Enver day by day

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Thursday, June 01, 2006

 
WAVES / pop
Fiel Garvie
Caught laughing * CD Ghost Records / Audioglobe * 9t 38:54
Norwich non confina propriamente con la Scozia ma ascoltando i Fiel Garvie tutto potrebbe farlo parere: una soffice coperta malleabile in cui la dimensione umana viene avvolta, e consente di emergere alla voce leggiadra di Anne Reekie che caratterizza l’intero disco. Certo, dietro il vetro c’è Geoff Allan ed è un nome che dalle parti di Glasgow significa molto per la musica europea; ma piace far notare la versatilità del progetto in sé, che accanto a formidabili singalong di sapore irish (All of you) trova lo spazio per effettistica vintage foriera di dilatazione, come in Daylight e Airsong. Infonde curiosità Shy away, intrigante per-versione indie di qualche hit dei tempi che furono… Mercury Rev e Cocteau Twins stanno a guardare, compiaciuti. Un gran bel sentire. (7) e qualcosa di più. Enrico Veronese

posted by Enver 3:06 PM

 
WAVES / songwriter
Totò Zingaro contro Mungo
La grande discesa * CD L’Amico Immaginario/Audioglobe * 11t 52:22
La bizzarra unione fra Gigio Bonizio, nome storico dell’hc torinese, e lo scrittore Domenico Mungo partorisce un’antologia schierata ad appuntarsi la geografia –una Torino neorealista e marginale- e la cronaca, attraverso una versione retorica dei fatti di Genova 2001 che, temperata dall’ottimo incalzare ritmico, evidenzia il sadismo dei tutori ma anche la malintesa ‘resistenza’. Specie se messa in parallelo con gli accadimenti di Quella vera, esposta efficacemente da Saturnina… Altrove rimane una portata narrativa a pronta presa, con le orazioni beat di Mungo a esplorare ‘a night in Murazzi’ (Trecentolire) e a farsi toccanti nel rievocare minuziosamente la perdita del padre (Ti mancherò). Se Piccolo buio gode di un’intro sonica à la Massimo Volume, il testamento spirituale del disco è una interpolazione urbana di Up patriots to arms… Promossa a pieni voti la lettura, convince ben meno la parte cantata, per vocalità e skills: ci si chiede perché non siano rimasti ottimi racconti. (7) Enrico Veronese

posted by Enver 3:05 PM

 
POP / songwriter
The Moore Brothers
Murdered by the Moore Brothers * CD Plain Recordings/Goodfellas * 14t 40:37
Primavera=ritorni, vale anche per i due fratelli californiani Greg e Thom Moore, due voci e due chitarre, rigorosamente acustiche. Rientrate le escursioni (Thom con Nedelle si era ritagliato ulteriore circuito) ripercorrono le piste dei Sodastream, ma soprattutto –emerge in The face- rivendicano con qualche argomento l’eredità sixties di Simon & Garfunkel. D’altronde, la provenienza da Sunshineland non è cancellabile manco a colpi di reagente chimico: fa presto a tramontare il sole che quasi non ci si accorge di aver trascorso del tempo con queste canzoni, data la levità che i Thrills non hanno mai avuto manco in pènnica estiva. Wilsoniani fino al midollo, contendono coi Dios(Malos) la rappresentanza ‘giudiziale’ nella suddetta causa di immissione nel patrimonio, dove i tempi vuoti (Bury me under the kissing teens) non sono tempi morti. Manca poco così ed è folk, manca poco così –chissà, nella diversificazione- e prende appieno. (6/7) Enrico Veronese

posted by Enver 3:03 PM

 
POP
Numero6
Dovessi mai svegliarmi * CD Eclectic Circus/V2 * 12t 49:14
Per discorrere di questo nuovo, pregevole disco italiano, si può partire dagli scatti di scena: i due musicisti, Michele Bitossi e Stefano Piccardo, immersi nella neve in strani costumi gentilizi. E’ stata infatti una traversata lunga oltre due anni, quella dei Numero6, con rinunce e acquisizioni; sempre tenendo ferma la barra su un discorso indie pop non convenzionale, fatto di arrangiamenti pret-à-porter -Ora però credimi- e soprattutto liriche di grana fina incatenate al senso della propria realtà; anche per questo si abbina al booklet l’inclusione di brevi racconti opera dei nuovi ottimati della letteratura italica. E’ il disco dei trent’anni… Se rispetto al fortunato “Iononsono” appare più fievole il ricorso alle tastiere e all’elettronica, “Dovessi mai svegliarmi” guadagna in quadratura –entro la cornice si stagliano momenti di spessore come Verso casa, Spara se vuoi e Da piccolissimi pezzi- e vis comunicativa, in enjambement con quanto avvenuto per En Roco a riprova del vigore 2006 della scena genovese. E’ loro metafora: un progetto che ‘verticalizza e va al sodo’, mai però a scapito del bel gioco (lo certifica il singolo Automatici). Come i premoderni Baresi, Scirea, Signorini, uomini liberi di costruire. Quelli col numero sei. (7/8) Enrico Veronese

