Enver day by day

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Friday, February 03, 2006

 
Casper
The friendly ghost * CD Recycled Music * 9t-18:44
La minuscola label parmigiana si ripresenta dopo Vancouver e Skinny Legs (#82) con l’esordio di Casper, altri non è che Stefano Poletti dei Pecksniff. Il prolifico frontman ha assemblato un duo di avvenenti fanciulle a coadiuvarlo negli strumenti di un’improbabile orchestrina all’insegna del lo-fi più assoluto, del buona-la-prima, spifferi fra gli strumenti ed esecuzioni interrotte. Nel florilegio appena delirante di umori da carosello –l’iniziale Britney Spears- e onomatopee feline (‘87Gap’88, ascrivibile alla casa madre giocattolona), aleggia perfino Edoardo Vianello architetto a Helsinki… Cheese, che altro se no? Naif per amatori del genere, ma diverte. (6/7) Enrico Veronese

posted by Enver 3:32 PM

 
My Education
Italian * CD Thirty Ghosts Records * 9t-64:16
Ormai da anni il post rock spaziale ha smesso di stupire, è stato socialmente accettato, integrato, e nessuno fra i rockers storce più il naso davanti a esericizi di stile o lunghissime code strumentali. Tuttavia c’è ancora la possibilità di prodursi in uno sforzo onesto, che recuperi parte del materiale superato e lo fonda al caldissimo del pentolone post-: soccorre il caso dei texani My Education, al secondo dopo “Five popes” datato 2000, che sviluppano i loro crescendo a partire dalla pastoralità arcuata dei Dirty Three per scoppiare GY!BE appena si presenta l’occasione. Plans A trough B è un po’ il manifesto di questo disco che stranamente ci tributa, pezzone da scioglimento dei ghiacciai con docce scozzesi. Nihil sub sole novi, ma se dovessero aspettare solo le novità assolute staremmo chini sui fogli bianchi per molto, molto tempo. (7) Enrico Veronese

posted by Enver 3:32 PM

 
Tuma
Uncolored (Swing’n’pop around Rose) * CD L’Amico Immaginario / Audioglobe * 10t-34:02
C’era un buco visibile, nell’Italia dei Piccioni e degli Umiliani: il trovarsi scoperta nel fianco più ‘posato’ dell’esplosione neolounge, lasciando il pallino del gioco alle eleganti produzioni europee. Fino a che il terreno non è stato smosso dagli Studio Davoli e ora da Giorgio Tuma, salentino come loro, qualcosa meno e qualcosa più di uno spin off delle “Valvole”, che esce in opera prima dopo anni di demo-gavetta. Se Matilde De Rubertis (che lavora al disco) è Laetitia Sadier, Tuma è Tim Gane: impossibile non riferirsi al mondo Stereolab, e da là ostentare italianità classica di Sottsass e spider alfa. Happiness is a stupid song è rivelatrice di allegria da aperitivo almeno quanto RV (Rose) deferisce cortese il verso ai Kings Of Convenience; The Stockholm rollercoaster (tributo ai Koop?) è leggermente più groovy -pure le star del newjazz vengono da quelle parti- e Hey Alice si declina in bossa carioca. L’uso di organini killer per le cellule cerebrali, nessun timore reverenziale verso chi ha fatto la storia, l’apporto di Populous e tanta, tanta melassa: così si ricostruisce in vitro, fedele e saporito, un miracolo d’altri tempi. (7)

posted by Enver 3:31 PM

 
En Roco
Occhi chiusi * CD Green Fog / Venus * 13t-36:24
Potere alla parola. Discriminante, esaustiva, sciolta e ri-legata. Che quando si incontra “ad occhi chiusi” con modulazioni sonore affatto banali genera il secondo disco di En Roco. A Genova stanno vivendo una stagione bella e promettente, e molti dei meriti vanno a questi ragazzi cresciuti col cantautorato locale, il folk americano e il posato pop inglese. La crescita rispetto al precedente sta tutta nell’abito musicale scelto, più corposo e comunicativo: tredici sezioni che accreditano En Roco ai vertici della canzone indie, tributando Morrissey (Non dormo mai, La salita), il vecchio amore B&S (La denuncia) e scoprendo nuove strade personali (Dialogo tra Galileo e un comune pensatore). Su tutto spicca la botta iniziale di La notte si avvicina, catchy e sbarazzina nel precedere l’abbandoni; e il forte traino in L’attore si è perso, triste metafora teatrale della decadenza dei tempi. Baustelle e Perturbazione non sono più soli: se si tende l’orecchio a questa favola per intero c’è da vivere di rendita per molto. (7/8) Enrico Veronese

