piaccia o no, un pezzo come Everybody Come Down non avrebbe trovato posto nei precedenti due dischi. E’ meglio per il pubblico ascoltare differenti aspetti della band, o piuttosto vedersi servite variazioni dello stesso disco ogni volta?”
Difficile avere dubbi, anche per i fan più incalliti. Se non fosse che giusto all’uscita di Hate proprio loro sono stati fra i primi a restare disorientati. Ora le canzoni risuonano prima nell’animus degli autori e solo dopo, di conseguenza, escono e meno filtrate. Questo fa di “Universal Audio” un disco di riflessi, in cui solo “Come undone” si direbbe un outtake dalle sessioni trascorse, e ove Alun Woodward fa mancare una personale strada alla torch song del 21° secolo, come poteva essere "All rise”, ma apre timide incursioni in altri territori, sfrutta cambi di passo come in “Girls of valour” –essenziale a quel punto del disco- che, sospesa com’è tra i Sessanta britannici e gli Ottanta di Manchester, si configura come un pezzo che ai Belle And Sebastian piacerebbe, e molto, aver scritto.
Un’attività lunga due anni, nei loro pensieri anche di più, la rielaborazione sicuramente non definitiva di tutto il loro concept musicale: rimettersi in discussione costa molto, anche sul piano personale, come fa notare il loquace bassista: “Siamo stati davanti a un dilemma: da una parte, come cambiare, sperimentare e sviluppare la maniera in cui abbiamo fatto musica in passato, allo scopo di mantenerla fresca e stimolante per noi e per gli altri; dall’altra, mantenere l’apprezzamento delle persone che amano già la nostra musica e sperabilmente portare nuovi ascolti a quello che facciamo. Non è un compito facile quando sei una band come i Delgados perché sebbene sia colpa nostra o dei media ossessionati con bands che rivestono criteri ‘cooler’, o più probabilmente di entrambi, il nostro zoccolo duro non è grande abbastanza da far fronte a un disco che mette ai margini troppe persone. Come la penso io? Eh, l’assenza di archi e orchestrazione sembra uno spauracchio per molte persone e sebbene avessi sospettato che questo poteva succedere, sono rimasto sorpreso delle proporzioni con qui queste persone pensano sia stato ‘ucciso’ l’appeal della band. E comunque, finalmente mi sentite cantare e sicuramente questa non è una brutta cosa…”
E ce ne accorgeremo, infatti, di persona, nel corso del breve tour che a dicembre toccherà l’Italia settentrionale (l’8 a Bergamo, il 9 a Torino, il 10 al ‘Covo’ di Bologna in occasione dell’Homesleep Weekend). A proposito, quali accorgimenti per il tour? “Mi sta cominciando a piacere come il tour procede con la maniera in cui stiamo suonando (o piuttosto di come penso stiamo suonando, poiché non ci rendiamo conto di cosa il pubblico stia ascoltando…). E’ estenuante prepararsi al nuovo spettacolo, soprattutto perché i pezzi nuovi devono ancora essere assimilati e disperi di provare a renderli in maniera che l’audience trovi che suònino bene come gli altri. I’m so fucking proud of Universal Audio!”… la giovialità delle Highlands ci strappa un sorriso, l’ennesimo per il quale dobbiamo rendere tributo alla musica che viene da quelle parti. Una inesauribile fucina di ispirazione ora tormentata, ora vitale, sempre universalmente riconoscibile.
posted by Enver 12:40 PM
riprendo a usare questo spazio come magazzino online degli articoli che scrivo su carta (Blow Up) e in rete (indiepop.it)...
posted by Enver 12:31 PM