posted by Enver 3:02 PM

 
ETNO-WORLD
Serif’s
Have you ever seen a slack Gallinaceo on the highway? * CD autoprodotto * 12t 42:03
Bella sorpresa il ritorno, un po’ in sordina, del nutrito combo lombardo con l’anima jugo. Le positive accoglienze per i due precedenti non sono valse a Miki, Erman & Co. il contratto agognato, circostanza che non ha frustrato l’intento di contaminare con le forme occidentali e segnatamente un surf-rock sbrecciato e disonesto, il che acuisce la prossimità alla No Smoking Band e, per restare dalle nostre parti, ai segnalati East Rodeo. Il pollastro fiacco evoca lampi tuoni e vampiri, e rasserena immediatamente con gighe roteanti (Brand new uaz, Napoleon), mantenendosi qualcosa più che una curiosità postbellica. Con Bill Clinton si sorride, dentro tutto il disco si rimane in contatto con un’identità mutante, una sinistra patchanka redditizia soprattutto dal vivo. Bella lì, opa! (7) Enrico Veronese

posted by Enver 3:00 PM

 
POP / songwriter
Non Voglio Che Clara
s/t * CD Aiuola/Self * 10t 36:06
Dovrebbe essere arduo accingersi a scrivere questa recensione dopo le innumeri sterzate all’equilibrio sferrate da “Non voglio che Clara” a ogni ascolto. E invece torna comodo e lussuoso, avocando a sé per esempio il concetto di musica ‘magonica’ caro a Lella Costa e al suo mentore Fossati, quello de Il battito…
Se prima (BU#81) erano grandi, i bellunesi si scoprono grandissimi, al punto che la dimensione indie è già riduttiva, specie se intesa come audience gene-razionale. La scrittura di De Min possiede le frecce di Cupido, che a qualsiasi età aspetta un metodico esegeta coi guanti, cui affidarsi per divampare inarrestabile… vale davvero la pena di innamorarsi, e sforzarsi di non chiudere una storia anche solo per venire travolti sul vivo -L’oriundo- da questi sonetti accorati. Aznavour, Bindi e Ciampi (Piero, che affiora in L’avaro) si uniscono a Tenco ed Endrigo nella galleria dei tutelari, ma ormai si può parlare tranquillamente di stile-Clara senza urtare alcuno. Un nome da signora, In un giorno come questo. Chi ha a cuore la Canzone Italiana si aggrappi a loro come a uno scoglio, domandandosi se sia ancora il caso di parlare di musica ‘leggera’; il gradevole rischio è imbattersi in un futuro classico, come Cary Grant, worship da fazzoletto: “e non so immaginare altra via che non sia la tua scia”. …E poi via, portati dagli archi… Tre metri sopra la realtà da strapazzo, dalla quale le distanze si marcano soltanto ponendo paletti. Come fa –mi sbilancio- il disco italoindie più emozionante degli Anni Duemila. (8/9). Enrico Veronese