posted by Enver 3:30 PM

 
Mogli & Buoi #92 – gennaio 2006
di Enrico Veronese

Reduci dall’ennesima edizione del Meeting delle Etichette Indipendenti, che nonostante astensioni polemiche, locazioni dispersive, nonsenses e regole allegre si è confermato uno dei pochissimi luoghi deputati all’incontro, ove (ci) si conosce, senza preclusioni, si mettono in cantiere collaborazioni e alfine si edifica quella che amiamo chiamare Scena. Certo, non è come negli anni gloriosi del calciomercato all’Hotel Gallia, dove non veniva concluso alcun affare sostanzioso ma si faceva frivola passerella; però niente toglie dalla testa che nello stesso weekend, magari in uno sperduto garage o ermetica cameretta, qualcuno forse dava alla luce qualche nuova gemma acerba, un bitter fruit a totale insaputa della kermesse faentina…
Se da qualche parte è scritto che l’indipendenza salverà la qualità musicale, facile che in prima fila ci siano o saranno le donne, quando succederà. Paola dei Dilaila, per esempio, è all’oggi la più bella voce femminile dell’italoindie. Modulata e fievole, arrampicata e calda, caratterizza da sola “Musica per robot” (BU#90). Dischi ne escono troppi, tanti si perdono e meno ancora rimangono: lo scarto è prerogativa di doti proprie, aprioristiche, e chi crede nell’innatismo non fatica a trovare in questo ensemble lombardo i crismi della natura. A non voler essere iperbolici si può omettere che si aspettava un tale sentore dai tempi dell’improvvido ‘rompete le righe’ degli Scisma, e comunque non è esagerato evocarli, a fronte della sottile psichedelia di suoni che sì, potevano osare di più, ma certo si rivelano funzionali al tattile sprigionarsi delle doti della chanteuse e al potere di testi immediati ed efficaci (‘Sì, lavorerò, invecchierò, impazzirò / Ma per l'ora del tè io ci sarò’)… Pure il concomitante ep relativo al singolo Moderna, distribuito online, non fa che confermare questa affascinante realtà fra le cose più convincenti ascoltate quest’anno in Italia: se possibile catapultando ancora di più l’ascoltatore in una dimensione retrospettiva, si intravedono i primi Matia Bazar, l’infanzia (Reverse), un occhio al quotidiano uno allo spazio… E’ la scommessa, vinta, di una band approdata troppo presto alle ribalte tv ha saputo costruire se stessa, darsi un’identità pop sfocata e in divenire, lasciarsi andare ai flutti incontrati stranamente propizi. Altro che robot, umana troppo umana è la resa della sofferenza. Cantassero in inglese, sarebbero gli …A Toys Orchestra del 2005: io posso anche ‘provare a dire no’, ma il lettore cd decide di bloccarsi…
Altri spiriti bazzicano il lavoro dei Blume, trio toscano che, dopo la “Insolita Compilation”, dà lo start alle produzioni di Pippola Music, label fondata da Paolo Favati attenta alle sensibilità elettroniche nelle nuove generazioni di artisti italiani. Blume “in tedesco vuol dire fiore” (recensione nel presente numero), e allo stesso modo si fa forte di una tenue voce muliebre per dispiegare la sua collezione. Francesca, Matteo e Dario hanno i piedi ben piantati nel seminato degli Anni Duemila, la loro pansé è annaffiata da un’acqua nordica (il diversivo, leggermente sfasata nel rifarsi a dei caserecci Lali Puna, come dire “da poco tempo fuori moda”) e si nutre di italico fertilizzante, là dove c’erano -e ci sono ancora!- nomi come Dr.Livingstone e Delta V… La decina di pezzi, calibrati ma forse eccedenti nella complessiva unica tonalità, conosce i propri apici proprio in capo e in coda, nella felpata Piove piano e in Ninna nanna alla regina, ove se la voce scattasse darebbe una marcia in più proprio in chiusura. Rimestando le culture trip-hop (Prenditi cura di me gode di un’intro cine-ambientale) e shoegaze (il fuzz e i delay di Mura di gomma), i ragazzi toscani portano a compimento un’opera sofisticata con pochi referenti nel passato nazionale: i margini di incremento sono a vista d’occhio e oltre, verso ulteriori territori inesplorati e non derivativi…
Il testimone della voce gentile che sa colpire nel segno passa idealmente a un’altra Francesca, la giovane interprete dei romagnoli Amycanbe. La loro autoproduzione, di cui pure trattiamo in questo numero, ci accoglie da un packaging twee quintessenziale, giallino e fiorito, un font da lettera da minuta inglese, ed echeggia dallo stereo sotto forma di cinque bozzetti delicati e minimali, pallidi eppure sostenuti, infantili e malinconici ma per niente trasandati. Il pensiero più facile corre a quanto Isobel Campbell ha creato di fianco e fuori ai Belle And Sebastian, aggiungendo semmai il piglio delle girly band francesi degli anni Sessanta e una robusta cultura musicale di fondo. Francesca usa timbri particolari da folksinger smaliziata, come se le sue corde fossero strumento al pari dell’acustica; attorno a lei si agitano sommessamente gli strumenti più classici e pure una tromba che accentua la direttrice glasgowiana. Una Suzanne Vega precoce avrebbe potuto tranquillamente scrivere Matthew and Mark, e ciò suona di merito ai compositori: scrivere per una donna ‘sentendo’ come lei non è facile, e loro ci riescono. Tanto della recente ondata svedese in Don’t remember who I am, tanto di omogeneo nelle altre tracce: si lavora in ‘togliere’, non ci sono accostamenti bruschi, il paesaggio è nitido e ogni fuoco estivo potrà così beneficiare di ludiche canzoncine comitali che permangono fresche ad ogni ascolto. Decisamente, la fiducia nel presente è donna.


www.dilaila.it
www.blume.it

posted by Enver 3:28 PM


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