posted by Enver 2:58 PM

 
Mogli & Buoi #95 – aprile 2006
di Enrico Veronese

Si diceva, un paio di numeri orsono, dell’importanza dei canali. Se la tv è ancora volutamente indietro, eccetto quella gustosa nicchia che va in ‘Larsen’ su RaiFutura, diverso è il discorso per il web, col restyling di Rockit ad aprire una nuova stagione e nomi come Tender To Lucy che timidamente si fanno strada; ma soprattutto per la radio, che quando diventa ‘network inconsapevole’ e la si mette in mano a chi ha coscienza del momento, succede un Magazzeno Bis: l’ormai ‘catartica’ esperienza che esce dagli studios-sala prove-cucinino della Trovarobato in Bologna per riverberarsi ogni settimana in un circuito di ventiquattro emittenti nazionali toccando anche la storica Capodistria.
Alla cura del Magazzeno provvedono i Mariposa, aprendo le porte a gruppi e avventori nel segno di quell’altruismo indie di cui parleremo anche poco sotto: un’ora di musica dal vivo, spesso con versioni B, e poi folies e intemperanze come le recensioni puntute di Bruce degli Esposti, una volta udite le quali potremo tutti chiudere baracca. Il quanto chez la sapiente conduzione di Michele Orvieti, tastiere della band e impeccabile Daniele Piombi delle onde medie underground: l’etica vola dove i piccioni non arrivano, e càpita di osservare Max Collini che sgranocchia per la prima volta un tatranky sul palco, tanto in radio non si vede…
Accennavo a un sentore condivisorio, di messa a disposizione dei propri spazi e occasioni anche a istanze ‘fuori etichetta’: è un concetto che in Italia portano avanti da anni due label owners come Frederico f. Zanatta di Madcap e Tiziano Sgarbi di Fooltribe, i quali sono accomunati in questo frangente dal bizzarro ma non inedito esporsi in prima persona.
Il giovane trevigiano, sulla breccia come instancabile factotum, si rende protagonista di una gustosa e casalinga messa (in scena) con Chiara Lee e l’ubiquo Vittorio DeMarin sotto le insegne sacrestiali di Father Murphy: là dove ogni cosa accade all’oscuro, i paraventi e paramenti sacri vedono/non vedono l’acido temperamento di uno psychofolk che è semiseria lettura naturale della Creazione. Reiterando ad alto quoziente alcoolico domeniche campagnole dell’inventarsi il tempo, come nel lungo accomiatarsi di God speed you my nurse, il trio e il suo doppio riscrivono una Bibbia apocrifa, da preti gaudenti che celebrano superstiti riti negromantici finché qualcuno nella provincia non li guarda male. “Six musicians getting unknown”, recensito in #89, sciorina versioni di sé ogni volta diverse, cresce gran bene col tempo senza apparire transitorio e perfettibile, ma anzi positivo per varietà di materiale da costruzione, di corde sollecitate. Millhouse ad esempio si scopre più ‘pop’ e scanzonata di quanto vorrebbe nonostante una casa nel bosco (Police): il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?
Bonnie Prince Tizio veste invece una barba distintiva che lo ascrive subito al novero dei folksinger del perduto amore: il successo ‘umano’ dei festival Musica Nelle Valli cui ha presieduto appena sotto al Po è affiancato dai suoi dischetti artigianali con lo pseudonimo di Bob Corn. Se nel primo “Sad punk and pasta for breakfast” voce e chitarra acustica bastavano e avanzavano a dipingere intenti di Iron&Lambrusco, scarno come fleurs maladives dopo una sessione di defoliante, il recente “Songs from the spiders house” (BU#94) si avvale dell’assistenza al quadro di Giulio Ragno Favero, che suona ogni altra cosa presente, con evidenza nella liquida You are my island. “Ho usato le stesse parole e gli stessi accordi dell’altro, ma sono nuove canzoni, ancora scritte pensando a ragazze…”, dice, e strappa il cuore la sua prima composizione -qua presentata come First song (comes at the end)- quando sospira ‘Time for food and wine, now it’s noon / but you babe, you are cooking for another one’. Nota di merito per le sempre particolari scelte di packaging, con copertina e fotografie struggenti ed evocative, lucide e istantanee al modo delle liriche: ‘if there is a way, please, stay’… è tutti noi.
Pure anglofono il napoletano Pietro De Cristofaro -dalla pronuncia all’altezza, va detto perché succede di rado- che col moniker Songs For Ulan incide per Stout la sua opera seconda, “You must stay out” (nel #94). Un disco che arriva al cuore della musica anche grazie alla produzione di Cesare Basile, che suona qua e là al pari di Hugo Race, e di Tazio Iacobacci e Francesco Cantone dei Tellaro. Bastano questi soli appigli a riferire l’opera al cosmo del cantautorato scuro, serio, disperante e allentato, dai tanti numi tutelari: Mark Lanegan, credo lui lo conosca… L’uomo si pone ora come credibile alter ego dei Decemberists nei tre tempi campestri di A present, ora come pedina della scuderia di Howe Gelb (non ci si stupirebbe se accadesse) dentro la sofferenza roots di Julie e della title track. Spicca e convince l’unica cover, una versione rustica e dylan/poguesiana di Secret fires dei Gun Club, evocati nel breve periodo anche dal Circo Fantasma. Pronto per l’estero.
Chiudiamo con le vibrazioni che sanno essere tremende degli Appaloosa, bomba ad alto potenziale calorico da far dirompere di sicuro in concerto. Ripescati da Urtovox dopo alterne esperienze, i quattro livornesi profondono in “Non posso stare senza di te” -trattazione in Blow Up #92- una spericolata tendenza al crossover fra chitarre rampanti ed elettronica navigata, sotto l’occhio del su nominato Giulio Favero. Il risultato è poderoso specie se il volume viene lasciato libero di cavalcare: esercizi di rumore (Brigidino e La Roby) reduci da scorze math 90, Jeff ovvero il paradiso in un cocktail di bevande scadute con l’organo al potere, e microclimi saturi dove legioni di mutanti combattono sui surf (Victor and Angel, i Ventures a Chernobyl); dal terrorismo sonico si estrania la fluorescente Ap(p)ache, commento poliziottesco da giocarsi come asso nei dj set più contamina(n)ti. Senza alcuno spleen, ma con tanta analogia. Com’è? Ce n’è.


www.maledetto.it
www.fooltribe.com
www.songsforulan.com
www.appaloosarock.com

posted by Enver 2:56 PM

 
WAVES
Victor Young
s/t * CD (myspace.com/youngvictor) * 5t 26:26
Echi di contemporaneità americana da dancefloor “off” per questo trio veneto imperniato sul ritmo e sui synth, debitore tanto di El Guapo/Supersystem quanto delle spezie strumentali di casa DFA. Risalta l’apertura Il tetris di Michele sull’ondanomala di !!! e Rapture (Spaccafibra), ma hanno solidi argomenti a loro pro anche la post-analogica Vanessa P.I. e l’ipnotica Melodie protest of time, che pascola in grandi spazi aperti e vagamente freejazzy. Gli umori maghreb di Disco Tangeri compiono il quadro: carino e con visibili margini di miglioramento. (6/7) Enrico Veronese

posted by Enver 2:55 PM

 
WAVES
Three In One Gentleman Suit
Some new strategies * CD Black Candy/Audioglobe * 11t 34:12
Mai rinunciare a voler capire un disco. I TIOGS giacevano da qualche mese dopo essere stati accantonati in attesa di tempi migliori per l’ascolto immersivo, in fin dei conti anche il recensore è un uomo, e per questo soggetto a sbalzi d’umore nei quali la musica affrontata gioca un ruolo importante. E sbagliavo certo a non accordare da subito la dovuta considerazione all’opera seconda di questi tre emiliani, splendidamente anacronisti nel loro ossuto e secco mathrock di scuola chicagoana, nel quale ciascuno degli elementi si fonde quasi in jazzistico interplay, che crea mutevoli cerchi nell’aria come visualizzazioni di media player. Il looping di chitarra (Maths rule the squadrons, Approach/Arrival), la batteria che si nasconde e resta spazzolata sottotraccia, il basso che sa come troncare e sopire, la voce monocorde li fanno così poco italiani, e comunque tanto refrattari a un nichilismo asfissiante spesso vellicato nel genere. Rara avis. (7) Enrico Veronese

posted by Enver 2:53 PM

 
LOUNGE / pop
Studio Davoli
Decibel for dummies * CD Recordkicks/Audioglobe * 13t 53:08
Due anni fa stupirono con “Metropolis”, frizzante armonia di hammond pop, gusto retrò e misurate dosi di groove al servizio della suadente ugola di Matilde de Rubertis. Il ritorno, forse per lo svanire dell’effetto sorpresa (anche se col nome di ‘Valvole’ erano già ‘spacciati’ nell’underground prima della release ufficiale), non è così dirompente; mancano le escursioni nei glitch che furono di Gate must be negative transition, pure la scelta del singolo -l’ottima Kiss, di cui si è parlato nel numero scorso- depone a favore di un andamento più liquido e dreamy, meno impattante che non il precedente e smashing Superpartner. Un disco leggermente uniforme e all’apparenza più ‘corale’ nella costruzione del suono laddove prima si ergevano le tastiere di Gianluca, qua alle prese anche col canto in due melodie romantiche profumate dal vicino Populous. Tenendo conto anche del boogaloo 60s di Optical love, l’opera alfine risulta piacevole e fruttata, soprattutto per i fan del genere, e in City dweller cova un opportuno asso da remix. (7) Enrico Veronese

posted by Enver 2:52 PM

 
WAVES
Feldmann
Watering trees * CD Stoutmusic/Audioglobe * 11t 39:38
La buona annata per la fiorentina Stout, evidenziata dall’exploit di Songs For Ulan, viene confermata dal referenziato duo composto da Massimo Ferrarotto già Loma e Puertorico, più Tazio Iacobacci dei quotati Tellaro; anche l’equipe di produzione è condivisa, con Cesare Basile a ‘controllare’ e partecipare. Le undici tracce rivelano notevole capacità autoriale e pieno inserimento nella stilistica indipendente internazionale, con l’aperitiva A cup of tea, tenue bozzetto guitar pop, che a lungo andare si pone come momento migliore. La sostanziale predilezione per i toni acustici e le penombre (Come closer sfiora David Kitt) non fa rinunciare a contraccolpi waitsiani in Bloos 354. Una ostentata lentezza rischia di quando in quando di cedere alla noia, ma tutto sommato è fra le migliori cose italiane di quello che chiamavano NAM. (6/7) Enrico Veronese

posted by Enver 2:50 PM


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